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NOTIZIE

RECENSIONE: Tick Tick BOOM!, Park Theatre ✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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Gillian Saker e Chris Jenkins in Tick Tick BOOM! Tick Tick BOOM!

Park Theatre 90

8 maggio 2017

4 stelle

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Bronagh Lagan, regista di questa splendida ripresa nel meraviglioso nuovo polo artistico di Finsbury Park del “banco di prova” di Jonathan Larson per il suo musical mega-epocale-icona che ha cambiato tutto, Rent, sta rapidamente diventando una delle registe più innovative e riflessive del Paese.  Anzi, è talmente avanti che, in un certo senso, siamo noi a doverle stare dietro, mentre la sua immaginazione corre già oltre, inventando nuovi modi di risposta.  La prima volta che l’ho vista farsi notare è stato nel minuscolo Tristan Bates Theatre, con una produzione d’impatto di The Stationmaster di Tim Connor e Susannah Pearse.  Mentre la stavo ancora metabolizzando, ha tracciato una rotta decisa nello spazio Large del Southwark Playhouse con un Promises, Promises schietto e magistrale, uno spettacolo di tale brillantezza che solo adesso mi rendo pienamente conto di quanto fosse pensato nei minimi dettagli e di quanto funzionasse.  All’epoca non lo sapevo, ma mesi dopo la chiusura riesco ancora a vedere le sue impostazioni e le disposizioni dei personaggi, a seguirne i movimenti, a sentirne le parole, a cogliere le espressioni sui volti e – soprattutto – a provare di nuovo ciò che si provava a stare in platea e vivere l’evento che fu quella messa in scena.  Non tutti i registi sono dotati di questa straordinaria capacità di “risuonare” così con il pubblico, di prolungare il rapporto tra loro e le compagnie meticolosamente assemblate e le produzioni elaboratamente costruite, arrivando oltre la durata prevista e fino al “dopo”, quando lo spettacolo è ormai finito.  Credo che Lagan possa essere una di queste registe rare.

Jordan Shaw, Gillian Saker e Chris Jenkins in Tick Tick BOOM.

Se è così, allora va dato merito a Katy Lipson di Aria Entertainments, di cui Lagan è protetta, e che insieme a Joe C Brown è ora al timone di questa chicca: una deliziosa pièce per tre tratta dal brillante monologo soft-rock di Larson, in cui l’autore sperimenta molte idee, topoi e gesti destinati a prendere vita piena nella modernizzazione più ampia, più espansiva e compiutamente realizzata de La Bohème.  Alla prima produzione in questo indirizzo, la squadra ha arruolato, nel trio dello spazio più raccolto, un cast davvero accattivante: Chris Jenkins, che qui aveva già fatto centro non molto tempo fa con The Burnt Part Boys, torna come alter ego di Larson, Jonathan, alle prese con la scrittura del Grande Musical Americano nella forma del suo (probabilmente piuttosto impraticabile) Superbia; e come spalle affabili troviamo Gillian Saker, con impeccabili credenziali di prosa, nel ruolo di Susan, e Jordan Shaw che porta un tocco di scintillio West End nei panni di Michael.  Tutti e tre possono inoltre interpretare una serie di ruoli minori, a volte condividendoli, dando al pezzo una vena divertente e quasi improvvisata.

Chris Jenkins in Tick Tick BOOM!

Le loro interpretazioni sono piene d’amore, tenerezza, arguzia e di un umorismo gentile, ironicamente auto-ridimensionante e al tempo stesso intensamente auto-centrato.  Sono prove che nascono dall’interno dei personaggi e si espandono verso di noi.  Sono certo che matureranno nel corso della tenitura.  Sul piano tecnico può esserci uno o due piccoli intoppi da superare, soprattutto per quanto riguarda l’udibilità (e sono fiducioso che Jamie Woods risolverà questi problemi nel suo sound design): la band è amplificata ma – almeno la sera stampa – non sembrava che lo fossero i performer.

Il copione, di per sé, è una storia di “dietro le quinte” apparentemente lineare, del tipo “E poi ho scritto…”, ma sottoposta a un restyling massicciamente post-moderno.  Le canzoni offrono una varietà più da revue che non la convenzione del musical “a libro”.  La piccola band dal vivo (guidata con gran cura dall’MD ed esperto di Larson Gareth Bretherton) sembra davvero suonare “dentro le pareti” del suo minuscolo appartamento newyorkese.  E gli elementi della scenografia a collage di Nik Corrall possono essere spinti e tirati per creare una gamma enorme di spazi e ambienti diversi, oltre a stati d’animo e cornici per i singoli “numeri” che costituiscono le scene della storia.  Ben M Rogers illumina il tutto con un’attenzione essenziale ai dettagli strambi e bizzarri: dai lampi di luccichio in stile Broadway alle piccole fiammelle tremolanti, pucciniane, di candele.  L’atmosfera industriale prosegue con il ronzio intermittente dell’aria condizionata o con gli sbuffi di fumo artificiale.  Questo mondo fortemente urbanizzato suggerisce al tempo stesso la centralità e l’evanescenza del traffico umano per le strade e nei salotti, nei diner, negli uffici e nelle auto di questa “Larsonland”.  Philip Michael Thomas offre transizioni fluide verso un movimento interessante e idiomatico.

Chris Jenkins, Jordan Shaw, Gillian Saker in Tick Tick BOOM!

Lagan ricrea il musical come se fosse una pièce.  Non affronta il testo come un manuale per ottenere spettacolo facile, risate rapide e sentimentalismo prevedibile, ma come una sfida capace di coinvolgere la sua mente – e, di riflesso, quella del pubblico.  Prende in mano un’opera non solo celebre, ma ormai quasi leggendaria, e sembra dirci: “Credete di conoscerla… ma ne siete sicuri?”.  E mi accorgo ora che stava facendo lo stesso anche in Promises, Promises e in The Stationmaster, e sono contento di averlo capito.  Il risultato è che lo spettacolo colpisce duro: ci spinge continuamente fuori da ogni comfort e ci costringe ad ascoltare – con estrema cura e intensità – ogni parola pronunciata da queste persone preziose e meravigliose che, come miraggi, tremolano davanti ai nostri occhi nella loro fragilità e transitorietà umana.  Offre un tipo insolito di “coinvolgimento”, in cui il pubblico è metaforicamente in bilico sul punto di scoprire qualcosa di duraturo e significativo su di loro, pur restando sempre consapevole dell’immagine di quella rivelazione che scivola via sempre più lontano, diventando più forte e definita proprio mentre si fa più distante e difficile da afferrare.  Per uno spettacolo che è, di fatto, una prova generale del più grande e compiuto Rent, questo approccio è assolutamente giusto.  Può essere costruito in modo folle, con scene scritte una dopo l’altra in stili tra loro radicalmente diversi, tanto che a volte è impossibile intravedere una coerenza di tono, intenzione, scopo e maniera.  Eppure, sono felice di dire che ho già prenotato per tornarci e farci un’altra “sessione”, con i suoi affascinanti rompicapi estetici, più avanti nella tenitura.  È il tipo di produzione che ripaga un’attenzione del genere.

Foto: Claire Billyard

Fino al 27 maggio 2017

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