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NOTIZIE

RECENSIONE: West Side Story, Bishopsgate Institute ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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Julian Eaves recensisce West Side Story di Leonard Bernstein e Stephen Sondheim al Bishopsgate Institute.

West Side Story

Bishopsgate Institute

30 giugno 2018

5 stelle

Due anni fa, questa intraprendente organizzazione non profit ha stupito la scena del teatro musicale con il suo superbo “Ragtime”, e ora, con quasi esattamente lo stesso team artistico, torna a presentare un seguito nella forma del seminale “show degli show” firmato Bernstein–Sondheim–Laurents–Robbins–Shakespeare, che traspone la tragedia romantica di “Romeo e Giulietta” nei caseggiati popolari di New York sconvolti dalle gang, negli anni Cinquanta.

Il principale vanto di produzioni come questa, naturalmente, è poter vivere un grande spettacolo di Broadway con un’orchestra al completo (28 elementi), qui sotto la guida sicura di Ben Ferguson, e con una compagnia numerosa (39!… tecnicamente amatori, ma molti hanno una formazione pienamente professionale e alcuni sono sul punto di avviare carriere nel settore).  È incredibilmente difficile allestire produzioni commerciali, o anche sovvenzionate, di queste dimensioni, e non a caso queste repliche erano praticamente tutte esaurite.

Toby Hine è un giovane regista esordiente che si è assunto il compito di rinfrescare questo cavallo di battaglia del repertorio mainstream.  Per anni, l’opera è rimasta cristallizzata nell’ambra della leggenda di Broadway, e le produzioni su licenza dovevano attenersi a un intero manuale di istruzioni su come DOVESSE essere eseguito OGNI singolo movimento dello spettacolo: ricreando fedelmente, anzi servilmente, la direzione e la coreografia originali, ispirate e proteiformi, di Jerome Robbins.  Con il passare del tempo, questo ha reso molto, molto difficile per le produzioni vivere e respirare nel qui e ora: ogni nuova ripresa faceva apparire l’opera più stanca e più spenta della precedente.  Solo il meraviglioso, intramontabile film ha mantenuto viva la reputazione del titolo.

Per fortuna, dieci anni fa questi vincoli sono stati improvvisamente allentati e da allora è nata una nuova cultura di tentativi di restare fedeli allo spirito dell’opera, infondendole però la necessaria energia e intensità giovanili, essenziali perché i suoi personaggi, per quanto semplicistici, risultino credibili.  Il libretto di Laurents è spesso lodato, ma le sforbiciate alla sua drammaturgia rispetto alla versione originale più lunga presentano ancora problemi in abbondanza: il primo atto continua a risultare spesso prolisso e letargico, mentre il secondo è una corsa sfrenata verso il traguardo, in cui si perde il senso della tragica inevitabilità.

Senza scoraggiarsi, questa produzione ha gettato tutto quello che aveva nel progetto, ottenendo più che sufficiente magia per incantare e sedurre.  Hine ha di nuovo optato per una disposizione “a corridoio” in questa sala difficile, e ha trasformato in un punto di forza lo status di edificio tutelato di Grado II, creando passaggi dietro la platea in pendenza, grazie ai quali i personaggi sembravano avvolgere il pubblico nell’azione.  Non è accreditato alcuno scenografo, quindi presumiamo che sia tutto merito di Hine.  I costumi sono di instancabile Stewart Charlesworth, che ha creato una netta distinzione tra i pastello slavati degli italo-americani Jets e i colori primari audaci e appariscenti, con pantaloni neri e pizzo, per i “immigrati” portoricani con cui sono in eterno conflitto.  Jack Weir ha firmato le luci con il suo consueto senso di raffinatezza e plasticità teatrale, incorporando anche alcuni coraggiosi effetti dinamici.

Eppure, è per la sua vasta coreografia che questo dramma musicale ha raggiunto uno status leggendario.  Qui abbiamo visto il lavoro di un’intera squadra di arrangiatori del movimento: Lemington Ridley ha dato il via, ideando gran parte delle dinamiche sceniche dello spettacolo; poi, quando ha lasciato la produzione, è stato sostituito da Chris Whittaker, appena rientrato dalla sfortunata tournée di “Thoroughly Modern Millie”.  Whittaker, insieme a Guy Salim — che ha anche supervisionato l’intero apparato coreografico — ha rimodellato molti numeri e ne ha completamente riallestiti altri, oltre a completare ciò che era rimasto in sospeso.  È una splendida testimonianza della professionalità combinata di tutti i coinvolti che, nonostante questi cambi di personale, la concezione complessiva del vocabolario e dello stile coreografico dello spettacolo sia rimasta notevolmente consistente e coerente, il tutto con un cast che — con poche eccezioni — non era composto da ballerini particolarmente esperti o allenati.

Sul versante vocale, però, era indispensabile un’esperienza più solida, ed è stata ampiamente garantita dai magnifici protagonisti: il tenore alto, lussureggiante, del Tony di James Gower-Smith è stato un piacere totale da ascoltare e ammirare, e il soprano emozionantemente eroico della Maria di Emily McDouall è risultato persuasivo quanto quello di qualsiasi grande leading lady del West End; anzi, si è distinta anche per notevoli qualità drammatiche, affrontando con disinvoltura le svolte più goffamente melodrammatiche del secondo atto.

Accanto a loro, il Riff di Luke Leahy era splendidamente saldo e limpido, e l’Anita di Victoria Greenway un modello di aplomb e passione ardente.  Questo brillante contrasto era ulteriormente sostenuto dal machismo tagliente del Bernardo di Christopher Georgiou e dal Diesel “cool” di Ben Woolley.  Nel frattempo, nei ruoli degli adulti occasionali e piuttosto malcapitati, Will Howells era uno Schrank imperturbabile, Stephen Hewitt un Doc volutamente incapace di capire, e Drew Paterson il povero Officer Krupke, sempre bersagliato.  (In un talk pre-spettacolo, abbiamo ascoltato l’esecuzione del numero che esisteva prima della scrittura del brano comico che porta il nome di quell’agente, ed è stato affascinante vedere quanto lo spettacolo sia migliorato ottenendo, nella seconda parte, un “turno” più incalzante e sfrenatamente da fumetto.)

Gli altri Jets di rilievo erano Callum Walsh (Snowboy), Charlie Smith (Baby John), Chris Hughes-Copping (Big Deal), Glen Jordan (A-Rab) e Joshua Yeardley (Action), con le loro ragazze: Claire Pattie (Velma), Jessie Davidso (Graziella) e Lauren Pears nel ruolo della maschiaccia Anybodys; l’ensemble era completato da Adrian Hirschmuller, Caroline Scott, Jennifer Thompson, Lora Jones, Martha Stone, Rachel Wheeler, Sofia Sjostrand e Tess Robinson.  A contrapporsi a loro c’erano gli Sharks di Francois Vanhoutte (Chino), James Monz (Indio), Leoncio Hernandez (Pepe) e le loro ragazze: Chloe Heatlie (Francisca), Louisa Roberts (Rosalia), Marsha Blake, solista dal timbro splendidamente contemporaneo nel bellissimo numero “Somewhere”, e il resto del loro sgargiante ensemble composto da Beatrice Mori, Dan Davies, Gamze Ozen, Lois Howarth, Motohiro Okubo, Paris Evans e Vicky Gkioni.

L’ultima parola, però, spetta alla formidabile orchestra, la cui “exit music” prolungata ha chiuso la serata con un mini-concerto.  Un evento superbo, che ha mostrato creativi professionisti e interpreti amatoriali lavorare insieme a un livello davvero impressionante.

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