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NOTIZIE

RECENSIONE: Hatched 'N' Dispatched, Park 90 ✭✭✭✭

Pubblicato su

4 settembre 2015

Di

timhochstrasser

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Foto: Philip Lyons Hatched 'N' Dispatched

Park 90 Theatre, Finsbury

02/09/15

4 stelle

Questo nuovo testo di Michael Kirk e Gemma Page nasce dai ricordi di Kirk della sua infanzia a Derby, sul limitare degli anni Sessanta. Siamo alla vigilia di grandi trasformazioni sociali, ma non ancora al punto di partenza ormai classico indicato da Philip Larkin, «tra la fine del bando di L’amante di Lady Chatterley e il primo LP dei Beatles». Se ciò che vediamo qui è per molti versi una commedia pura, punteggiata da tocchi di farsa di grande bravura, sotto scorre una corrente di serietà — persino di oscurità — che si intensifica con il procedere della serata, fino a farti pensare, alla fine, che la comicità sia in larga misura un meccanismo di difesa contro l’effetto socialmente soffocante degli stereotipi di genere e dei pregiudizi ereditati.

Theatre 90 è disposto “in tondo”, o meglio “in quadrato”. Ci troviamo in un salotto anni ’50 un po’ dimesso e fuori moda, con mobili davvero vissuti e due punti focali — il mobile bar e un giradischi nuovo — entrambi piazzati agli angoli, in mezzo al pubblico. L’azione si svolge in tempo reale, con un intervallo. Assistiamo all’evoluzione, o meglio alla degenerazione, di una festa di famiglia organizzata per segnare due eventi: un funerale e un battesimo.

La casa appartiene alla pallida e remissiva Irene (Wendy Morgan) e a sua figlia Susan (Diana Vickers). È il marito di Irene, Arthur, ad essere morto all’improvviso, ma sembra aver lasciato la vita con la stessa sobria insignificanza con cui l’ha vissuta. Nonostante il suo ritratto bonario vegli sulla scena, deve dividere la ribalta con la celebrazione di una nuova “schiusa”. La formidabile sorella di Irene, Dorothy (Wendi Peters), ha decretato che funerale e veglia si fondano con la funzione e la festa già previste per celebrare l’arrivo del suo ultimo nipotino, Clifford. Così tutti gli adulti si riuniscono ostensibilmente per preparare cibo e bevande per un incontro più ampio di amici e vicini, ma con lo scorrere dell’alcol salta il coperchio di un calderone ribollente di risentimenti e tensioni familiari. Molto di ciò che segue è davvero esilarante, ma quasi ogni battuta porta con sé un pungiglione. Non è un divertimento innocente.

Foto: Philip Lyons In questo testo le influenze sono ben visibili, ma lo spettacolo riesce ad assimilarle tutte con naturalezza. Deve molto alle soap televisive ambientate nelle Midlands e nel Nord dell’Inghilterra, che conosciamo fin troppo bene. Non c’è un personaggio che non finisca per rivelare qualcosa, in un modo o nell’altro. Per lo più è fatto con grande abilità, anche se ho avvertito un leggero calo di ritmo dopo l’intervallo, quando sembrava che stessimo passando in rassegna i retroscena del cast in modo un po’ meccanico. Ma ci sono anche antecedenti teatrali più antichi. Per esempio, ho percepito una lontana eco di When We Are Married di J.B. Priestley nelle conseguenze — insieme liberatorie e destabilizzanti — della scoperta che i rapporti non sono poi così scolpiti nella pietra come sembrano. E, mentre il tono si faceva più cupo, ho colto anche più di un accenno a Distant Voices, Still Lives. C’è molto dolore represso e violenza fisica (che più avanti esplode apertamente), quasi tutta perpetrata dagli uomini sulle donne. Il bere e il festeggiare alimentano e al tempo stesso mascherano i problemi, così che alla fine l’impossibile matriarca Dorothy può ancora liquidare tutto come «una questione di alti e bassi, come in ogni famiglia». Ma sotto, è essenzialmente una storia di uomini inconcludenti governati indirettamente da donne altamente capaci, a cui vengono negate vere opportunità di lavoro pubblico e ruoli di leadership. Ed è proprio questa dinamica sociale a creare la gorgone mostruosa che è Dorothy, attorno alle cui manipolazioni ruotano l’intera trama e l’intero cast.

