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RECENSIONE: Questi Alberi Fatti di Sangue, Southwark Playhouse ✭✭✭
Pubblicato su
Di
stephencollins
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Questi alberi erano fatti di sangue
The Little, Southwark Playhouse
21 marzo 2015
3 stelle
Il cabaret può voler dire molte cose per molte persone. Esiste un intero mosaico di aspettative: dalle vertiginose, sgargianti vette delle imprese dalle unghie verde brillante di Liza Minnelli nella versione cinematografica del grande Kander e Ebb, fino ai piaceri più intimi che si possono ricavare da un artista solista che interpreta una serie di brani legati da un ammaliante o acuto parlato. All’inizio del XX secolo, in Germania emerse un tipo particolare di cabaret: il Kabarett weimariano. Un cabaret specifico, politico: sexy, intriso di umorismo nero e satirico, e guidato da un carismatico Maestro di Cerimonie; un intrattenimento intimo e ferocemente ironico. Provocatorio e gioioso, ma con risonanze rivelatrici.
Kander e Ebb presero la forma del Kabarett weimariano e la “jazzarono” per il loro rivoluzionario Cabaret. Ora, in scena al The Little, lo spazio più raccolto del Southwark Playhouse, arriva These Trees Were Made Of Blood, un lavoro che si colloca con decisione nel solco del Kabarett weimariano. Ideato da Amy Draper (regia), Paul Jenkins (testo) e Darren Clark (musica) — tutti appassionati e talentuosi — punta a fare luce sulla “Guerra sporca” in Argentina (1976-1983) e sul destino dei Desaparecidos: giovani dissidenti, critici verso i governanti militari, prelevati dalle autorità e mai più tornati.
La cornice escogitata per lo spettacolo è il Coup Coup Club (un intelligente gioco sul Kit Kat Club che stabilisce subito il terreno di gioco tra dittature militari e oppressione): un nightclub squallido dove ideologi di estrema destra si ritrovano per celebrare le proprie vittorie tra un bicchiere generoso e empanadas fritte e croccanti. L’atmosfera è decisamente straniante, come se Alice fosse caduta attraverso un buco nello shabby chic e fosse finita in un posto che non vede un addetto alle pulizie determinato da un decennio, dove sporco e disordine sono di casa insieme a tavoli, sedie e panche, e dove l’obbligata cordialità tra estranei è onnipresente.
Le pareti sono tappezzate di fotografie dei Desaparecidos, talvolta coperte da un velo di tenda leggero e dall’aria sporca. Una mensola corre lungo la parte alta di tutto lo spazio e, su di essa, sono sistemati fascicoli d’archivio dall’evidente funzione burocratica. In un angolo c’è una semplice e deliziosa zona cucina d’altri tempi; di fronte, uno spazio rialzato dove una band super-cool e polistrumentale suona e canta; e al centro una pedana su cui domina l’MC e si alternano gli altri numeri di cabaret. La scenografia di Georgia Lowe è impeccabilmente underground, meravigliosamente cupa nella sua domesticità.
A differenza del Kabarett weimariano o del capolavoro di Kander e Ebb, però, il tema dei vari numeri che si susseguono al Coup Coup Club non è universalmente noto. Può anche essere un atto d’accusa contro il mondo, ma non tutti conoscono i dettagli sconvolgenti che circondano i Desaparecidos. E senza almeno un minimo di contesto, These Trees Were Made Of Blood non può funzionare bene quanto potrebbe.
Ci sono due elementi chiave che è necessario conoscere perché lo spettacolo funzioni davvero:
(a). le madri dei Desaparecidos intrapresero azioni pubbliche e clamorose per trasformare la ricerca dei figli scomparsi in un problema per la giunta militare al potere; le loro marce e proteste furono efficaci e continuano ancora oggi; e
(b). i militari utilizzavano i “voli della morte” per mettere a tacere i nemici: li drogavano e poi li gettavano, vivi, dagli aerei mentre sorvolavano il mare, perché annegassero e scomparissero per sempre.
