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NOTIZIE

RECENSIONE: Wink, Theatre 503 ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

30 marzo 2015

Di

timhochstrasser

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Foto: Savannah Photographic Wink Theatre 503.

12 marzo 2015

5 stelle

Lo spazio intimo del Theatre 503, sopra il The Latchmere a Battersea, ospita in questo momento un esordio notevole e straordinariamente stimolante firmato da Phoebe Éclair-Powell, con la regia esperta di Jamie Jackson e, al centro, due interpretazioni di altissimo livello. WINK è, in sostanza, due monologhi intrecciati che insieme sviluppano i legami reali e virtuali tra l’adolescente Mark (Sam Clemmett) e il suo insegnante, John (Leon Williams), più grande di lui di appena una decina d’anni.

È il racconto di una settimana delle loro vite, che sembra descrivere le normali interazioni tra cortile, corridoi e aula, accanto ai ritmi delle loro infelici realtà domestiche, prima di aprirsi infine in un’indagine inaspettatamente cupa e inquietante sulla fragilità dell’identità personale e sul significato sempre più sfocato e provvisorio di ogni tipo di relazione nell’era dei social media.

All’inizio Mark appare come un adolescente del tutto nella media – per aspetto, capacità e dinamiche sociali – con l’unica eccezione delle sue fenomenali abilità di ricerca nella pornografia online. Allo stesso modo, John è un tipo riconoscibile di giovane insegnante sbruffone e cinico, fin troppo consapevole del proprio bell’aspetto e pronto a invitare l’adorazione degli impressionabili, nella vita come in rete.

All’inizio sembra che lo spettacolo voglia semplicemente esplorare il tema familiare dell’idolatria (immeritata) di uno studente nei confronti di un docente, ma ci spostiamo rapidamente in un territorio più torbido quando diventa chiaro che entrambi vivono la parte più consistente della loro vita emotiva attraverso scambi sui social. Mark prova ad avvicinarsi alla vita di John accedendo al profilo Facebook della sua ragazza e inventando un profilo di fantasia che potrebbe piacerle.

A sua insaputa, John, pur tradendo già la fidanzata, sta a sua volta monitorando e manipolando quel profilo, arrivando a credere che lei lo stia ingannando con questo amico misterioso. Un dialogo sempre più esplicito e intimo, con molti momenti di genialità comica, va rapidamente fuori controllo prima di scontrarsi con la vita reale in un finale teso, disturbante e via via più cupo, che lascia tutti feriti in misura diversa.

Un riassunto così spoglio non può rendere giustizia alla grinta e al brio comico della scrittura, che costruisce i personaggi e stratifica l’ironia con autentica cura e mestiere. Phoebe Éclair-Powell ha un ottimo orecchio per un dialogo naturalistico che, al tempo stesso, è molto cesellato e abile, ricco di slanci virtuosistici e di efficaci momenti retorici, ma anche di un pathos credibile.

Immagini vivide aggiungono colore in modo incidentale, ma, cosa fondamentale, restano assolutamente plausibili in bocca ai personaggi. Il gergo degli appuntamenti online, la naïveté da ragazzino e la goliardia sboccata dei giovani maschi si fondono con grande perizia. C’è un intelligente montaggio incrociato tra discorso riportato, riflessione interiore e dialogo vero e proprio, con ottime variazioni di ritmo tra monologo e sovrapposizioni vocali a raffica. In sintesi, questo testo mostra la stessa profondità emotiva e la stessa attenzione ai piccoli dettagli umili della vita quotidiana che si ritrovano in ‘Jumpers for Goal Posts’ e in altri recenti esempi di teatro realistico contemporaneo.

C’è acume psicologico oltre a una comicità brillante, tanto più efficace perché priva di qualsiasi impianto didascalico. Siamo invitati a riflettere su quanto sia fragile, in realtà, la spavalderia della psicologia maschile giovanile. Non è soltanto il tema di un culto dell’eroe immeritato destinato a deludere, o la domanda su che cosa debba definire la differenza tra un ragazzo e un uomo.

