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NOTIZIE

RECENSIONE: Aspects Of Love, Southwark Playhouse ✭✭✭✭

Pubblicato su

14 gennaio 2019

Di

julianeaves

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Julian Eaves recensisce Aspects of Love di Andrew Lloyd Webber, Charles Hart e Don Black, trasferitosi al Southwark Playhouse di Londra dall’Hope Mill Theatre di Manchester.

Felix Mosse e Kelly Price in Aspects Of Love. Foto: Pamela Raith Aspects of Love

Southwark Playhouse

10 gennaio 2019

4 stelle

Prenota i biglietti In questo periodo stiamo assistendo a una vera e propria riscoperta dei musical di Andrew Lloyd Webber, e questo è un altro titolo riportato meravigliosamente in vita dai produttori Jim Kierstead e Katy Lipson, in collaborazione con il teatro che lo ha originato, l’Hope Mill Theatre di Manchester, ora approdato con tutta la sua brillantezza al Southwark Playhouse, nel sud di Londra.  Alla serata stampa di giovedì, i co-parolieri Don Black e Charles Hart erano presenti per assistere alla sua splendida rinascita come chamber musical di altissimo livello e per vedere e ascoltare quanto efficacemente funzioni con un cast di 10 interpreti accompagnati da due pianoforti e percussioni.  Il cast ha percepito lo stesso effetto, e tutti sembravano concordare: non è tanto un musical quanto un’opera teatrale in cui tutti cantano e – occasionalmente, con un effetto folgorante – danzano.

Jerome Pradon, Kelly Price e Felix Mosse in Aspects Of Love. Foto: Pamela Raith

La prima cosa che ti cattura di questo allestimento è la splendida scenografia di Jason Denvir: entriamo subito non tanto in un “set” quanto in un ambiente, con il soffitto costellato di luci da nightclub e una parete di fondo di porte bianche a lamelle, mentre la celebre scena a thrust, di forma quadrata, del teatro è bordata da tavolini e sedie da cabaret.  Un paio di grandi cartelloni pubblicitari segnalano i (numerosi) cambi di luogo, e il disegno luci di Aaron J Dootson segue con prontezza ogni minimo spostamento di focus e atmosfera, mentre ci muoviamo avanti e indietro tra città e campagna, teatro e casa, un vagone ferroviario o un accampamento militare all’estero, e tutti gli altri spazi che questa inquieta, epica storia d’amore e di perdita nell’arco di 17 anni riesce a comprendere.  Basato sull’omonimo romanzo del 1955 di David Garnett, in modo affascinante – e quanto mai tipico di un artista che cerca sempre nuove strade espressive – è stato lo stesso Lloyd Webber a realizzare l’adattamento del testo.  La scrittura dei versi – e che parole splendide, limpide e bellissime sono – è stata poi affidata alla coppia di due suoi collaboratori storici: Don Black, che porta con sé l’intimità di Tell Me On A Sunday, e Charles Hart, che porta l’ampio respiro operistico di The Phantom of the OperaAspects, dunque, fonde la dimensione ravvicinata e confidenziale dell’uno con il romanticismo drammatico dell’altro, con un risultato superbo.

Madalena Alberto in Aspects Of Love. Foto: Pamela Raith Lo spettacolo, al debutto nel 1989 al Prince of Wales theatre, rimase in cartellone per ben tre anni, trasformando nel frattempo Michael Ball in una star e lanciando una serie di nuove, splendide canzoni nel repertorio della musica popolare.  Da allora l’opera ha viaggiato in tutto il mondo, passando per Broadway, il Sudafrica e l’Olanda, oltre ad aver conosciuto diversi revival nel Regno Unito, con cast davvero stellari.  Da qualche parte, però, si avvertiva che all’interno ci fosse una storia più personale che aspettava di emergere, e la versione di Trevor Nunn al Menier Chocolate Factory nel 2010 ce ne offrì un primo assaggio.  Cinque anni dopo, Lloyd Webber ha prodotto una propria versione “performing” dello spettacolo in piccolo formato e ora, grazie al lavoro del regista Jonathan Boyle (direttore dell’Hope Mill), abbiamo questa prima produzione di quell’edizione.  A Londra ritroviamo praticamente lo stesso cast, con un solo cambio nel ruolo principale: Madalena Alberto al posto di Kimberly Blake.

Jerome Pradon e Madalena Alberto in Aspects Of Love. Foto: Pamela Raith

Ed è attraverso le vite dei loro personaggi che viviamo davvero questa storia.  Alberto, incredibilmente, ha avuto soltanto due settimane per preparare il trasferimento, ma offre un’interpretazione magistrale della scultrice Giulietta Trapani; la sua voce è stupefacente, con un suono proiettato e controllatissimo, che ci restituisce ogni sillaba in modo chiaro e nitido, cesellando le frasi con la cura di un’artista che modella una graziosa figurina.  Quando canta si porta via il cuore del pubblico, sollevandoci con il suo intenso lirismo.  La sua controparte, l’attrice Rose Vibert, autoritaria, impulsiva e capricciosa, è un’altra interpretazione di altissimo livello firmata Kelly Price, che cresce e cresce lungo la vicenda, cambiando a volte di momento in momento davanti ai nostri occhi, mentre i suoi legami con le persone – soprattutto con gli uomini – intorno a lei si spostano, si trasformano, si sviluppano e si spezzano.  In fondo, questo spettacolo è la storia di queste due donne.  È interessante notare come, proprio come il recente riallestimento di The Woman In White visto al Charing Cross Theatre, Lloyd Webber scriva alcuni dei migliori ruoli drammatici femminili del genere.  Qui, spogliato di tutto il glamour e la spettacolarità di una grande produzione, vediamo i loro destini, i loro sentimenti e pensieri e paure e speranze finemente inscritti in ogni movimento sfumato, lungo la lussureggiante melodiosità della sua musica.