Se non si conoscono queste cose, può volerci parecchio perché il senso di alcune canzoni e di alcuni numeri del Coup Coup Club diventi chiaro. A differenza del Cabaret con Minnelli, in cui tutti avevano ben presente lo sfondo storico in cui era ambientato, These Trees Were Made Of Blood finisce per “insegnare” le atrocità che mette in scena tra canzoni e sketch man mano che procede: un compito molto più arduo.
Ciononostante, l’idea del Coup Coup Club funziona molto bene. Gli artisti agiscono nei propri spazi performativi ma anche in mezzo e attorno agli spettatori. All’inizio è scomodo, ma il fascino spontaneo e la persistente determinazione dei performer diventano via via rassicuranti e familiari, cullando lo spettatore nella compiacenza — e facendolo sentire quasi complice quando le terribili verità vengono infine svelate.
La musica — un pastiche che sfiora l’hippie, il folk e il country — eseguita dalla piccola band aiuta enormemente a creare un senso di calore e leggerezza, facendo sì che l’intenso, esplicito orrore delle tragedie personali che si dispiegano risulti ancora più devastante. Le musiche di Clark centrano l’obiettivo con ammirevole efficacia. Voci grezze e visceralmente partecipate di Josh Sneesby, Rachel Dawson, Eilon Morris e Anne-Marie Piazza offrono un fondale ricco e talvolta dolorosamente inquietante. Alcuni passaggi sono stonati, ma, curiosamente, qui non ha importanza. Anzi, sottolinea la convinzione che sostiene le canzoni.
Al centro di tutto — e principale ragione del successo del pezzo — c’è una prova sorprendentemente sicura di Greg Barnett. Nei panni del Generale nonché Maestro di Cerimonie, Barnett è il volto sexy e seducente del regime militare argentino assassino. Seduce il pubblico senza alcun pudore con battute fulminanti e pessime, un sorriso scintillante e una voce dannatamente notevole: ciò che dice è oltraggioso, raccapricciante, spassosissimo. Ma la sua restituzione è impeccabile: coinvolgente e totalmente terrificante propaganda.
Circa a metà del primo atto, dopo molto contesto che senza una conoscenza dettagliata della Guerra sporca può risultare poco comprensibile, l’idea centrale prende finalmente slancio. Una donna cerca la figlia scomparsa. Il Coup Coup Club viene utilizzato per far provare al pubblico empatia per la madre; è davvero astuto e funziona a meraviglia.
Da quel momento il Kabarett diventa una miccia a lenta combustione, con vignette potenti e disturbanti lungo il percorso. Il potere del Generale di mettere a tacere e abusare cresce e, in un mare di frasi fatte sull’unità, sulla necessità di reprimere il dissenso e sui “fallimenti della sinistra”, emergono isole di orrore inimmaginabile.
Un momento che resta impresso riguarda la figlia desaparecida (Charlotte Worthing) della madre disperata che la cerca (Val Jones). In una scena disturbante, il Generale prende un palloncino molto lungo, simile a una salsiccia, e lo infila nella bocca della ragazza. Sparisce completamente dentro di lei; sembra un frammento di un agghiacciante snuff pornografico. L’uso del palloncino è un esempio delle possibilità del Kabarett nella loro massima potenza.
È un lavoro teatrale coraggioso e importante. Sembra però troppo lungo, forse di una trentina di minuti, e gioverebbe a essere un evento senza interruzioni, con la possibilità di ordinare drink e stuzzichini dai tavoli nella vecchia tradizione di Weimar, invece di essere artificialmente troncato da un intervallo. Una volta avviata la ricerca della figlia scomparsa, la spinta narrativa sarebbe meglio non interromperla.
A Londra non capita spesso di vedere un cabaret politico e polemico come These Trees Were Made Of Blood. Questa produzione è istruttiva e folgorante. Ti viene voglia di approfondire la Guerra sporca e di trovare un modo per sostenere quelle madri coraggiose e senza paura nella loro ricerca di verità e di una chiusura. E ti fa anche chiedere perché tu abbia trovato così irresistibile il Generale da idolo da matinée di Barnett, ricordandoti con forza che non è tutto oro quel che luccica.
Vale davvero la pena vederlo.
These Trees Are Made Of Blood è in scena fino all’11 aprile al Southwark Playhouse
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