Più rivelatore è il modo in cui una corrente sotterranea di dolore non detto e mai affrontato in entrambi i personaggi impedisce l’emergere di una reale maturità emotiva. Alla fine è il riconoscimento di un retroterra di vita familiare disfunzionale e di perdita che permette a Mark di crescere, mentre John si riduce a un guscio svuotato, per quanto ancora affascinante. La sua autoillusione non riconosciuta, costruita su insicurezze preesistenti, viene mostrata come la radice dei comportamenti più egoisti e dannosi verso gli altri in tutto il testo, e in quell’autoinganno John resta intrappolato.

Lo spettacolo ha anche molto da dirci sull’impatto crescente di internet sul nostro stesso senso di chi siamo. Cattura l’idea di interconnessione, di portata e quell’esuberante senso di padronanza fuori posto a disposizione di ogni utente da poltrona. Come dice Mark: “Sono connesso, sveglio, la mente piena, gli occhi ancora di più. Non riesco nemmeno più a sbattere le palpebre ma non posso smettere di guardare, fissare questo spazio dove sono tutti gli altri”. Pone l’imbarazzante domanda di come possiamo distinguere tra verità e finzione nel mondo degli appuntamenti online, e se nel processo non sospendiamo davvero l’incredulità.

Soprattutto, il dramma mostra come un rapido e non esaminato accumulo di false supposizioni online, senza basi, possa confondere la mente come un film accelerato. Si potrebbe forse criticare questo testo per una trama via via meno plausibile, ma in un certo senso è proprio questo il punto. Nel mondo parallelo della comunicazione istantanea, le pause di riflessione necessarie e inevitabili in altre forme di interazione umana vengono eluse o sorvolate.

È un pericolo reale, non teorico, e restiamo con la domanda su che cosa significhi tutto questo per l’autenticità delle relazioni personali, quando gran parte della nostra raccolta di informazioni e della comunicazione è ormai virtuale più che reale. Tuttavia, il punto d’arrivo di questo dramma è profondamente umano: internet di per sé non crea inganno e tradimento, ma aggiunge soltanto interessi composti a disconnessioni psicologiche già presenti, offrendo un margine più ampio di danno sociale rispetto al passato.

Questa avrebbe potuto essere una produzione statica, concentrata esclusivamente sulle voci narrative già potentemente persuasive; ma va a grande merito del team creativo il fatto che sia stato dedicato molto pensiero all’integrazione del movimento, di adeguati effetti di luce e di una musica memorabilmente pertinente. Nei momenti chiave della storia gli attori creano tableaux simbolici che distillano e catturano l’essenza emotiva dell’azione. Non è soltanto che, oltre all’eccellente recitazione, c’è sempre qualcosa che coinvolge lo sguardo; è piuttosto che il visivo aggiunge deliberatamente una dimensione di iper-realtà estetica che ti porta oltre il fin troppo ruvido letteralismo del testo, in un territorio cinematografico in cui puoi fermarti più pienamente e registrare il peso emotivo di ciò che hai appena visto.

Non c’è esempio migliore e più eloquente di questo di un momento verso la fine, quando una pioggia leggera di cenere cade su John mentre allarga le braccia: è la simbolica auto-incenerizione delle sue speranze e dei suoi progetti mentre lo spettacolo giunge al termine, o solo un triste e silenzioso commento alla disperazione irrisolvibile che ora lo ha raggiunto e che, certamente, raggiungerà più tardi Mark e, in definitiva – col tempo – tutti noi, quando le speranze dorate della giovinezza si trasformano in una frustrazione compromessa? È testimonianza dell’impronta profonda lasciata da questo testo sul pubblico il fatto che i suoi significati letterali e simbolici, tra parola, visione e movimento, abbiano lasciato molti strati di risonanza in un lungo momento di silenzio partecipe prima che potessimo registrare il nostro apprezzamento per gli interpreti.

Questa straordinaria sequenza di ottanta minuti merita senz’altro una nuova occasione molto presto, ma nel frattempo fate di tutto per vederla nelle fasi finali della sua prima tenitura.

Wink continua al Theatre 503 fino al 4 aprile 2015

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