È raro trovare una produzione così “affilata” a uno stadio tanto precoce. La scrittura è incisiva e scattante; scene, oggetti di scena, luci e costumi sono perfettamente in sintonia, come dovrebbero; e le interpretazioni hanno una messa a fuoco, un tempo comico e un passo naturale che di solito non ci si aspetta quando uno spettacolo è appena uscito dalle anteprime. Ma se si guarda all’esperienza di questo cast in TV e in teatro, forse c’è meno da stupirsi. Ci sono diversi veterani di spicco delle soap, e la maggior parte degli altri ha alle spalle una notevole serie di ruoli nel circuito londinese e nel teatro di repertorio. Così come il testo è ben costruito, lo sono anche i valori produttivi. Qualsiasi recensore giudicherebbe questa produzione una serata a teatro enormemente divertente e affidabilmente riuscita. Di certo, i critici più navigati alla prima stampa hanno riso molto più del solito.

Ma il cuore della serata sta nel dettaglio cesellato delle interpretazioni e forse la ricompensa più grande non è l’umorismo chiassoso o la tristezza e lo spreco che stanno dietro a molte delle vite rappresentate, bensì il semplice piacere di vedere un ensemble eccellente che funziona all’unisono e sprigiona una grande energia comica senza perdere le occasioni di sviluppare il pathos individuale e la precisione del carattere.

Foto: Philip Lyons

Wendi Peters travolge tutto e tutti nel ruolo principale. Nelle sue pretese domestiche assurde e nel suo arrampicarsi socialmente c’era più di una traccia di Hyacinth Bucket, ma si avvertiva anche quanto fosse più brillante e più determinata di chiunque nella famiglia e come, di conseguenza, ogni avanzamento sociale fosse merito suo, nonostante il costo umano. Nei panni del marito Teddy, Kevin McGowan ha un ruolo piuttosto ingrato, ma valorizza molto bene i momenti che gli vengono concessi. Allo stesso modo, nei panni del figlio Kenneth, James Wrighton affronta il compito difficile di rendere il conflitto interno tra il desiderio di apparire un maschio alfa e il fatto di essere ancora, in fondo, il cocco di mamma. Riesce a suggerire un equilibrio delicato tra fascino disinvolto e una rabbia appena sotto la superficie. Ma, per me, tra gli uomini il migliore è stato Matthew Fraser Holland, nel ruolo del genero vessato e bullizzato, Ollie. Ogni volta che era in scena costruiva ottimi momenti comici e rendeva con autenticità la decenza e la vulnerabilità del personaggio. È un bel colpo di scrittura — e splendidamente interpretato — il momento in cui, finalmente, tocca a lui ribaltare i rapporti di forza con la prepotente Dorothy.

Uno dei piaceri della serata è il lavoro di recitazione tra le donne del cast: sia nella solidarietà sia nel conflitto, c’è una flessibilità e una naturalezza davvero seducenti nelle numerose scene in cui compaiono insieme. Danielle Flett, nei panni di Corinne, la moglie di Kenneth nata a Londra, mostra forza nel resistere alla Peters, fragilità e insicurezza per la sua posizione ambigua in famiglia, e una dolcezza verso le più giovani che conquista. Nel ruolo di Madeleine, figlia di Dorothy, Vicky Binns dà il via alla serata con un inizio sorprendente e poi sfrutta al massimo un personaggio sottotono ma onnipresente. Alcune delle sfumature più delicate arrivano da Wendy Morgan, che per gran parte della serata deve fare da spalla alla sorella, ma quando serve sa tenere testa e restituire colpo su colpo; così come la sua combattiva figlia che, alla fine del testo, sembra la più probabile a ribellarsi in modo definitivo ai pregiudizi ancestrali.

Questo testo si può vedere come una scorribanda piccante o come qualcosa di molto più malinconico e inatteso; in ogni caso è una serata totalmente coinvolgente e non senti affatto lo scorrere del tempo.

Hatched 'N' Dispatched è in scena fino al 26 settembre 2016

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