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RECENSIONE: King Kong - Una Commedia, The Vaults ✭✭✭✭
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Di
julianeaves
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Samuel Donnelly e Rob Crouch in King Kong King Kong: A Comedy
The Vaults Theatre
5 luglio 2017
4 stelle
Si tratta di uno dei miti moderni più potenti, che trae la propria forza da impulsi profondi e antichissimi dell’umanità, collocandoli con audacia e magnificenza in primo piano nella nostra civiltà industrializzata. Nato nei primi anni Trenta come idea del produttore Merian C Cooper, venne poi sviluppato in una prima bozza narrativa da Edgar Wallace, grande autore di gialli. Sarebbe stata l’ultima, incompiuta opera del romanziere d’avventura prima della sua morte, e non è un’esagerazione dire che con essa creò una sorta di “mistero” contemporaneo di quasi religiosa natura, a cui diedero forma definitiva i talenti congiunti di James Ashmore Creelman e Ruth Rose, con il contributo dell’artista degli effetti speciali in stop-motion Willis O’Brien.
Brendan Murphy e Samuel Donnelly in King Kong
In questa storia, l’Umanità è o la miriade di persone al centro del capitale economico e culturale più avanzato del mondo all’epoca della scrittura, New York, oppure la tribù di isolani che rende un tributo timoroso alla selvaggia incarnazione della Natura, “la bestia” della novelisation di Wallace: un gorilla gigantesco chiamato Kong, presenza impetuosa e incontrollabile dell’energia singolare, massiccia e impavida della vita stessa, che cercano di tenere a distanza di sicurezza dietro un’immensa Muraglia. Le persone, prigioniere dei propri edifici e macchine e di vite ordinate e meccanicistiche – quasi ogni forma concepibile di modernità viene gettata nella trama – oppure ai margini terrorizzati di un mondo naturale da cui sono diventate irrimediabilmente estranee, vengono messe contro la Natura in una lotta titanica elegantemente costruita e splendidamente varia, che può avere un solo, orrendamente tragico esito.
Benjamin Chamberlain e Rob Crouch in King Kong
Come tragedia, dunque, sembra quasi chiedere a gran voce di essere presa in giro in chiave comica, ed è proprio ciò che accade qui. Il genio comico di Daniel Clarkson viene puntato come un faro nel cupo mondo di isole perdute e creature esotiche, dove relitti e detriti della Grande Depressione arrivano a riva per combattere – e trasfigurarsi – con la sorgente della Natura, brutalmente rossa di zanne e artigli. Intriso della scrittura comica dell’epoca, e di molta di quella che è venuta dopo, Clarkson ha confezionato un copione zeppo di battute fulminanti e giochi di parole che ancora oggi deliziano il pubblico delle parodie. Per la maggior parte del tempo, il regista Owen Lewis è pienamente all’altezza della sfida di far vivere questi sketch e gag nel presente; ci sono momenti in cui crediamo davvero di stare guardando all’opera i Fratelli Marx, o di seguire un fuoriuscito da “Hellzapoppin’”. E non mancano riferimenti più moderni: i Monty Python vengono chiamati in causa con generosità – con tanto di combattimento in cui qualcuno viene schiaffeggiato in faccia con un pesce. A volte non è semplice far funzionare queste battute (sono certo che durante le repliche ci sarà parecchio lavoro di rifinitura: è in cartellone fino a settembre), ma per lo più lo spettacolo fila meravigliosamente.
Benjamin Chamberlain in King Kong
Ad accompagnarlo lungo il suo percorso anarchico e scatenato c’è il quintetto alle prime armi che compone il cast ridotto: l’affabile Rob Crouch, con una voce da porto e stilton, rende Carl Denham più simile a Orson Welles che al fascinoso Robert Armstrong del 1933; d’altra parte, Sam Donnelly, visto di recente in “The Boys in The Band” e qui quasi irriconoscibile con una folta barba marinaresca nei panni dello Skipper della SS Venture, è sempre decisamente più sexy di Frank Reicher nel film originale; la parte alla Fay Wray (che fine ha fatto?) di Ann Darrow viene afferrata con alta tenacia alla Katharine Hepburn da Alix Dunmore, in un ruolo che forse potrebbe giovare di un filo di sviluppo in più – sarebbe così bello vederla vincere alle sue condizioni, e non soltanto piegarsi al maschilismo dei ragazzi; il suo interesse amoroso – per così dire – Jack Driscoll viene parodiato in stile Woody Allen (avevo detto che era eclettico, no?) da Ben Chamberlain (fra i molti altri ruoli che assume brillantemente); e Brendan Murphy raccoglie i pezzi di Token Guy (non chiedete), Marv e Larry, tutti deliziosi a modo loro. In realtà, tutti finiscono per interpretare diversi altri personaggi. Dietro le quinte dev’esserci un caos meraviglioso, con pile di costumi e oggetti di scena (grazie a Sophia Simensky) da gestire a ogni replica. In linea con il film, la parte di Kong stesso è magistralmente sottotono; anzi, appena accennata, con testa, mano e modellino che fanno le loro apparizioni, accessori che omaggiano con intelligenza l’artigianato dei laboratori degli studios RKO. Questa reticenza nel mostrare il mostro in tutta la sua gloria ci ricorda la bellissima opera di Harrison Birtwistle, “The Second Mrs Kong”, che – come questa rilettura – in fondo parla soprattutto degli esseri umani.
Rob Crouch e Alix Dunmore in King Kong
In questo mondo, l’ordine è creato principalmente dal bellissimo e insieme evocativo rivestimento in quercia in stile Art Déco a raggiera del set a ziggurat di Simon Scullion (che cura anche gli oggetti di scena). Questo, unito alla meticolosa attenzione della regia di Lewis e alla precisione delle splendide luci di Tim Mascall, che giocano con sfumature, profondità e densità per creare una legione di effetti diversi, compie miracoli nel dare vita al viaggio epico che siamo chiamati a intraprendere. Tutto questo ci arriva dalla valida compagnia nota come “Monkey Live”. Nessuna informazione nel programma su chi o cosa siano, ma se non avessero davvero nel mirino un tour più lungo e un trasferimento, ne sarei sorpreso. Così com’è, ci siamo quasi. L’attenzione cala un po’ nella seconda metà, dove forse troppo tempo viene assorbito dal “chiacchiericcio”, quando alla storia servono ritmo e azione: a Skull Island ci sarebbe molto più spazio per questo di quanto lo scrittore ci abbia finora concesso, quindi forse le riscritture stanno avvenendo proprio mentre digito. Che idea elettrizzante!
Nel frattempo, come Clarkson fa notare in un clip online: è davvero piuttosto divertente e quindi probabilmente dovreste andare a vederlo di persona. Io sono sicuramente contento di averlo fatto.
Fino al 27 agosto 2017
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