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NOTIZIE

RECENSIONE: John, Teatro Lyttleton ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

stephencollins

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John
Lyttleton Theatre
5 novembre 2014
5 stelle

Alcune esperienze teatrali possono distruggerti dentro: la verità che mettono a nudo è così profonda. Altre possono farti ridere delle assurdità della vita. Altre ancora possono confonderti o suscitare meraviglia, illuminando la tua vita o quella di persone che conosci. Alcune possono ardere con un’intensità che non ti abbandona molto tempo dopo essere rientrato a casa dal teatro. Altre possono giocare con la forma e le convenzioni teatrali, ma in un modo che crea una forma nuova, una convenzione nuova. Alcune possono costruire sui traguardi del passato per creare un’esperienza nuova e incredibile. Altre possono sembrare un certo tipo di esperienza e poi trasformarsi in qualcos’altro, inaspettatamente: magari con esiti comici, magari con una profondità insieme inquietante e capace di affermare la vita. Alcune esperienze teatrali possono fare tutte queste cose, e anche di più. Chiamiamo questo tipo di produzione Categoria A.

Alcune produzioni teatrali sono semplicemente maledettamente orribili. Chiamiamole Categoria Z.

Ora in scena al Lyttleton Theatre c’è la prima di John, un’opera concepita e diretta da Lloyd Newson per DV8 Physical Theatre. John è, senza alcun dubbio, una produzione di Categoria A.

Nelle note di programma di John, Lloyd Newson dice:

"Mi resi conto allora che avevo bisogno di creare un lavoro sull’amore e sulla vita, non sulla morte... Poi John entrò nel nostro ufficio. Dopo il suo colloquio diventò chiaro che il lavoro avrebbe seguito prevalentemente la storia di un uomo; la sua storia. È una prospettiva personale, non un collage di opinioni."

DV8 Physical Theatre è una compagnia straordinaria che realizza lavori di una qualità sorprendente e che, spesso, si spinge in territori in cui altre compagnie, altri lavori non arrivano. Teatro verbatim raccontato attraverso la danza e l’espressione fisica; storie vere, parole vere, esperienze vere condivise e trasmesse tramite il linguaggio amplificato dell’espressione corporea.

Newson crea uno stile di movimento fisico capace di trasmettere emozioni e punti di vista molto diversi, a seconda di ciò che vuole comunicare. Qui, in John, costruisce un lavoro sulle estremità della vita straordinaria di un uomo e ne racconta la vicenda attraverso assoli, duetti, lavoro d’insieme, quadri scenici e dialoghi; il tutto con una coesione, un carattere e una forma che rendono l’insieme irresistibile.

John proviene da un contesto difficile. Suo padre picchiava sua madre e ha stuprato sua sorella e la babysitter. Sua madre si è rifugiata nell’alcol ed è morta da sola, senza che nessuno se ne accorgesse. I suoi fratelli sono morti o gli sono stati portati via. Ha avuto molte relazioni con donne, ha avuto figli, ha vissuto di sussidi, ha fatto uso di droghe ed è finito in prigione, più di una volta. Come riportano le note di programma: "Durante le uscite dall’ostello di libertà vigilata scoprì un gruppo di uomini, abitanti di un mondo sconosciuto ai più, dove, come lui, si ritrovano tutti alla ricerca di qualcosa: amore, fuga, conferma, sesso o compagnia."

Newson racconta questa storia in modo implacabile, oggettivo e con un autentico senso dello stile teatrale. È un risultato straordinario, diverso da qualsiasi cosa tu abbia visto prima, incluse le precedenti produzioni DV8. È viscerale, sbalorditivo, illuminante e sorprendente, tutto insieme.

Durante tutto il pezzo, Newson usa un linguaggio fisico che comprende innumerevoli variazioni sull’accoppiamento. I corpi si intrecciano, si aggrovigliano, si avvolgono: c’è spesso nel movimento un senso di dualità. Questo può servire a creare relazioni familiari o sessuali, o anche solo quelle tra passanti nello stesso mondo. Ma la fluidità, l’unica capacità di veicolare emozione e narrazione, e il senso di connessione umana raggiunto attraverso i (difficilissimi e complessi) flussi e riflussi dell’intero corpo è stupefacente.

