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RECENSIONE: The Jungle al Playhouse Theatre ✭✭✭✭✭
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markludmon
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Mark Ludmon recensisce The Jungle di Joe Murphy e Joe Robertson dopo il suo trasferimento al Playhouse Theatre
The Jungle. Foto: Marc Brenner The Jungle
Playhouse Theatre
Cinque stelle
Prenota ora Arrivato a ospitare fino a 8.000 rifugiati nel suo momento di massima affluenza, il “Jungle” di Calais è diventato il simbolo della gigantesca sfida affrontata dall’Europa di fronte ai profughi in fuga da conflitti e sconvolgimenti in Africa e in Medio Oriente. L’indimenticabile testo di Joe Murphy e Joe Robertson, The Jungle, esplora la realtà della vita nel campo e ciò che ha spinto tante persone a rischiare la propria vita, viaggiando per migliaia di chilometri, per ritrovarsi sulle rive della Manica in cerca di asilo nel Regno Unito.
Così come una parte dei media britannici ha usato il Jungle per alimentare la paura dei rifugiati, lo spettacolo rivela che cosa il campo sia arrivato a significare per chi vi è passato. Il suo nome popolare può aver evocato un’immagine primitiva, ma la pièce ci ricorda che in origine era “Dzhangal”, una parola pashtu afghana che significa “questa è la foresta”, a indicare come fosse un crogiolo di razze, culture e religioni diverse, costrette a convivere nello stesso luogo.
Murphy e Robertson, che nel campo hanno fondato il Good Chance Theatre, celebrano il modo in cui questi gruppi tanto disparati hanno superato antiche inimicizie per vivere insieme e creare una comunità con chiese, moschee, una scuola e ristoranti. Le tensioni a volte esplodono in violenza, ma i leader della comunità vengono mostrati capaci di tenerle sotto controllo. Pur essendo due giovani dello Yorkshire, gli autori non temono di affrontare l’impatto dei “benpensanti” britannici arrivati per dare una mano in un momento in cui alcuni nel campo non sentivano di averne bisogno. Se i volontari finiscono per offrire un sostegno vitale, lo spettacolo mette in luce anche come l’intervento coloniale della Gran Bretagna e di altri Paesi europei abbia contribuito all’instabilità dell’Africa e del Medio Oriente che ha portato alla crisi attuale.
The Jungle al Playhouse Theatre. Foto: Marc Brenner
C’è un campionario di volontari – tutti bianchi – che va dai due diciottenni, l’intenso ex allievo di Eton interpretato da Alex Lawther e il concentrato di indignazione appassionata di Rachel Redford, fino alle figure più navigate di Jo McInnes e Dominic Rowan e all’hippy ormai anziano di Trevor Fox, in cerca di espiazione per essere stato un padre assente. Ma la pièce è soprattutto la storia dei migranti che vi hanno vissuto. Ben Turner spicca nel ruolo di Salar, proprietario del principale ristorante del Jungle, che combatte la rabbia profonda per la distruzione della sua Afghanistan natale per diventare uno dei leader e mediatori di pace del campo. Oltre a fare da narratore, Safi di Ammar Haj Ahmad è un accademico siriano che coglie il mix di speranza e perdita che accompagna l’essere rifugiati lontano da casa. Mohammad Amiri è coinvolgente nei panni del quindicenne Norullah, costretto a crescere in fretta mentre tenta ripetutamente di intrufolarsi nel Regno Unito, mentre John Pfumojena è straziante come Okot, traumatizzato, la cui storia del viaggio dal Sudan rende tangibili gli orrori subiti da tantissimi rifugiati.
L’oscurità, l’intensità e la rabbia sono ben bilanciate da humour e momenti di gioia, punteggiati da musica e spettacolarità del cast, inclusi i musicisti Moein Ghobsheh e Mohamed Sarrar, entrambi arrivati nel Regno Unito passando per il Jungle. L’impatto dello spettacolo deve molto alla scenografia di Miriam Buether: come nell’allestimento originale al Young Vic, il tradizionale auditorium a boccascena del Playhouse Theatre viene completamente trasformato nel ristorante afghano di Salar, dove il pubblico siede a tavoli di fortuna, a volte servito con chai o pane piatto, e si ritrova immerso nel mondo del campo (anche se attenuato dall’aria condizionata del teatro e dal bar e dai bagni di design).
Diretto da Stephen Daldry e Justin Martin, il ritmo non cala mai mentre seguiamo la storia della nascita del campo nel gennaio 2015 fino alla sua distruzione da parte dei bulldozer nell’ottobre 2016. Tra regolari stoccate alle autorità e all’allora Home Secretary Theresa May, al centro della pièce c’è rabbia, ma anche un appello alla comprensione. Con un’ironia devastante, ci viene ricordato che i rifugiati sono finiti a Calais per amore della Gran Bretagna, della sua cultura e del suo calcio, incapaci di comprendere perché non siano voluti dalla nazione di cui cercano di far parte. Il campo può anche non esistere più, ma il finale sottolinea che la crisi dei rifugiati continua. A quasi due anni di distanza, i rifugiati sono ancora dispersi nell’area di Calais e in altre parti d’Europa, rendendo The Jungle un lavoro teatrale urgente e importante, da non perdere.
In scena fino al 3 novembre 2018
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