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RECENSIONE: Strictly Ballroom, Piccadilly Theatre ✭✭✭✭
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douglasmayo
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Douglas Mayo recensisce Strictly Ballroom, il musical tratto dal film di Baz Luhrmann, attualmente in scena al Piccadilly Theatre di Londra.
Zizi Strallen (Fran) e Jonny Labey (Scott) in Strictly Ballroom. Foto: Johann Persson Strictly Ballroom
Piccadilly Theatre
25 aprile 2018
4 stelle
Strictly Ballroom nasce come copione teatrale sviluppato in laboratorio da Baz Luhrmann, ispirato alle sue esperienze giovanili come ballerino competitivo di balli da sala in Australia. È un mondo in cui la teatralità delle esibizioni, i personaggi sopra le righe e gli ego degli organizzatori si prestavano alla perfezione al racconto sentito e comico di Luhrmann.
Lo spettacolo ha debuttato nel Regno Unito al West Yorkshire Playhouse nel dicembre 2016, in una produzione diretta e coreografata da Drew McOnie. Qualcuno, però, ha deciso di apportare modifiche sostanziali a quell’allestimento e ciò che ora viene presentato al Piccadilly Theatre, pur conservando alcuni elementi portanti dello spettacolo, è davvero una creatura molto diversa.
Will Young in Strictly Ballroom. Foto: Johann Persson
Se la produzione di Leeds era a tutti gli effetti un musical, quello che abbiamo oggi è qualcosa che non è propriamente un musical: ha la struttura e il tappeto sonoro tipico di un film e, di conseguenza, risulta un po’… fuori fase. È davvero l’unica espressione che mi viene per descriverlo.
Will Young interpreta il ruolo, creato appositamente, di Wally Strand. In qualità di narratore comico e cantante della partitura pop dello spettacolo, Strictly Ballroom sembra ormai un jukebox musical che non è un jukebox musical. Will domina la scena e dal pubblico arriva un grande calore, ma viene spontaneo chiedersi cosa abbia spinto a questo cambiamento. La necessità di un nome di richiamo?
Jonny Labey e il cast di Strictly Ballroom. Foto: Johan Persson
Jonny Labey è il ribelle Scott Hastings, mentre Zizi Strallen interpreta Fran (Just Fran), la principiante secchiona e il catalizzatore di molte delle azioni di Scott che alimentano il conflitto della trama. Tra loro c’è una chimica autentica. È un piacere guardare i numeri di danza e la trasformazione da “brutto anatroccolo” di Strallen man mano che lo spettacolo procede.
Anna Francolini (Shirley Hastings), Richard Grieve (Les), Gerard Horan (Barry) e Stephen Matthews (Doug) incarnano la quota “establishment” di questa storia nei panni di genitori, famiglia e Presidente della Federazione di Danza. Esagerati e spesso volutamente grotteschi, fanno da splendido contrappunto ai giovani protagonisti. Stephen Matthews, in particolare, mi ha colpito con il suo Doug Hastings finemente misurato: la sottigliezza dell’interpretazione, lo sviluppo del personaggio, la gioia senza filtri della sequenza in flashback e la riconquista dell’equilibrio di potere nel finale dello spettacolo sono osservati e restituiti con grande sensibilità.
Il cast di Strictly Ballroom. Foto: Johan Persson
Certo, il ballo da sala non è ballo da sala senza l’esotico, lo strambo e lo sfacciatamente flamboyant dei ballerini, e, come la profusione di paillettes dei loro costumi vistosi (firmati dalla brillantissima Catherine Martin), sono a dir poco abbaglianti. Michele Bishop, Gabriela Garcia, Charlotte Goch, Liam Marcellino, Lauren Stroud, Gary Railings, Chrissy Shunt, Dale White, Jacon Maynard, Selina Hamilton, Freya Rowley, Luke Jackson, Tinovimbanashe Sibanda e Justin-Lee Jones danno tutto, fino in fondo. Frenetici e ipnotici, con una sicurezza tecnica notevole, offrono un intrattenimento garantito: è un piacere guardare questo gruppo di ballerini così talentuoso. Magia!
Fernando Mira (Rico) domina la scena nel Paso Doble (Habenera) che chiude il primo atto. Un eccesso di testosterone, tempi comici impeccabili e una presentazione minuziosa si combinano per rendere la sua performance uno dei momenti migliori dello spettacolo. L’Abuela di Eve Polycarpou è interpretata con una sincerità comica e un cuore enorme.
La scenografia di Soutra Gilmour ha perso parte dell’aspetto rustico, semplice e un po’ dimesso della versione originale, che si accordava così bene con i colori del paesaggio rurale australiano. Al suo posto c’è una moltitudine di elementi mobili che, a tratti, conferiscono al palco l’aspetto di una grande superstrada, dove un ingorgo causato da un maxi-tamponamento potrebbe verificarsi da un momento all’altro. L’ho trovato un po’ troppo affollato e, secondo me, toglie qualcosa alla semplicità della storia e delle interpretazioni.
Charlotte Gooch (Tina Sparkle) e Gary Watson (Ken Railings) in Strictly Ballroom. Foto: Johan Persson
La splendida band in scena, guidata da Ben Atkinson, ha eseguito alla perfezione le orchestrazioni dinamiche di Simon Hale. Quando gli ottoni si scatenano, è davvero qualcosa di speciale. Vale la pena fermarsi qualche istante alla fine dello spettacolo per ascoltare la musica di uscita. Incredibile!
Strictly Ballroom potrebbe essere un grande spettacolo e, a mio parere, la colpa non è del cast instancabile, che ci mette il 110%, bensì degli autori Baz Luhrmann e Craig Pearce, che hanno creato un ibrido tra film/musical/concerto che ormai non sa più bene cosa voglia essere.
Infine, tanto di cappello al regista e coreografo Drew McOnie: un altro lavoro fatto davvero bene, e ora via a portare King Kong a Broadway. È bello vedere che la prossima generazione di talenti creativi in questo Paese è già qui e sembra destinata a diventare iconica quanto i grandi del musical theatre, che arrivino da Broadway o dal West End, che li hanno preceduti.
Strictly Ballroom è una serata divertente. Peccato soltanto che, lungo la strada verso il West End, abbia perso quell’ingrediente speciale che lo rendeva davvero speciale.
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