Stili diversi di narrazione si fondono con naturalezza creando coesione mentre il personaggio centrale e omonimo racconta la sua storia. La prima parte della sua vita è affrontata in monologo, riflettendo sugli orrori dell’infanzia (tableaux compatti e spietati mostrano momenti chiave in una scenografia costantemente in rotazione), sulle sue numerose relazioni con donne (il vuoto che lasciano è reso magnificamente da una serie di grucce e abiti), sui suoi incontri con la morte e sulla discesa nella droga. A tratti parlano altri, ma è perché così John ricorda la propria vita.

Poi, dopo il carcere, invece di ascoltare John, la modalità cambia: ora vediamo e sentiamo il vortice in cui si ritrova quando entra nel club segreto che è il mondo delle saune gay. John ci va per conforto, rassicurazione, certamente per sesso, ma a volte semplicemente per esistere. Con grande intelligenza, due altri personaggi — una coppia che gestisce una specifica sauna — spiegano quel mondo segreto, e il pubblico arriva a provare quel senso di estraneità che John deve aver sentito entrando e abituandosi a quel luogo.

Poi parlano altri personaggi, lavoratori o avventori, tutti ad aggiungere trama e consistenza al nuovo ambiente di John, il posto dove cerca sollievo. Un avventore in particolare, un insegnante, descrive nei dettagli il suo stile di vita fatto di sesso penetrativo promiscuo senza preservativo, con gioie e conseguenze; e attraverso di lui John mostra la strada che non ha scelto.

Una persona che non vediamo fa domande a John sul suo percorso, sui suoi sentimenti. Potrebbe essere un narratore; potrebbe essere Dio; a me è sembrato l’assistente di libertà vigilata di John che si informa sui suoi progressi. Un altro modo non convenzionale per far avanzare la sua storia.

È un’esperienza che ti mette di fronte a tutto, dall’inizio alla fine; impegnativa e, per molti versi, disturbante. Ma, alla fine, mentre sentiamo John scivolare in un sonno calmo, forse appagato, vediamo che, nonostante gli orrori, le battute d’arresto e le sfide della sua vita, John si rifiuta di arrendersi. Abbraccia le possibilità che la vita offre e sopravvivrà. Amore e vita, non morte.

Nei panni di John, Hannes Langolf è davvero notevole. Gestisce la parte recitativa con impeccabile precisione, creando un ritratto molto reale, senza sconti e intensamente crudo di una vita vissuta nel dolore e nella confusione. A questo affianca una performance fisica straordinaria e agile, insieme delicata e muscolare. È un’interpretazione potentissima che lascerà un segno indelebile in chiunque la veda.

Taylor Benjamin e Ian Garside sono splendidi nei panni dei proprietari della sauna gay; la discussione sulla pulizia dei residui fecali dopo il sesso è tanto esilarante quanto scioccante. Garth Johnson regala un bel cameo come receptionist gay spensierato; e chiunque interpretasse l’insegnante dipendente dal sesso bareback (dal programma non sono riuscito a capirlo) era davvero straordinario. In effetti, l’intero cast offre prove coraggiose, complesse e affascinanti.

C’è una sequenza particolarmente intelligente in cui Newson fa sì che il cast maschile si spogli continuamente fino a restare nudo, indossi un asciugamano, lo tolga, si rivesta e si sposti in un altro punto, per poi ripetere il processo. L’effetto è quello di mostrare, in modo sintetico, le scene travolgenti e spiazzanti che affronta chi è estraneo al mondo delle saune gay.

La splendida e semplice scenografia di Anna Fleischle, tutta pareti in legno, armadietti e porte, ricorda a tratti una casa delle bambole, una casa, una prigione e una sauna. Ogni centimetro di spazio è utilizzato con efficacia e l’uso della piattaforma girevole aggiunge davvero un senso di funzione alla scena e alla complessità della narrazione. Le luci di Richard Godin sono perfette: il suo uso di luce e buio è finemente calibrato, così che l’illuminazione diventa un vero personaggio di questo lavoro.

Newson ha dedicato una vita a creare un teatro evocativo e provocatorio. John è un contributo importante e indimenticabile a un’opera teatrale unica e necessaria. Ti perseguiterà e ti metterà di fronte alle cose.

Non perdetelo.

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