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RECENSIONE: Pinter Uno, Teatro Harold Pinter ✭✭✭✭
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pauldavies
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Paul T Davies recensisce Pinter One, che riunisce One For The Road, The New World Order, Mountain Language, Ashes To Ashes e The Pres and an Officer, ora in scena all’Harold Pinter Theatre nell’ambito della stagione Pinter at the Pinter.
Paapa Essiedu e Kate O'Flynn in Pinter One Pinter One Harold Pinter Theatre
27 settembre 2018
4 stelle
È un progetto ambizioso ed entusiasmante quello della Jamie Lloyd Company: portare in scena tutti i testi brevi di Pinter, insieme ad alcune sue poesie e sketch, per commemorare il decimo anniversario della morte del drammaturgo, al teatro che porta il suo nome. Un’occasione rara per vedere lavori poco rappresentati. Se le prime due serate sono un indizio di ciò che ci aspetta, ci troviamo davanti a un’esperienza teatrale davvero avvincente.
Paapa Essiedu e Jonjo O'Neill in Pinter One
Pinter One intreccia il politico, e Jamie Lloyd ha curato una selezione di pezzi a tema politico che, insieme, formano un tutto coerente. Entriamo accompagnati da musica trionfale: siamo in uno Stato fascista (o comunista?), ma la musica richiama in modo inequivocabile la Last Night of the Proms, legata a una certa idea di “englishness”. Il Ministro della Cultura, un tempo a capo della polizia segreta, ci accoglie alla sua conferenza stampa tra sorrisi e coriandoli. Jonjo O’Neill è splendidamente viscido, padrone del doppio linguaggio, e la risata si spegne di colpo quando parla di “andare avanti” uccidendo i bambini e stuprando le donne. Questo prende corpo in One For The Road, che chiude il primo tempo. Per tutta la prima parte O’Neill è una presenza minacciosa, che esegue ordini; e con la lingua come arma di tortura — in realtà non vediamo mai violenza esplicita. Ciò che colpisce, ancora e ancora, è la maestria di Pinter con le parole; si è insistito fin troppo sulla “pausa pinteriana”. Per esempio, in Precisely, Maggie Steed e Kate O’Flynn interpretano i businessman Stephen e Roger, che discutono di venti milioni. Diamo per scontato si parli di denaro, ma Pinter aggiunge una parola. Venti milioni di morti. Poi ne aggiunge un’altra. Venti milioni di morti, precisamente. L’orrore si mette a fuoco con una chiarezza agghiacciante.
Antony Sher e Paapa Essiedu in Pinter One.
Per tutta la serata Maggie Steed dona ai suoi ruoli una dignità devastante, leggendo la poesia Death, ma soprattutto come madre in Mountain Language, un testo brutale sull’epurazione etnica e sulla cancellazione della lingua. Paapa Essiedu, eccellente dall’inizio alla fine, è straziante nei panni del prigioniero; Steed è sua madre e, al centro, Kate O’Flynn riesce a stabilire un contatto breve e tenero con il marito, una presenza fantasmica interpretata da Jonathan Glew. È superbo e, proprio quando la raccolta comincia a dare l’impressione di qualcosa che si debba “resistere” più che vivere, l’atmosfera si alleggerisce con The Pres and an Officer, con una guest star: il Presidente Trump! Sembra scritto oggi; in realtà, gran parte del testo, lungo tutta la serata, suona sorprendentemente fresco. Il primo atto si chiude con il potentissimo One For The Road, con Antony Sher nel ruolo della figura bonaria da “zio” che, guarda caso, dirige una fabbrica di torture. La sua gentilezza, la cortesia, la banalità di frasi come “one for the road?” che contengono una minaccia enorme, scagliata contro Essiedu e O’Flynn, e la parola “was” non vi è mai schiaffeggiata in faccia con tanta precisione.
Maggie Steed e Paapa Essiedu in Pinter One
La seconda parte è il tardo Pinter in atto unico, Ashes To Ashes, e O’Flynn ed Essiedu fanno da ponte con la prima metà interpretando Rebecca e Devlin, una coppia di periferia apparentemente ordinaria. Lei racconta un’aggressione sessuale, in cui è stata costretta a “baciargli il pugno”, mentre il suo aggressore la strangolava. La sua paura delle sirene, all’inizio, la collega fortemente a One For The Road; sembra che la coppia stia rivivendo atrocità. Ma poi inizia a emergere che Devlin potrebbe essere suo marito, o almeno il partner, la cui gelosia sembra estorcerle una confessione. Quindi Pinter fa esplodere l’ambientazione quando Rebecca ricorda neonati strappati alle madri, e il suo fagottino portato via, evocando memorie dell’Olocausto. Eppure sembra anche che stia raccontando una risposta alle costruzioni culturali della Shoah: parla di “Memory Elephantitus”, in cui la memoria si espande e trabocca come salsa. Sta forse rielaborando l’esperienza di aver visto Sophie’s Choice, o la nostra coscienza collettiva di spettatori di Schindler’s List? Mi piace in particolare il modo in cui la regista Lia Williams e gli attori strappano via quell’intonazione e quell’approccio ingessati, da middle class, che spesso rischiano di soffocare Pinter. Qui sono appassionati, popolari, si godono il testo, e il disegno luci accompagna perfettamente il battito dell’opera.
È una serata cupa, non lo si può negare. Ma vale la pena vederla per un’interpretazione fantastica, controllata e sublime, e per una regia sicura che usa le parole di Pinter come proiettili.
Fino al 20 ottobre 2018
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