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NOTIZIE

RECENSIONE: Ciao/Addio, Hampstead Theatre ✭✭

Pubblicato su

Di

stephencollins

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Miranda Raison e Shaun Evans in Hello/Goodbye. Foto: Manuel Harlan Hello/Goodbye

Hampstead Theatre

3 febbraio 2015

2 stelle

«Hello/Goodbye di Peter Souter è la sua prima opera teatrale, una brillante commedia romantica contemporanea e una sorta di Private Lives per i nostri tempi.» Così scrive il direttore artistico Edward Hall nelle note di sala di Hello/Goodbye, attualmente in scena sul Main Stage dell’Hampstead Theatre dopo un primo passaggio al Downstairs, dove «un passaparola sensazionale ha portato le recite a oltre il 97% di riempimento».

Tre punti vanno chiariti senza indugio.

Primo: come ha osservato spiritosamente un collega, Private Lives è il moderno Private Lives. Secondo: Hello/Goodbye potrà essere molte cose, ma non è una commedia romantica.

Terzo: chi è responsabile del «passaparola sensazionale» ha parecchio di cui rispondere.

Il problema centrale del testo di Souter è che non è un testo teatrale. È una serie di sketch da dramedy/commedia televisiva trasformati in due sketch lunghi. Fa affidamento sull’intensa intimità che la televisione sa creare e che, forse, si può in parte replicare in uno spazio piccolo come l’Hampstead Downstairs. Forse.

Concesso: la premessa è interessante. Esaminare la prima ora dell’incontro di una coppia e l’ultima ora della loro vita insieme. Si capisce subito come questo potrebbe funzionare benissimo come serie TV, con sei episodi dedicati a sei coppie diverse, incastonata nei palinsesti di BBC Three o Channel 4 o ITV2. Allo stesso modo, potrebbe essere un ottimo radiodramma.

Souter viene dalla scrittura per televisione e radio, e si vede. Si può, come ho fatto io per un po’ nel primo atto, chiudere gli occhi e ascoltare il botta e risposta ottenendo lo stesso livello di piacere che a occhi aperti.  Immaginare nella propria testa l’aspetto e il modo di essere dei personaggi aiuta ad attenuare le carenze dell’esperienza teatrale.

Qui l’attenzione di Souter è concentrata sulla replica fulminante, la stoccata arguta, l’insulto rivelatore, più che sui personaggi che pronunciano quelle battute. In teatro il personaggio è importante quanto, se non più, del dialogo. Se non si crede nei personaggi, lo spettacolo non può funzionare.

Il modo in cui questi personaggi si incontrano è oltre il ridicolo: due agenti immobiliari diversi sono riusciti ad affittare lo stesso appartamento a due persone diverse nello stesso momento e i due si presentano più o meno insieme per trasferirsi. Scattano scintille. Ne nasce una storia. Sì. Certo.

Per ragioni che mi sfuggono, per questa produzione la platea è stata trasformata in una sorta di allestimento “a thrust”. Presumibilmente la regista Tamara Harvey e la scenografa Lucy Osborne speravano così di recuperare un po’ dell’intimità che lo spazio del Downstairs offre naturalmente al testo. Peccato che la scena di Osborne non si veda bene da ogni posto: lo spettacolo sarà anche su un palco “a thrust”, ma viene recitato come se fosse su un palco all’italiana con arco di proscenio. Sconcertante.

Il protagonista maschile, Alex, è un tipo solitario, un introverso nervoso, con gli occhiali, un geek colto e appassionato di collezioni: ne ha di ogni genere – tutti i giocattolini degli Happy Meal di McDonald’s; foto autografate di chiunque abbia mai camminato sulla Luna; scatole ancora sigillate di personaggi di Star Wars; insetti. Avete capito il tipo. Eppure, nonostante si dichiari introverso, riesce a vantarsi con una perfetta sconosciuta – una donna strillante e sboccata che lo minaccia di farlo menare dal fidanzato rugbista – delle sue straordinarie doti sessuali, della sua capacità di fare l’amore «a livello da Commonwealth Games». Le doti potrebbero anche essere credibili; il suo pavoneggiarsi, invece, cozza con tutto ciò che sappiamo di lui.

