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RECENSIONE: Consensual, National Youth Theatre al Soho Theatre ✭✭✭
Pubblicato su
28 ottobre 2018
Di
julianeaves
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Julian Eaves recensisce Consensual di Evan Placey, messo in scena dal National Youth Theatre al Soho Theatre.
Il cast di Consensual del National Youth Theatre al Soho Theatre. Foto: Helen Murray Consensual
Soho Theatre
25 ottobre 2018
3 stelle
Tre anni fa il National Youth Theatre ha presentato questo testo nella sua stagione all’Ambassador's Theatre, dove ha raccolto recensioni più che rispettabili: si lodavano l’interessante e coinvolgente primo atto, ma si notava anche come energia e dinamismo si disperdessero nel secondo, più quieto e convenzionale, e come il finale lasciasse molte questioni in sospeso, apparentemente semplicemente dimenticate e abbandonate. Ora lo spettacolo è stato ripreso, e non è cambiato nulla. C’è ancora il vivace via vai della prima metà, brulicante e frenetica, dominata da un ensemble esplosivo di ragazzi di scuola che fanno ciò che, teatralmente, i ragazzi di scuola “devono” fare (potrebbe collocarsi ovunque lungo il continuum fra Grange Hill e Everyone's Talking About Jamie), e ci si gode la regia flessibile, morbida e gestuale di Pia Furtado (con l’assistente alla regia Anna Niland); poi arriva il duologo in “scatola” per i due protagonisti, che costituisce per intero l’atto successivo. Il problema resta che, se l’inizio ci investe con enormi dosi di energia adolescenziale coreografata con agilità (movimenti splendidi di Temujin Gill) (sì, si pensa a Spring Awakening, e intendo la versione musical – qui si canta parecchio anche grazie alle vocalità sapientemente arrangiate dal MD Jim Hustwit), e se ci affezioniamo abbastanza alle sue rapide ma efficaci pennellate dei personaggi che ruotano attorno all’insegnante “birichina” sorpresa a infilarsi nelle mutande di uno dei suoi allievi, tutta questa magia semplicemente svanisce nello strano intermezzo dell’atto seguente, che francamente sembra uno spettacolo del tutto diverso, stilisticamente quasi scollegato da ciò che lo precede.
Marilyn Nnadebe e Fred Hughes Stanton in Consensual. Foto: Helen Murray
A complicare le cose c’è il “trucco” temporale escogitato dall’autore, Evan Placey, nordamericano oggi residente nel Regno Unito: nel primo atto siamo nel “presente”, ma nel secondo torniamo indietro di sette anni, per vedere e sentire in prima persona ciò di cui nel primo atto tutti avevano parlato. Questo genera nel pubblico un’enorme aspettativa di essere riportati al presente in un terzo atto, per chiudere il gioco – un po’ alla J. B. Priestley – con la prospettiva temporale. Ma quel terzo atto non arriva mai. Placey smette semplicemente di scrivere, “lasciando”, dice, “il pubblico con molte domande”. Di certo io ne avevo una: è davvero sufficiente? La sensazione di delusione è palpabile, ed è un vero peccato, considerando che il cast e il team creativo, ottimi, hanno fatto di tutto per far funzionare l’insieme.
Marilyn Nnadebe si ritrova a sostenere il grande peso della giovane insegnante di educazione sessuale, chiamata a comportarsi con una totale assenza di autorevolezza professionale, e a mettere a dura prova la credibilità del pubblico gettandosi su un quindicenne (appena) problematico affidato alle sue cure, mentre la vediamo anche sposata con un autentico pezzo di un maschio alfa: ciononostante, fa un lavoro splendido, anche se il testo non sembra mai davvero dare un senso a ciò che le viene chiesto di fare. È un ruolo un po’ “da Miss Julie”, anche se – a differenza di Strindberg – Placey non è altrettanto crudele con la sua protagonista; pur insistendo che, quando messa di fronte alla scelta fra desiderio e dovere, lei finisce comunque per combinare un pasticcio. Cate Blanchett ha fatto lo stesso in (molto simile) Notes on a Scandal. Miss Jean Brodie fa lo stesso. In un settore in cui le donne svolgono la maggior parte del lavoro e quindi ottengono la maggior parte dei successi, le insegnanti donne a teatro sembrano condannate per sempre a essere dipinte come deboli e incapaci, vittime di emozioni “incontrollabili” dal sapore piuttosto ottocentesco. Davvero? Dobbiamo sentirci ripetere tutto questo ancora una volta? È a questo che serve il teatro nel XXI secolo?