Gli uomini, al confronto, qui devono davvero fare da spalla a queste eroine.  La nuova conquista di Rose, l’impacciato diciassettenne Alex Dillingham, è interpretato con sensibilità e credibilità dal relativamente nuovo Felix Mosse: ha una voce splendida e, sviluppando altri aspetti del suo mestiere, è destinato ad andare lontano; e con il tempo, sicuramente, crescerà anche sul piano della recitazione (succede spesso con i giovani cantanti e, se posso dirlo, in particolare con gli uomini).  Mosse incontra maggiori difficoltà quando deve invecchiare di 17 anni e interpretare un’età molto più avanzata di quella che ha oggi: non è cosa semplice.  Dall’altra parte, Jerome Pradon, nei panni della figura più consolidata di zio George Dillingham, si diverte con le tensioni intergenerazionali e canta la sua musica – che contiene alcuni tra i momenti più meditativi di Lloyd Webber, in modo appropriato affidati al membro più anziano e saggio della compagnia – con cura e grazia, anche se a tratti sembra esserci qualche incertezza nella focalizzazione della caratterizzazione.  Minal Patel, nel ruolo secondario di Marcel Richard, ci regala un grande calore vocale, mentre Eleanor Walsh offre una Jenny Dillingham da vamp adolescente sorprendentemente convincente.  In questo spettacolo tutti sono innamorati di tutti gli altri… e nel modo più confuso e complicato possibile, a quanto pare.  Probabilmente li eviteremmo se dovessimo vivere accanto a loro, ma nelle mani della poesia lirica di Black e Hart e delle melodie ammalianti di Lloyd Webber finiamo per desiderare, piuttosto, di essere proprio come loro!

Felix Mosse in Aspects Of Love. Foto: Pamela Raith

Attorno a questi protagonisti, c’è un piccolo ensemble ben assortito: Elizabeth di Julia J Nagle, l’atletico e vigile Hugo Le Meunier di Jason Kajdi (e molti altri ruoli), Jerome di Jack Churms (e via dicendo), e l’accattivante Cameriera/Attrice (e altro) di Eleanor Jackson.  Questi interpreti, scelti con cura, riempiono quelle parti che, fosse un film, sarebbero affidate a cameo perfettamente azzeccati; sono loro a creare quel senso di “realtà” che deve circondare la vita delle figure centrali.

La musica è eseguita con precisione dal direttore musicale Richard Bates – un professionista di grande esperienza; suona uno dei due pianoforti (l’altro è di Tom Chippendale, che sembra sempre perfettamente in sintonia con il suo collega), con chiarezza e intelligenza, con deliziosi effetti di percussione di Jess Clarke.  C’è però una differenza nell’utilizzare pianoforti verticali (come qui) rispetto ai coda (come, per esempio, nel recente Mikado del Charing Cross).  Non è una critica agli esecutori, ma la qualità di questa musica richiede davvero i migliori strumenti, e Bates e Chippendale non li hanno: si potrebbe dire che il teatro non ha spazio, ma dato che sono amplificati potrebbero anche essere collocati fuori scena.  Anche la gestione del suono, sia della musica sia delle voci del cast, risulta problematica; il sound designer James Nicholson era ancora impegnato a cercare di risolvere alcuni problemi tecnici – piuttosto evidenti – quando il resto di noi festeggiava al bar dopo lo spettacolo.  Spero che venga sistemato tutto.

Nel complesso, O’Boyle regala molti momenti felici quando il gioco tra i suoi personaggi è sciolto e naturale e – soprattutto – spontaneo, e sintonizzato in modo quasi microscopico sui contorni precisi del dramma: la cui complessità è decisamente cechoviana e supera di gran lunga il copione medio del musical!  Allo stesso modo, però, ci sono molte volte in cui vediamo il suo disegno delle posizioni in scena senza la stessa cura nel dettaglio dell’esecuzione.  E sul palcoscenico del Southwark Playhouse non c’è modo per gli interpreti di nascondere simili mancanze.  A tratti sembrano davvero restare in piedi, in attesa di avere qualcosa da fare.  Li perdoniamo, perché sappiamo che a tempo debito verranno sottratti a queste pause dalla magia della partitura e dei versi.  Quando Sam Spencer-Lane ha la possibilità di mostrare i muscoli coreografici (e, in realtà, c’è un solo numero nel secondo atto in cui questo decolla davvero – e in modo meraviglioso), sul palco arriva un dinamismo maggiore, e necessario.  Si potrebbe sostenere che un po’ più di questo altrove gioverebbe, e non poco.  Con l’avanzare delle repliche, immagino che tali “vuoti” si colmeranno, arricchendosi di una realizzazione più completa della visione di questa produzione.  O almeno, lo spero.

Perché, nel complesso, è un risultato notevole.  Ci fa riconoscere, ancora una volta, che Andrew Lloyd Webber è uno dei creatori di teatro musicale più straordinari e memorabili non solo di questo Paese, ma di qualsiasi luogo e di qualsiasi tempo.  È una produzione bellissima che rinnova la nostra consapevolezza di questo fatto e ci trasporta nel mondo prezioso ed emozionante della sua immaginazione creativa.  Andate a vederlo: il suono della sua musica vi risuonerà nelle orecchie per giorni, settimane, insieme alle eleganti e raffinate parole di due grandi del musical britannico, i parolieri Don Black e Charles Hart.

Fino al 9 febbraio 2019

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