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RECENSIONE: Ballroom, Waterloo East Theatre ✭✭✭
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Di
julianeaves
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Ballroom
Waterloo East Theatre
Lunedì 15 maggio
3 stelle
Se vi siete mai chiesti che cosa abbia combinato Michael Bennett dopo aver ottenuto un successo clamoroso con ‘A Chorus Line’, ora avete l’occasione di scoprirlo. L’astuto teatrino da 100 posti sotto la stazione di Waterloo East festeggia il suo settimo anniversario nel portare davanti ai nostri occhi e alle nostre orecchie un repertorio di musical insolito e spesso poco conosciuto, con forse la produzione più ambiziosa del suo fondatore e direttore artistico, Gerald Armin: un cast di 14 interpreti e una band di 5 musicisti riempiono lo spazio in una ricostruzione splendidamente kitsch ma affettuosamente dimessa di un club di ballo da sala della New York anni ’70, lo Stardust Ballroom.
In perfetta coincidenza, proprio mentre il National si prepara a lanciarci addosso il suo ‘Follies’, questo spettacolo entra anche nelle vite delle persone anziane e nell’arte degli interpreti maturi. Ma, a differenza delle ex-star di ‘Follies’ dell’età d’oro dell’intrattenimento di varietà di Broadway, ‘Ballroom’ ci propone la gente comune del Bronx meno alla moda, un borough a molte fermate di metropolitana di distanza dallo sfarzo e dal glamour della Great White Way. Si ritrovano una volta a settimana nella sala da ballo semplice e piuttosto spenta (scene e luci di Paul O’Shaughnessy), dove una piccola band sforna i brani a tempo rigoroso (tutto suona assolutamente credibile grazie agli arrangiamenti disciplinati di Inga Davis-Rutter della partitura originale, pensata in grande stile per Broadway). Lì, immersi nei costumi di Neil Gordon, volutamente eccessivi o al contrario troppo dimessi, attraversano i passi di rumba, valzer, bossa nova, hustle e via dicendo, strizzando gli occhi verso le scintille della palla a specchi lassù, e scrollandosi di dosso con energia le grigie realtà della vita fuori.
Al centro di questo microcosmo c’è la nuova arrivata: a un anno dal lutto, una vedova proprietaria di un negozio di cianfrusaglie viene convinta dall’amica del cuore Angie, un vulcano di energia (la frizzante Natalie Moore-Williams), a provare a “essere felice”. È Bea Asher, interpretata da Jessica Martin, che torna graditissima in scena in un ruolo importante, qui miracolosamente invecchiata grazie al genio di Richard Mawbey con le parrucche. Mi piacerebbe anche sapere chi abbia fatto l’incredibile lavoro sul trucco, donandole un incarnato giallastro e stanco: la fa sembrare in tutto e per tutto una donna sola e disperata che, con coraggio, tenta di riprendersi un briciolo di vita, non solo in pista ma anche fuori, con Al Rossi (Cory Peterson sarà pure del Minnesota, ma qui coglie un tono da vero Newyorkese in una caratterizzazione ben modulata ed equa del seduttore riluttante che porta un po’ di calore autunnale nella vita di Bea). È un percorso da musical familiare: ma qui è disseminato degli scogli dell’ordinarietà e della routine. Persino il regolamento di conti del secondo atto con la famiglia disapprovante e invadente, uno scontro che sembra quasi spingerci in un territorio alla ‘La paura mangia l’anima’ di Rainer Maria Fassbinder, anche questo evita fuochi d’artificio emotivi e ci mostra invece come certi problemi possano essere aggirati con la parola: sì, con fermezza se serve, ma sempre con ragionevolezza e senza drammi inutili. È un messaggio umano, senza fronzoli.
