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NOTIZIE

RECENSIONE: McQueen, Theatre Royal Haymarket ✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

timhochstrasser

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Tracy-Ann Oberman e Stephen Wight in McQueen McQueen

Theatre Royal Haymarket

27/08/15

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«L’amore non guarda con gli occhi, ma con la mente.»

Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate McQueen ha debuttato quest’anno allo St James Theatre e ora si trasferisce, per una breve tenitura nel West End, al Theatre Royal Haymarket, dopo alcuni cambi di cast e una certa riscrittura da parte del drammaturgo James Phillips. La regia è di John Caird, con coreografie di Christopher Marney, e vede Stephen Wight nei panni dello stesso McQueen, che intravediamo mentre prendiamo posto: cammina avanti e indietro sul palco, già immerso nel ruolo, indomabile e imprevedibile, rigirandosi e fissando la cintura con cui potrebbe essere sul punto di togliersi la vita…. Alexander/Lee McQueen – la sua vita, il suo lavoro, le sue frequentazioni, la morte tragica e l’eredità – offre quasi un materiale troppo ricco per essere portato in scena. Nella recente e straordinaria retrospettiva del V&A, Savage Beauty, c’era un cappotto straordinario di piume dorate, alto nel collo e stretto in vita, che qui riappare in forma modificata nella seconda parte come simbolo di come gli abiti possano trasformare chi li indossa. Per me, però, era anche un simbolo della complessità di questo soggetto: apparentemente fatto di superfici scintillanti e di un eccesso di glamour – non lontano dallo sfarzo regency dell’Haymarket dove eravamo tutti riuniti alla serata stampa – ma il cuore della questione sta nel restituire la psiche di un uomo che, secondo chi lavorava con lui, ribolliva ogni giorno di idee e umori tanti quante sono le piume di quel magnifico cappotto.

Stephen Wight, Laura Rees in McQueen Con una vita e una morte vissute sotto i riflettori, in un mondo in cui ci sono molte persone che conoscevano bene McQueen, e la maggior parte di noi che oggi crede di sapere qualcosa, il compito di catturare l’essenza del suo genio vertiginoso e delle sue molte contraddizioni, e di darvi nuova vita teatrale, è davvero arduo. Sappiamo, dal suo City Stories, recensito qui qualche mese fa, che James Phillips ha uno sguardo strutturale innovativo, un modo poeticamente suggestivo di maneggiare i dialoghi, un’acuta percezione dell’intreccio tra parole e musica e un talento comprovato nel raccontare la vita londinese: tutti elementi necessari dell’equazione. Sarebbe stato all’altezza di questa nuova sfida?

Quello che ci viene proposto è una fiaba che sviluppa la trama di uno dei complessi scenari, semi-operistici, delle sfilate di McQueen. Dahlia (Carly Bawden), dopo aver osservato McQueen da un albero nel suo giardino, entra in casa per rubare un abito e incontra lo stilista stesso tra i manichini nel seminterrato. Lui chiama il collaboratore di lunga data Philip Treacy per chiedere consiglio sul coinvolgere la polizia, ma la testarda Dahlia lo conquista con un patto: scomparirà alla fine della notte se, in cambio, lui la trasformerà in una principessa confezionandole un vestito e mostrandole diverse visioni di Londra. Lui accetta, sperando che così troverà anche l’ispirazione per rispettare la scadenza della prossima collezione.

Segue una sequenza di scene fantasmagoriche che esplorano relazioni, esperienze e nodi cruciali nella vita di McQueen – la formazione in Savile Row, l’amicizia con Isabella Blow (Tracy-Ann Oberman), una serata al V&A in cui la giornalista Arabella (Laura Rees) mette in discussione l’autenticità del suo talento, e il legame strettissimo con la madre e le radici a Stratford. Nella maggior parte, Dahlia è osservatrice, partecipante scorbutica oppure incarnazione del lato ‘femminile’ di McQueen; ma alla fine è chiaro che desiderava più di un semplice vestito da quell’incontro. Ogni scena è collegata alla successiva da un episodio coreografato in cui nove danzatori canalizzano i temi attraverso l’immaginario visivo di una delle sue celebri aperture, usando la stessa musica che accompagnava quelle occasioni. Torniamo infine al seminterrato da cui eravamo partiti: la notte finisce, Dahlia se ne va e Lee trova il concetto per la prossima collezione…..

Eloise Hymas, George Hill, Rachel Louisa Maybank, Stephen Wight (seduto), Jordan Kennedy, Amber Doyle e Sophie Apollonia in McQueen Questo spettacolo non è dunque un bio-documentario lineare, e la scelta è certamente giusta: sarebbe difficile evitare, da un lato, una macchinosa e poco teatrale esposizione di fatti, o dall’altro un sensazionalismo da tabloid. Phillips è molto più interessato a catturare la multiforme imprevedibilità della personalità di McQueen – tormentata ma tenace, e anche spiritosa – e a indagare la natura e le fonti della sua creatività. Raggiunge entrambi gli obiettivi: il primo grazie anche a un’interpretazione eccezionalmente dettagliata e ipnotica di Wight, che è ben più di una semplice imitazione. Il secondo funziona perché, per buona parte del tempo, riesce a trovare una formula drammatica che descrive i talenti di McQueen e al tempo stesso li mostra all’opera. Un esempio è rappresentato da una serie di monologhi notevoli disseminati nello spettacolo, in cui lo stilista analizza le proprie intenzioni, insieme forensi ed estetiche. Sarebbe potuto risultare facilmente un fallimento: troppo didascalico o semplicemente troppo furbetto – ‘Sei costumi in cerca di un couturier’, e via dicendo. Il fatto che non lo sia è merito dell’attore e di una scrittura che ti costringe a guardare e immaginare con l’occhio di un designer. Ricorda un po’ il racconto di Conan Doyle in cui Holmes ricostruisce l’intera vita di una persona da pochi dettagli dell’abbigliamento, vedendoci attraverso. La qualità brillante ma anche destabilizzante, spietata e isolante di un simile grado di percezione diventa tangibile; tanto che, in tutta la platea elegante e fashionista, calò un silenzio ancora più intenso, fatto di concentrazione interiore. Sapevano che, in quel momento, anche loro erano sotto il microscopio…. Abbiamo percepito in modo concretamente drammatico perché McQueen fosse insieme così seducente e così inquietante da frequentare.

