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RECENSIONE: Lividi, The Tabard Theatre ✭✭✭
Pubblicato su
21 agosto 2015
Di
matthewlunn
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Bruises Tabard Theatre 19 agosto 2015
3 stelle
Bruises è un testo ambizioso, che cerca di posare uno sguardo non giudicante su un tema fortemente divisivo come il lavoro sessuale. Nelle note di programma l’autrice, Nadia Cavelle, parla del suo desiderio di evitare sia di “vittimizzare” sia di “emancipare” la professione, concludendo che, se non altro, spera che la sua pièce sia “un ritratto di pluralità, complessità e ambiguità”. C’è moltissimo da apprezzare in questo spettacolo, che a mio avviso offre un contributo prezioso a un dialogo profondamente delicato. Come esercizio di filosofia morale, Bruises eccelle, sciogliendo i nodi dell’identità mentre i personaggi fissano il vuoto esistenziale. Eppure, a tratti, lo spettacolo è indebolito da una certa mancanza di sottigliezza. Temi, metafore e tratti caratteriali vengono troppo spesso dichiarati esplicitamente, rendendo un testo che si compiace delle complessità dell’interazione umana meno appagante di quanto dovrebbe. La pièce si apre con il narratore, Damien (James Barnes), che racconta come il nulla essenziale al suo centro lo abbia portato a diventare un sex worker, una professione che gli permette di “scavare” in cerca di calore umano. Conosciamo poi l’ex ginnasta Banana (Kirsty Rider), che, schiacciata dai problemi economici, è costretta a trasferirsi dall’avvocato di successo Justin (Michael Edwards) dopo una notte di sesso. In precedenza aveva fatto affidamento sul sostegno dell’ex coinquilina Jacqueline (Eva-Jane Willis), che era approdata a una vita lussuosa servendo i clienti della sua protettrice di alto livello, Mona (Lily Knight). Mona, che annovera Damien tra i suoi “dipendenti”, dà a Jacqueline un nuovo nome – Clara – e un’educazione, pensata per aumentarne l’appeal. Banana e Jacqueline trovano entrambe uno scopo nelle loro nuove vite, ma le circostanze iniziano a guastarsi. La relazione nascente della prima con Justin si deteriora mentre entrambi cedono alle proprie tendenze compulsive, mentre la seconda vive una crisi d’identità studiando Nana di Émile Zola con il professore sciupafemmine Jean-Baptiste (un Toby Rolt sottoutilizzato). Jacqueline è affascinata dalla vita della protagonista zoliana e vi si identifica, e non riesce a sostenere l’idea di andare incontro a un finale altrettanto degradante. Quando il legame un tempo strettissimo fra Banana e Jacqueline si disgrega, le due iniziano a chiedersi dove stiano andando le loro vite e a riflettere sui percorsi che le hanno portate fin lì.
Bruises ha un’aria surreale, accentuata dalla scenografia, composta da due tappetini da ginnastica, una serie di frigoriferi di dimensioni diverse e un grande telo. Questi elementi hanno un’importanza sia pratica sia tematica. I tappetini permettono a Justin e Banana di goffarsi e litigare con grande fisicità, mentre rappresentano un passato che Banana fatica a lasciarsi alle spalle. Allo stesso modo, i frigoriferi vengono usati per riporre ogni tipo di oggetto di scena, ma esemplificano anche l’interno freddo e sterile di Justin – anzi, Banana lo paragona esplicitamente a “un frigorifero americano vuoto e gigantesco”. Il telo non funge solo da biancheria da letto: quando non sono coinvolti nella scena, i personaggi tendono a nascondervisi sotto, e le loro storie informano implicitamente l’azione in scena.
L’atmosfera è definita dal Damien ultraterreno, che si abbandona a monologhi sulle complessità della passione umana prima di mettersi in osservazione di lato al palco. Questi elementi conferiscono alla pièce una qualità da parabola che si sposa con il meglio dei dialoghi, incoraggiandoci a riflettere sull’etica complessa del lavoro sessuale e a mettere in discussione l’idea che sia una professione marcia. Il discorso di Mona su come i suoi genitori ricchi e distaccati l’abbiano spinta verso la prostituzione cattura in modo convincente le ambiguità in gioco, suggerendo che emancipazione e paura siano due facce della stessa medaglia.
Eva-Jane Willis è splendida nei panni della fragile Jacqueline, le cui trasformazioni in Clara diventano sempre più imperfette. Il suo senso di valore, alimentato dalla scoperta della letteratura e della poesia (la gioia studiosa con cui Willis recita i versi iniziali di Endymion è uno spettacolo nello spettacolo), viene però ridimensionato dalla valutazione brutale di Mona: per i clienti, lei non è che il pane che accompagna il loro caviale. Poco dopo, un monologo trionfale sulla dicotomia tra “scopare nel futuro” e “scopare nel presente” si trasforma in una scena durissima in cui dice a un cliente che accetterà meno soldi se la picchia. Queste influenze disparate alimentano la sua disintegrazione nel secondo atto; un prodigio tragico che non viene spiegato fino in fondo. Al contrario, per quanto Kirsty Rider e Michael Edwards offrano interpretazioni appassionate nei ruoli di Banana e Justin, i loro personaggi risultano spesso frustranti da seguire, perché le loro azioni vengono troppo di frequente motivate da battute esplicative.
Lo sviluppo bloccato di Banana e la conseguente incapacità di diventare emotivamente intima con Justin diventano meno avvincenti quanto più lei si dilunga a rimproverare le disfunzioni della propria infanzia. La sua illetteratezza, pur essendo un elemento integrante del background, fa spesso di Justin una figura espositiva, mentre le spiega parole e frasi di ogni sorta utili ai temi del testo. A sua volta, lui è troppo consapevole di sé per risultare un nevrotico simpatico. La storia di come sia diventato ossessionato dall’igiene dentale spicca come un momento di cupa comicità, ma forse è presentata con eccessiva chiarezza. Dal momento che Justin è chiaramente una persona imperfetta ma, in fondo, buona, si finisce per perdere la pazienza quando continua ad articolare la propria consapevolezza dei difetti. Questo suggerisce che, diversamente da Jacqueline, possieda gli strumenti per risolvere il suo tormento, ed è difficile empatizzare con lui quando non è disposto a farlo.
Considerato che la forza dei sentimenti di Justin per Banana fa da catalizzatore al turbolento secondo atto, avrei anche voluto che la relazione in scena fra i due fosse un po’ meno tesa.
La loro compatibilità è solo accennata brevemente, in particolare nella scena d’apertura e nel sorprendentemente tenero dopo-rottura, quando Banana ringrazia Justin “per tutte le cose che venivano dal cuore”. Di conseguenza, il lieto fine della coppia appare piuttosto immeritato, soprattutto perché arriva abbastanza all’improvviso e a spese di Jacqueline. A sua volta, mentre la conclusione di Jacqueline traccia parallelismi interessanti con Nana di Zola, la chiarezza della risoluzione della pièce indebolisce alcune delle qualità enigmatiche che la rendevano una figura così coinvolgente. Bruises è una pièce notevole, nonostante le sue imperfezioni. Cavelle è chiaramente una scrittrice di grande talento e, quando lo spettacolo dà il meglio di sé, è assolutamente affascinante. Bruises è in scena al Tabard Theatre fino al 29 agosto 2015
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