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NOTIZIE

RECENSIONE: Platonov, Chichester Festival Theatre ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

stephencollins

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James McArdle e Nina Sosanya in Platonov. Platonov

Chichester Festival Theatre

24 ottobre 2015

5 stelle

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Andare a teatro con costanza ha i suoi svantaggi: ci si stanca degli “stili”, degli autori di moda o dei registi “in voga”; ci si annoia nel vedere “star” provenienti da altri media divorare ruoli al di sopra delle proprie possibilità; quando la mediocrità viene scambiata per nuova grandezza, può gelarti il sangue; e la credulità e l’ingenuità del pubblico possono farti temere per il futuro della forma.

Ma ci sono anche dei vantaggi: puoi assistere al primo testo nuovo di una grande promessa della drammaturgia e poi seguirne il percorso; puoi vedere l’esordio folgorante di un interprete, un regista o un scenografo di talento; puoi cogliere lo sviluppo di una tendenza o l’inizio del declino di un genere; puoi imbatterti in una performance spartiacque per la carriera di un attore, in una regia visionaria o in un allestimento davvero imbattibile. A volte, raramente, queste cose accadono tutte insieme.

David Hare e Jonathan Kent cercano di completare, dai primi anni 2000, un percorso di lavori dedicato agli esordi di Anton Čechov. Sia Ivanov sia Platonov furono adattati da Hare per Kent quando co-dirigeva l’Almeida con Ian MacDiarmid, ma lì non arrivarono mai a Il gabbiano e, dato che Platonov debuttò a poche ore dall’orrore dell’11 settembre, comprensibilmente l’attenzione era rivolta altrove. Ora, con la stagione Young Chekhov in scena al Chichester Festival Theatre, Hare e Kent hanno l’occasione di cogliere l’attimo.

Con l’aiuto della scenografia straordinariamente versatile e di ammaliante bellezza di Tom Pye, che con decisione e fermezza evoca il senso nitido di una sorta di Arcadia russa in dissolvenza, e con le luci assolutamente sbalorditive di Mark Henderson, Kent dà vita in modo brillante ed evocativo alla versione di Platonov riplasmata, accorciata (per fortuna) e ringiovanita da Hare.

Ma sia chiaro: non sono le abilità, accuratamente calibrate, del team creativo a rendere questo Platonov materiale da annali; a far sembrare impossibile immaginare un mondo in cui i tre titoli della stagione Young Chekhov non si trasferiscano a Londra e non vadano in scena davanti a sale piene di spettatori affamati di classici rivitalizzati; a farti chiedere come sia possibile che tu abbia mai dovuto sorbirti messe in scena cechoviane noiose, meritorie e decisamente poco divertenti. No. Non sono l’autore, il regista, gli altri creativi o la compagnia di repertorio riunita per il progetto.

James McArdle in Platonov. Foto: Johan Persson

È James McArdle.

Tra le interpretazioni che definiscono una carriera e creano una star, la prova virile, vibrante e irresistibilmente disinvolta di McArdle nei panni di Platonov deve essere annoverata tra le più grandi dei tempi moderni.

Non è che McArdle sia nuovo a questo livello: è stato magnifico come Giacomo I in The James Plays, ha tenuto testa ad Andrew Scott (non poco) in Emperor and Galilean e con Jack Lowden ha fatto di Chariots of Fire qualcosa di ben più di un semplice spettacolo sulla corsa; è stato un Malcolm duro e tenace in Macbeth al Globe e, naturalmente, qui a Chichester il suo tutor smarrito, Aleksey, era il giocattolo nelle mani di Janie Dee.

E in questa stagione Young Chekhov, Ivanov mostra chiaramente la sua ampiezza d’attore: qui è sguaiato, di un’energia esplosiva, quasi un anti-Don Giovanni con la mania di grattarsi i pruriti — completamente diverso, trasformato rispetto all’ingessato e giudicante Lvov che in Ivanov restituisce con squisita precisione.

Ma con McArdle in Platonov succede una cosa: dopo averlo visto all’opera, è difficile immaginare chiunque altro riuscire nell’impresa con altrettanto carisma, brio e abbagliante abilità. Il cuore frizzante e pulsante della produzione è il suo: sulle sue spalle, lo spettacolo si salva o crolla.