Un altro esempio in cui mostrare e raccontare funzionano bene all’unisono arriva nella scena ambientata da Anderson & Sheppard, dove McQueen si è formato. Il taglio dell’abito per Dahlia direttamente sul suo corpo dimostra nel modo più immediato possibile le abilità sartoriali tradizionali apprese lì, e il dialogo con il suo mentore, Mr Hitchcock (Michael Bertenshaw), rivela l’equilibrio tra senso della storia e sovversione che ha sempre cercato di mantenere nel lavoro: se vuoi essere un iconoclasta, prima devi essere un tradizionalista!

Stephen Wight, Laura Rees e Carly Bawden in McQueen

Non tutto riesce. La scena con Isabella Blow è un duetto barocco ed elaborato tra due dive naturali, ma proprio per questo manca di mordente drammatico, soprattutto quando compare una quantità insolitamente goffa di riempitivi con i ‘fatti che devi sapere prima’. Se fosse un’opera, si potrebbe anche perdonare questo confezionamento di backstory; qui no. Più seriamente, c’è una certa nebulosità attorno al personaggio di Dahlia che non sempre giova e talvolta mina la coerenza drammatica. Qual è, esattamente, il contributo di Dahlia? Musa, semplice dispositivo teatrale, o proiezione di una parte della personalità di Lee? La questione è particolarmente importante nella seconda parte, dove è molto più presente, e non basta lasciare il tema sospeso senza risolverlo. A questo punto non ci importa abbastanza di lei come personaggio autonomo perché la struttura drammatica possa reggere il peso, e ciò è riscattato solo in parte dal memorabile bilancio finale che Lee può consegnarci negli ultimi minuti.

Non sono certo che l’inserimento di un intervallo per il West End abbia davvero giovato allo spettacolo. Funzionerebbe meglio in una sequenza continua, senza attribuire lo stesso peso al materiale più esile di quella che ora è la seconda parte, preservando invece intatta la delicata atmosfera di fantasia.

I valori di produzione sono eccellenti. La regia è fluida, con un occhio pittorico per i tableaux visivi tanto quanto per l’energia cinetica. Le coreografie sono straordinariamente varie e inventive: i danzatori sgomberano la scena, posano come manichini e, di fatto, agiscono come un coro non vocale, offrendo un commento visivo che è parte integrante dell’azione. Il reparto costumi ha svolto il compito difficile di richiamare il lavoro dello stilista senza copiarlo servilmente, e le proiezioni video restituiscono con vividezza le location londinesi quando serve.

Stephen Wight nei panni di Lee in McQueen

L’incarnazione di McQueen da parte di Wight è senza rivali. Le manierismi, la combinazione di sfrontatezza e vulnerabilità nel parlare e nel muoversi, gli estremi di sensibilità e volgarità, di attenzione e di spietato egoismo: tutto è al suo posto, insieme a una consapevolezza – finemente osservata – della depressione, della paura della morte e della natura allarmante del proprio talento. Bawden è molto brava con Dahlia, assicurandosi che sappia reggere il confronto con il personaggio di Wight quando necessario senza perdere il suo fascino un po’ stralunato; ma il ruolo, in sé, è ancora chiaramente incompiuto. Oberman e Rees sfruttano appieno le loro occasioni, e il sarto gentiluomo di Bertenshaw, misurato e in sottrazione, offre un gradito punto di riposo e una moderazione ben contrastata.

La serata è continuamente stimolante, visivamente spettacolare e assai ingegnosa nell’integrare design, musica, danza e caratterizzazione, per offrirci un ritratto quanto mai dettagliato delle fonti della creatività di McQueen. Alcune parti sono, insieme, sorprendentemente divertenti e davvero commoventi. Portare in scena il processo creativo di un artista è un’impresa difficile – e negli ultimi tempi forse Sunday in the Park with George è l’unico esempio pienamente riuscito. In mancanza di un trattamento musicale o operistico della vita di McQueen – qualcosa che, visto l’ampio respiro del soggetto e il potenziale per tutte le arti teatrali, potrebbe ancora valere la pena di fare – questo testo resta un audace ritratto artistico, riuscito in larga misura.

Lo spettacolo recupera e riafferma con forza il credo di McQueen: il design, al suo meglio, è un atto d’amore verso la persona – una sintesi di chi quell’uomo o quella donna era, è e può diventare – e dunque risiede, paradossalmente, nella mente tanto quanto nello sguardo, non soltanto nel senso visivo. Fu per questo che Alexander McQueen scelse la frase di Shakespeare che apre questa recensione da portare tatuata: un blasone per il suo tempo e – certamente – per tutti i nostri tempi.

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