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RECENSIONE: Anyone Can Whistle, Union Theatre ✭✭✭
Pubblicato su
Di
julianeaves
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Oliver Stanley nel ruolo di Hapgood e la compagnia in Anyone Can Whistle. Anyone Can Whistle
Union Theatre
11 febbraio 2017
3 stelle
«Anyone Can Whistle», sì. Anyone Can Write A Musical, no. Questo spettacolo ha una partitura magnifica di Stephen Sondheim che, in ogni nota e in ogni sillaba, anticipa il genio che sarebbe poi fiorito in “A Funny Thing Happened On The Way To The Forum”, “Company”, “Follies”, “Merrily We Roll Along”, “Sweeney Todd” e altro ancora. Ha anche un copione di Arthur Laurents che, in nessun modo concepibile, in questo mondo o nell’altro, ti fa pensare che sia lo stesso autore che ha firmato i libri di “West Side Story” e “Gypsy”. La partitura è scritta così bene da convincerti – se ascolti solo le canzoni – che questo debba per forza essere un buon musical; deve esserlo: i brani sono caratterizzati in modo così preciso, disegnati con tale eleganza, fraseggiati con tanto amore, così melodiosi, spiritosi e finemente costruiti, che lo spettacolo a cui appartengono deve, ipso facto, essere altrettanto grande. Il fatto che non abbia mai conosciuto il successo dev’essere perché pubblico e critica lo hanno semplicemente frainteso; fin dall’inizio, proprio quel pubblico e quella critica che, alla sua disastrosa – e unica – apparizione a Broadway nel 1964, a soli nove giorni dalla prima (e dopo 12 anteprime agonizzanti), ne decretarono la chiusura. In base alle canzoni, si presume che ci debba essere un’altra spiegazione. E invece no. Assolutamente no. Il testo è seriamente compromesso e – a essere onesti – andrebbe reciso dalla partitura, dando a qualcun altro la possibilità di scrivere qualcosa – quasi qualsiasi cosa – che sappia accompagnare le deliziose canzoni di Sondheim meglio del libretto completamente inetto che Laurents gli ha inflitto.
L’Union Theatre, purtroppo, non può permettersi una missione del genere. Deve offrirci lo stesso copione che affondò questo titolo la prima volta, tanti anni fa. E lo fa con fedeltà. Il regista Phil Willmott ci consegna l’energia tonificante del dramma maniacale e abbreviato di Laurents, con tutta la sua implacabilità, e anzi tenta di trasformare in punto di forza la sua pura spinta propulsiva. Il cast corre avanti e indietro, in tondo e ancora in tondo, su e giù per le scale, alzando braccia e mani come comparse in un film delirante di Hans Richter. Il numero d’apertura – come è sua abitudine – funziona splendidamente, messo in scena con grande senso musicale da Holly Hughes: il tono da manifesto dello spettacolo è colto alla perfezione e ci catapultiamo nella storia con la massima fiducia che ci sarà concessa durante tutta la serata… ma solo perché non abbiamo ancora ascoltato più di un paio di battute del copione di Laurents. Ben presto capiremo meglio.
La compagnia di Anyone Can Whistle.
Penn O’Cara veste il cast in modo quasi uniforme, con elementi che spiccano nei costumi dei tremendi governanti di questo feudo, soprattutto la Sindaca, Cora Hoover Hooper (forse una fusione tra Cora Pearl, il presidente Herbert Hoover e la columnist Hedda Hopper?), che nell’ampia figura di Felicity Duncan ricorda anche la “padrona di casa per eccellenza”, Elsa Maxwell. La Duncan canta le numerose canzoni da cabaret della Sindaca con ordinata fedeltà, ma forse avremmo gradito un po’ più di “belt”. La prima interprete di questo ruolo, Angela Lansbury, si preoccupava della mancanza di calore del personaggio, e Sondheim in effetti gliene concede davvero solo attraverso la linea delle sue bellissime frasi musicali. (Il copione di Laurents non ne concede affatto: sembra aver odiato questo personaggio, insieme a tutti gli altri.)
Ci sono dei “giovani innamorati” nello spettacolo – ci credete? – e se la cavano un po’ meglio, conquistandosi l’unico momento umano in tutta la girandola di due ore avvolta nel suo sontuoso patchwork di misantropia e satira amarissima: “With So Little To Be Sure Of” è un capolavoro di compassione e delicatezza – un’oasi di calma, silenzio, semplicità e onestà in un’opera che sembra voler dichiarare di essere estranea a tutto questo. Altrove, intanto, a Sondheim resta ben poco da fare se non servire cocktail del solito brillante cinismo da East Village, punzecchiando i grandi e gli autoimportanti della sua epoca.
Felicity Duncan (Cora), James Horne (Schub), Rachel Deloose (Fay) e Oliver Stanley (Hapgood) in Anyone Can Whistle.
È interessante che, per un autore spesso accusato di mancare di cuore, qui sia proprio lui il partner più umano della squadra di scrittura: se non altro, questo titolo andrebbe visto per testimoniare quanta umanità sappia mostrare, persino di fronte a questa storia callosa e monodimensionale. In ogni caso, l’infermiera Apple, interpretata con professionalità da Rachel Delooze, e l’Hapgood nerd di Oliver Stanley fanno quel che possono per insufflare vita in personaggi di cartone e spago. E quando cantano, sono in uno spettacolo completamente diverso: lo spettacolo di Sondheim. Ed è meraviglioso. Poi però devono parlare i dialoghi di Laurents, e smettono del tutto di risultare credibili.
C’è un grande ensemble e la musica è superba: il direttore musicale Richard Baker fa un lavoro eccellente nel rendere scorrevoli gli infiniti cambi di tempo e di metro, mettendo in luce la ricchezza della partitura e ottenendo dalla compagnia interpretazioni di grande fascino. Sono certo che la partitura non sia più difficile da danzare, che so, de “La sagra della primavera”; e per fortuna il cast dà il meglio di sé quando si lancia con esuberanza nelle esplosioni atletiche di Hughes, promemoria anche del sangue rosso che scorre nelle vene umane. Ma il copione non permette loro di diventare più di un fondale per i protagonisti (di solito piuttosto malevoli), il che è un vero peccato con una compagnia così numerosa.
Eccoci qui, nel bene e nel male. Ci viene detto che è un promemoria “attuale” dell’effetto corruttivo del potere, dei politici opportunisti, della necessità di raccontare questa storia, con i suoi echi di “Of Thee, I Sing” (che ha un copione infinitamente migliore) e di non poche opere più riuscite. Forse. Ma non ha abbattuto i muri di LBJericho nel 1964, e non credo che oggi farà tremare alcuna Trump Tower. Le interpretazioni musicali piaceranno a chi ama canzoni scritte in modo brillante e accenderanno l’immaginazione di chiunque le ascolti, spingendolo a immaginare un’altra storia, migliore, da costruire intorno a loro. Un giorno, magari, la avremo. Non ancora.
Fino all’11 marzo 2017
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