Questo potrebbe avere molto a che fare con l’origine dello spettacolo, nato come dramma televisivo dell’autore del libretto, Jerome Allan Kass, destinato a restare la sua unica incursione nel teatro musicale. In un certo senso è anche una lettera d’amore al Bronx natale di Kass e alla gente semplice, ironica, quotidiana che vedeva, ascoltava e conosceva. Come un pentolone di brodo di pollo fatto in casa, il suo dialogo sobbolle a fuoco lento, sprigionando piacevoli gorgoglii e sfrigolii di battute: una cliente pignola ispeziona un innocuo “oggettino” di conchiglie nell’emporio di Bea e chiede: “È autentico?”, ottenendo la risposta secca: “Autentico CHE COSA?”. È un mondo gentile, caldo, senza pretese, dove nessuno vuole davvero mettersi in mostra, ma non dispiace troppo dover ridere e far finta di nulla dopo aver vinto il primo premio nella gara di tango, se è quello che tutti gli altri ritengono sia meglio. Non è affatto un terreno convenzionale per un musical. Non stupisce che, all’epoca, critici e pubblico non sapessero bene come prenderlo.
Credo però che a Waterloo East non dovremo preoccuparci troppo di quell’eredità. La coreografa Nancy Kettle fa affrontare ai suoi interpreti parecchie routine, e loro le rendono onore. Gerry Tebbutt è il più anziano, 72 anni, ma dopo una carriera passata a fare questo, la sua forza fisica e la sua elasticità vanno viste per crederci. È facile che lo abbiate visto in spettacoli del West End decenni fa, e ha trascorso 17 anni come Head of Musical Theatre alla Guildford School of Acting (GSA). Un curriculum del genere è quasi la norma in questa compagnia straordinaria, riunita per presentare non tanto una produzione quanto un vero e proprio “happening”.
Ciascuno di questi attori porta con sé un passato nei titoli più emozionanti e leggendari che hanno regalato piacere e ispirazione a generazioni. Colette Kelley (nei panni della palpitante e fragile Shirley) era nei cast originali britannici di Hair e Grease. Jill Francis (Martha, un’altra habitué della sala) ha iniziato con Danny La Rue per poi diventare una coreografa di primo piano per musical, opera e pantomime. E così via: Annie Edwards (la vivace Pauline); Garry Freer (il sempre distante Lightfeet); Olivia Maffett (di volta in volta una bionda ossigenata da copertina e la cognata acida di Bea nei ruoli di Helen/Emily); Dudley Rogers (l’elegante Harry); Tim Benton (che raddoppia come zio Jack e il distinto Bill) e James Pellow (l’affabile Petey) aggiungono a questa compagnia una dimensione straordinaria di conoscenza e mestiere che la rende davvero speciale.
E pensare che hanno messo insieme tutto questo in appena due settimane è ancora più sorprendente. Sì, lo spettacolo forse ha bisogno di qualche recita in più prima di scorrere davvero con passo di danza, ma ci sono già molti momenti in cui lo fa, e in questi spazi più piccoli e intimi ci avviciniamo ai personaggi quanto gli spettatori che seguirono la storia quando andò in onda in televisione. Quanto alla partitura, la musica di Billy Goldenberg, familiare da decine di programmi TV dell’epoca, ha una piacevole qualità “surround” che può mancare di riconoscibilità, ma fa avanzare la serata e al tempo stesso suggerisce vite che girano in tondo, dove succede poco e nulla cambia davvero in modo significativo. Perfino i numeri da cabaret dei padroni di casa della Ballroom, Danielle Morris (Marlene e Diane, la figlia di Bea) e Adam Anderson (Nathan e David, il figlio di Bea), scivolano da una canzone all’altra eppure sembrano sempre cantare la stessa cosa. Ciononostante, Martin può affrontare il grande brano, ‘Fifty Cents’, il numero delle 11 per eccellenza, con grinta, tempra e una fraseggiatura impeccabile. I testi di Alan e Marilyn Bergman dicono verità schiette, dirette e oneste su vite senza pretese; sono rifiniti con cura, chiari come una campana nel mix audio perfetto di Andy Hill e – come i danzatori – non sbagliano un colpo. Forse sarebbe uno spettacolo più emozionante se lo facessero, ma qui tutto è troppo sotto controllo perché capitino incidenti imprevisti.
Fino al 4 giugno 2017
Foto: Robert Piwko
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