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NOTIZIE

RECENSIONE: Eventide, Arcola Theatre Studio 2 ✭✭✭

Pubblicato su

6 ottobre 2015

Di

timhochstrasser

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Hasan Dixon e James Doherty in Eventide. Foto: Mark Douet. Eventide

Arcola Theatre, Studio 2

25/09/15

3 stelle

Acquista i biglietti In una recente recensione di And Then Come the Nightjars al Theatre 503 osservavo quanto siano poche le nuove opere che raccontano la vita nella campagna inglese. Sono quindi molto lieto di poter dire che il nuovo lavoro di Barney Norris all’Arcola offre riflessioni inedite su questi temi, e in particolare sulle difficoltà di fare i conti con il cambiamento e con la perdita in un mondo in cui continuità e tradizione sono fondamentali. Norris non è certo nuovo a questo territorio. La sua ottima prima pièce, Visitors, prodotta al Bush Theatre lo scorso anno, era anch’essa ambientata in un contesto rurale, e molta di quella malinconia quieta, acuta e contemplativa che permeava quello studio sul matrimonio nella vecchiaia torna anche qui, con risultati davvero efficaci. Lo spazio studio dell’Arcola è stato riempito con la pedana e le panche di un pub, The White Horse. È tutto molto raccolto e il pubblico è vicinissimo all’azione. È qui che si svolge una serie di conversazioni tra i tre personaggi del testo: John, il gestore di mezza età (James Doherty), il suo amico Mark (Hasan Dixon), un tuttofare, e Liz (Ellie Piercy), organista itinerante.

I tre personaggi condividono almeno due temi: tutti sono stati segnati dalla perdita di una persona cara e tutti desiderano mantenere la propria vita sullo stesso binario tranquillo. John vuole mandare avanti il pub nonostante il calo degli affari e i debiti che si accumulano; Mark si accontenta di una routine di piccoli lavori di riparazione per pagare l’affitto; Liz trova soddisfazione nel suonare durante le funzioni, accanto e come via di fuga dal suo lavoro di insegnante di musica nella città più vicina. I ritmi della campagna appaiono preziosi in sé, ma anche come balsamo, palliativo o difesa contro il dolore stratificato e le ferite delle relazioni passate, e contro gli urti e le abrasioni della vita.

James Doherty in Eventide. Foto: Mark Douet

Sotto le loro conversazioni si avverte un messaggio insistente: chiesa, pub e comunità di villaggio continuano ad avere un ruolo importante nel mondo moderno, come simboli senza tempo di valore e dignità in cui possono riconoscersi persone che si sono smarrite nelle proprie vite personali. Dentro questo bozzolo protettivo di significati ereditati si può trovare uno spazio sicuro per la guarigione e per reinventare la propria identità. Qui sta il valore duraturo e la legittimazione di una vita rurale che non è più un dato economico scontato.

Eppure, non andrà così.

Sul piano della trama e dell’azione non succede granché. Ma sotto le chiacchiere, le battute e i ricordi degli episodi passati, un cambiamento è già in corso e non può essere fermato né invertito. John è troppo sommerso dai debiti e dall’alcol per salvare il pub, e tutto lascia intendere che il tipo di spirito comunitario che lui rendeva possibile e incoraggiava non continuerà in sua assenza. Anche perché una catena sta rilevando il locale, e la grande casa che un tempo era al centro della vita del villaggio ora appartiene a un promotore immobiliare che ha venduto tutti i terreni agricoli. Liz torna sempre più di rado perché il lavoro in chiesa si dirada, e matrimoni e funerali si spostano altrove. Anche Mark non trova un impiego regolare e si chiede come arrivare a fine mese, e se partire possa essere la soluzione. Simboli e istituzioni stanno cambiando e perdono la loro forza di connessione con l’individuo; non sono più in grado di definire e plasmare la comunità.

Per quanto il quadro generale sia cupo, non è tutto disperazione. Entro la fine della pièce ciascuno dei personaggi scopre una nuova durezza interiore che apre possibilità inedite, e la possibilità di sviluppare talenti che non sapevano di avere. È il villaggio, più che i personaggi, ad apparire davvero incerto sul proprio futuro.

La regista Alice Hamilton imposta un ritmo gentile per l’azione: veniamo attratti nel testo in modo insinuante, più che grazie a dinamismo cinetico o a grandi movimenti drammatici. Norris scrive dialoghi naturalistici molto credibili, sostenuti con notevole abilità dagli interpreti. Ci sono anche alcuni monologhi finemente cesellati che variano il passo. L’intervallo arriva come uno scossone e mi ha lasciato la forte impressione che lo spettacolo funzionerebbe molto meglio visto tutto d’un fiato, senza spezzare quel fragile incanto. Inoltre ci sarebbe meno bisogno della svolta poco plausibile nel rapporto tra John e Liz che avviene a ridosso dell’intervallo, e che ha lo stesso effetto stridente del finale melodrammatico di un romanzo vittoriano pubblicato a puntate.

La recitazione è per lo più molto efficace. Sono ruoli che un attore caratterista con immaginazione può far davvero brillare, e ciascun membro del cast offre un ritratto pieno e sfaccettato, con un linguaggio del corpo in sintonia con le inflessioni vocali. La spacconeria esteriore e la sicurezza da “uomo del pub” di Doherty nascondono un grande dolore e un’ansia profonda, che diventano molto commoventi quando affiorano. Hasan riesce a far emergere molta rabbia e frustrazione trattenute. Il suo personaggio non è emotivamente espansivo fino a tardi, ma tecnicamente fa un ottimo lavoro nel convincerci che quel silenzio e quella passività non sono inerti e nascondono molto. I gesti asciutti, scattosi e goffi di Piercy ci dicono, prima ancora della trama, che sta cercando di superare una ferita interiore che minaccia di travolgerla.

Hasan Dixon e James Doherty in Eventide. Foto: Mark Douet.

Nella seconda parte c’è una certa carica emotiva che sembra eccedere i fatti, ma dipende anche dal fatto che ci sono diversi sviluppi — o potenziali sviluppi — nella vita dei personaggi meno convincenti, che non hanno la stessa solidità di tono e di dinamica che vediamo nelle scene iniziali, tracciate con mano sicura. Pur non cercando una chiusura ordinata di tutti i fili, i punti d’approdo finali per questi personaggi non mi sembrano del tutto in sintonia con la direzione verso cui il peso della scrittura precedente li aveva condotti.

Credo che il problema principale riguardi il personaggio di Liz, che per troppo tempo, nella prima parte, deve essere l’ascoltatrice paziente e relativamente passiva del lutto dei due uomini. Quando la sua figura viene delineata con maggiore chiarezza verso la fine, è ormai tardi e il ruolo resta meno sviluppato e incompleto rispetto agli altri due. Un riequilibrio del testo o, forse, l’introduzione di un altro personaggio femminile avrebbero potuto correggere questo aspetto.

È un insieme di riflessioni cordiali e quietamente appaganti su quanto possa essere dura la vita rurale e su come, in realtà, sia sempre stata per lo più lontana da qualsiasi idillio arcadico o visione pastorale. In Gran Bretagna i tassi di depressione e suicidio sono più alti nelle aree rurali che in quelle urbane e, nel suo modo delicatamente insistente, questa pièce offre spunti preziosi e sobri per chi, come molti di noi, vive in città, aiutandoci a capire come e perché sia così.

Eventide è in scena all’Arcola Theatre fino al 17 ottobre 2015

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