Il testo in sé, anche con l’aiuto considerevole di Hare, resta un intruglio bizzarro. Melodramma e farsa, danzando su uno sfondo russo, producono esiti disomogenei; ma la ricca varietà del cast di supporto e l’idea centrale — che gli uomini russi della zona siano talmente terribili da far sì che un perdigiorno, una specie di maestro/marito, diventi per le donne un frenetico oggetto del desiderio, una sorta di cliché dell’uomo come sex symbol (da qui l’anti-Don Giovanni) — regalano momenti davvero esilaranti. Al tempo stesso, alcune sezioni risultano quantomeno strane, e nel peggiore dei casi francamente ridicole.

McArdle, però, come una carta vetrata teatrale, leviga le crepe del testo e lo tiene insieme con la pura forza della sua presenza magnetica; e l’approccio realistico che dà alle circostanze poco realistiche di Platonov fa vibrare lo spettacolo di energia e offre ai colleghi una base felice per fare un lavoro migliore di quanto il testo, da solo, potrebbe far presagire.

Jade Williams, Nicholas Day e James McArdle. Foto: Johan Persson

C’è una sequenza meravigliosa nel secondo atto, quando Platonov, in post-sbornia, spettinato, sporco, vestito soltanto con assurdi e disgustosi mutandoni lunghi, si nasconde nell’aula, per poi ricevere la visita di una successione di personaggi principali, tutti desiderosi di amarlo o ucciderlo o bere vodka con lui. È un capolavoro di assurdità comica da parte di tutti, ma non avrebbe funzionato così bene senza le fondamenta energetiche gettate da McArdle nel primo atto.

Nina Sosanya è deliziosa nei panni di Anna Petrovna, la scrittrice di lettere (“Non hai sedotto nessuno, vero?”), una delle cacciatrici di Platonov. Ha una fine arguzia nel modo in cui porge le battute, che strappa sorrisi anche quando si toccano questioni dure. Ma è capace di mandare giù vodka come un marinaio. La sua splendida scena con Platonov spettinato, in cui si chiede se ci sia qualcosa di peggio che essere una donna istruita, prefigura momenti di maggiore peso nei successivi testi cechoviani. Sosanya gestisce tutto con la morbida lama giusta, al millimetro.

Jade Williams eccelle come la timida eppure esigente Saša — il suo quasi suicidio, in stile Anna Karenina, è insieme comico e inquietante. Costruisce una Saša precisa e complessa che funziona benissimo con il Platonov di McArdle e fa un contrasto efficace con l’Anna di Sosanya e con la Sof’ja di Olivia Vinall, esigente in un altro modo: la donna che non riesce a zittire Platonov con le sue arti femminili e quindi sceglie misure diverse, più drastiche.

Jonathan Coy e Mark Donald in Platonov. Foto: Johan Persson

Jonathan Coy, Pip Carter, David Verry, Mark Penfold, Beverley Klein (splendida nello spennare il fagiano!) e, soprattutto, Nicholas Day (un Triletsky tonante, dallo sguardo folle) offrono tutti un supporto eccellente, disegnando un ventaglio di personaggi irascibili, inquieti e inquietanti, contro cui misurare Platonov. Una menzione speciale va a Des McAleer, nei panni del bilioso aspirante assassino Osip: è stramaturo e delizioso, un po’ alla Alfred Doolittle.

Col Farrell riesce a cavare molto da pochissimo come il messaggero Marko, e Brian Pettifier brilla come l’ispirato Bugrov: “Esiste un uomo al mondo che, in cuor suo, non preferisca farlo con le domestiche?” Sarah Twomey lascia il segno anche come Marija, la “nemica santa” di Platonov, con un notevole talento nel rossore, e Mark Donald è davvero spassoso: il suo Glagolyev ossessionato da Parigi e dal denaro è una gioia cesellata, da schiaffo in faccia.

Lo spettacolo ha tutto: sesso, fuochi d’artificio, tentati suicidi, suicidio contemplato, un colpito da ictus, sicari assoldati, omicidio e dialoghi brillanti, brillantissimi. E vodka. Tanta vodka. È un mix comico inebriante, cucito insieme con quel tipo di osservazioni sulla vita, sull’amore e sull’inutilità di entrambi che Čechov avrebbe esplorato in grande dettaglio più avanti nella sua carriera.

Un’altra produzione sontuosa di un superbo adattamento di Hare, tratto da un Čechov degli inizi ingombrante e leggermente schizofrenico, resa ancora più splendida da un cast coinvolto e dall’innegabile carisma da star di James McArdle.

Davvero imperdibile.

Platonov è in scena nell’ambito della stagione Young Chekhov fino al 14 novembre 2015

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