Marilyn Nnadebe e Oseloka Obi in Consensual. Foto: Helen Murray
Nel ruolo del suo “bersaglio”, Fred Hughes-Stanton regge la scena con notevole aplomb, riducendo i movimenti al minimo indispensabile e usando voce e sguardo con una precisione brillante, evocando davanti ai nostri occhi l’abisso spalancato tra il sé adolescente e quello adulto. Come marito dell’idolo caduto nel primo atto, invece, la bellezza mozzafiato e l’attitudine d’acciaio di Oseloka Obi contrastano nettamente con la moglie che ha scelto e con cui ha avuto dei figli: in sostanza ha una sola battuta per spiegare questa strana combinazione e – in modo atipico per Placey – è talmente goffa che Obi la aggira con una manovra abile, sperando che non ce ne accorgiamo. Il contraltare del ragazzo, il fratello laborioso ma anche un po’ losco, Jay Mailer, è un’altra ottima aggiunta a questa compagnia NYT Rep, e l’ingegnosa creazione della sua officina è uno dei tanti momenti deliziosi del design della prima metà firmato da Cecilia Carey.
Interpretando una sorta di Miss Honey accanto alla malvagia Diane, un’altra insegnante (la leziosa Mary di Laurie Ogden) manda a rotoli la propria carriera dando a Georgia, interpretata da Alice Vilanculo e assoluta “ruba-scena”, un “consiglio” totalmente fuori luogo su come praticare correttamente il bondage. Dov’era la valutazione dei rischi per una cosa del genere? Davvero: che tipo di aggiornamento professionale sta mettendo in campo la loro scuola? Ma è questo genere di assurdità sgangherata che è il pane quotidiano del teatro quando porta l’Istruzione in scena. Quasi sempre le cose vengono fatte male, sia nel mondo di battute taglienti di The History Boys sia sotto l’orribile regime di Miss Trunchball. Placey è uno di quegli autori che il National Theatre ha adottato e poi mandato, in stile missionario, nelle scuole di tutto il Paese a fare “workshop”: non essendo stato educato qui, è proprio questo ruolo evangelizzatore ad avergli dato l’accesso necessario per raccogliere, uno dopo l’altro, tutti i soliti stereotipi.
Il cast di Consensual. Foto: Helen Murray
Così, ci ritroviamo con il Liam di Jeffrey Sangalang, “dono di Dio alle donne”, e con la sua disponibile sgualdrina Grace, svampita, di Francesca Regis; poi ci sono la Taylor “da qualche parte nello spettro” di Leah Mains e l’atteggiarsi monocorde di Aiden Cheng nel ruolo dello studente gay “professionale”, Nathan, liquidato dal Rhys rumoroso ma intimamente insicuro di Muhammad Abubakar Khan come “Tom Daley”: un tipico esempio delle battute da classe qui in offerta. Simran Hunjun risulta forse un po’ troppo “Home Counties” nei panni di Amanda e Jamie Ankrah si cimenta con il ragazzo “grosso”, Brandon, ma – come molti altri – in realtà non gli viene dato molto su cui costruire. Detto questo, il casting è quanto mai politicamente corretto, certo, in un modo in cui la condotta degli insegnanti decisamente non lo è. Diversità e “accessibilità” vanno benissimo, ma nel mondo serio delle “relazioni” esistono dei limiti, e qui vengono ribaditi, ancora una volta, con la ripetitività superficiale del tipico programma di PSHE. Isabel Adomakoh Young nei panni di Destiny, Olivia Dowd in quelli di Kayla e infine l’interessante prova del poco sfruttato Christopher Williams come Owen e Mr Abramovitch completano il resto del gruppo.
E dov’è, in tutto questo, il cuore di Mr Placey? Non ne ho idea. Sembra l’ennesimo esercizio benintenzionato e scrupolosamente “da spunte”, che torna a rivoltare un terreno già ampiamente arato con risultati del tutto prevedibili. I buoni si rivelano molto meno ammirevoli di quanto si racconti, e i cattivi di solito riescono a farla franca con ciò su cui i buoni preferiscono tormentarsi le mani. Ecco perché si chiama teatro. L’angoscia immediata e totale di Diane dopo il rapporto è il punto in cui questo castello di carte ci crolla addosso. L’Opinione Pubblica siede alle spalle di questi teatranti, gli respira sul collo, imponendo un’agenda precisa da seguire. E l’agenda viene seguita. Se volete unirvi a loro in quel percorso, sapete cosa vi aspetta. Ammirate il talento e fate ciò che tutti i bambini sanno fare, e che questo testo non fa: guardate al futuro.
SITO WEB DEL NATIONAL YOUTH THEATRE
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