Juliet, la protagonista femminile, colleziona amanti. Sembra incapace di fedeltà e, dopo essere andata a letto con il migliore amico del fidanzato il giorno stesso del matrimonio di lui con un’altra donna, non sta più con quel fidanzato; da qui la necessità di trasferirsi nell’appartamento di cui Alex ha preso possesso. A prima vista, insomma, il materiale ideale per una relazione con un introverso scrupoloso e meticoloso. Be’, forse nel mondo alla rovescia.

Questi personaggi improbabili si affrontano improbabilmente, con il battibecco come arma preferita, per un bel po’ e poi, ancora più improbabilmente, finiscono a letto. È banale quanto bizzarro.

A essere davvero scrupolosi, qualche battuta strappa un sorriso e, ogni tanto, una risata vera. Ma nel complesso l’esperienza è tediosa e prevedibile (soprattutto «il colpo di scena» del secondo atto) e l’ammirazione per la singola frase ben costruita non basta a giustificare la serata.

Ciò che rende questo allestimento degno di uno sguardo, se avete due ore da buttare, sono le interpretazioni, almeno in buona parte. Shaun Evans mostra con convinzione le sue qualità di attore: il suo Alex è complesso, ricco di dettagli e assolutamente seducente. Ogni tic, ogni aggiustata agli occhiali, ogni tirata al maglione, ogni pausa immobile per stemperare la tensione – tutto contribuisce a creare un personaggio del tutto credibile alle prese con un mondo incredibile.

Evans è particolarmente efficace nelle scene con i due personaggi minori, Luke e Amanda. Luke è l’ex fidanzato tradito di Juliet, che arriva nell’appartamento dopo le sue stridule richieste d’aiuto. Leo Starr, che sostituisce l’indisposto Luke Neal, è impeccabile nei panni del bel bravo ragazzo demolito da Juliet. Evans e Starr stabiliscono rapidamente e senza sforzo quel tipo di cameratismo maschile un po’ sbrigativo che nasce quando due tipi si incontrano per la prima volta e hanno qualcosa in comune, ma non troppo.

Bathsheba Piepe ha il ruolo più difficile: una misteriosa intrusa nel secondo atto. Al suo debutto professionale in teatro, Piepe è piacevolmente coinvolgente e davvero una bella scoperta. Quando, a posteriori, la sua comparsa viene spiegata, si capisce quanto il lavoro fatto fino a quel momento sia stato calibrato con grande intelligenza. Con Evans ha esattamente la chimica giusta perché la loro conoscenza risulti perfettamente autentica.

Chiamare Juliet la protagonista femminile dev’essere, nelle intenzioni di Souter, un espediente “furbo”, perché il personaggio è quanto di più lontano dalla giovane eroina shakespeariana si possa immaginare. Capricciosa, egoista, stridula fino a spaccare i timpani, crudele e sarcastica: questa Juliet è splendida fuori e orribile dentro. Miranda Raison, attrice di talento e magnetica, fa del suo meglio per dare vita a questa caricatura, ma è una salita ripidissima. È al meglio nel secondo atto e, più spesso che no, riesce a far sembrare il materiale migliore di quanto sia.

Ma la mancanza più grave, soprattutto nel primo atto, è la totale assenza di chimica sessuale tra Raison ed Evans. A stento raggiungono il livello di un’amicizia da cortile scolastico, figuriamoci una relazione adulta credibile fondata su desiderio e amore. È un problema di scrittura più che altro, ma compromette fatalmente la possibilità di successo dello spettacolo.

Il messaggio di fondo della «storia d’amore» al centro del testo è che le persone devono/dovrebbero essere disposte a buttare via o cambiare completamente ciò che le rende individui, ciò che le rende quelle che sono, per rendere felici i partner. È tanto sorprendente quanto incomprensibile.

Hello/Goodbye delude come testo, e soprattutto come commedia romantica. Evans e Raison fanno del loro meglio, Evans in particolare, ma i loro sforzi, guidati da Tamara Harvey, non superano i problemi intrinseci della scrittura.

Poco romantico e non particolarmente divertente

Hello/Goodbye è in scena fino al 28 febbraio 2015 all’Hampstead Theatre

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