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NOTIZIE

RECENSIONE: Cymbeline, Royal Shakespeare Theatre, Stratford Upon Avon ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

Libby Purves

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La nostra theatreCat Libby Purves recensisce Cymbeline al Royal Shakespeare Theatre di Stratford-upon-Avon.

Cat White (Helen), Conor Glean (Cloten), Marcia Lecky (Lady), Peter De Jersey (Cymbeline) e Alexandra Gilbreath nel ruolo della Regina. Foto: Ellie Kurtz Cymbeline

Royal Shakespeare Theatre

5 Stelle

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Un bel respiro, concentriamoci: c’è questo Re britannico dell’antichità che un tempo bandì un tizio il quale, per vendetta, gli sottrasse i due figli maschi in fasce, lasciandogli solo una figlia, Imogen, ora in disgrazia perché ha sposato un comune mortale e rifiuta il rozzo fratellastro. Il suo vero amore è esiliato a Roma; viene ingannato fino a dubitare della sua virtù, progetta un omicidio ma – ah, sì: adesso siamo in Galles, con archi e frecce e animali morti a tracolla – Imogen si traveste da ragazzo. E così, senza saperlo, incontra i fratelli perduti e a quanto pare muore. Ma è davvero morta? Ah, e c’è anche una guerra per questioni di tributi, e qualche legionario romano...

Non preoccupatevi. Davvero, non preoccupatevi. Vi piacerà da matti. Il grande regista Greg Doran, fino a poco fa alla guida della RSC, ha un dono particolare per il racconto e per la chiarezza. La tradizionale classificazione “da letteratura inglese” delle opere di Shakespeare in tragedie, storie, commedie e i finali “romances” redentivi ha spesso acceso dispute accademiche su che cosa sia esattamente Cymbeline; ma dimenticate tutto: è una storia che fila via che è una meraviglia, non ha paura di esagerare un paio di volte, e Doran sa benissimo come maneggiarla. Basta raccontarla, e tenerci incollati. Per citare un’altra opera, “è necessario che risvegliate la vostra fede”.

Amber James (Imogen), Daf Thomas (Anviragus) e Scott Gutteridge nel ruolo di Guiderius. Foto: Ellie Kurtz

George Bernard Shaw e il dottor Johnson la detestavano entrambi, e un critico di peso decise che l’autore fosse stanco e avesse iniziato a caricaturare deliberatamente i propri personaggi precedenti. Di certo, Re Cymbeline ha momenti da Lear; Imogen, come Giulietta, si risveglia credendo di trovarsi accanto al cadavere dell’amato; un patriarca esiliato cresce dei figli nella natura selvaggia come Prospero; Iachimo è uno Iago da discount con una spruzzata di Riccardo III. C’è un amante diffidente, una Regina macchinatrice, travestimenti, fratelli che si ritrovano, una pozione, una sorprendente discesa dal cielo e una delle migliori teste mozzate mai viste dal reparto attrezzeria della RSC, completa di ghigno.

Il cast di Cymbeline. Foto: Ellie Kurtz

Ma non è una caricatura: la lingua è formidabile, e lo sono anche la profondità emotiva e la finezza che questa produzione porta alla luce con cura affettuosa. La messa in scena e i costumi sono magnifici in puro stile RSC. Stephen Brimson Lewis ci offre un arco semplice e spoglio sotto una grande luna che si muove tra argento, oro e scarlatto: ogni scena è composta con la vividezza e la densità di senso di un grande Maestro antico. La musica, composta appositamente da Paul Englishby, guida il sentimento della storia con uilleann pipes, violoncello, flauti e trombe. Ci sono momenti di comicità tagliente con il rozzo Cloten di Conor Glean, e talvolta anche con Alexandra Gilbreath che si gode splendidamente la perfidia della Regina. Ci sono perfino ondate di risate fra momenti mozzafiato, mentre molti personaggi malconci, insanguinati e confusi arrivano alla deliberatamente iper-complessa risoluzione finale. Amber James è un’Imogen salda e piena di spirito, e il grande lamento “Fear no more the heat o’the sun” viene cantato con una semplicità dolcissima e indimenticabile dai due fratelli perduti, nei loro abiti da caccia logori.

Mark Hadfield nel ruolo di Pisano. Foto: Ellie Kurtz

Così, fin dal momento in cui i personaggi avanzano verso di noi, solenni dalle ombre del fondo scena, si avverte la sensazione di essere guidati: seduti al sicuro accanto al focolare, mentre ci viene raccontata una storia tumultuosa. Le assurdità della trama svaniscono nella certezza di ogni personaggio: l’Iachimo mellifluo di Jamie Wilkes che elenca gli arredi della camera di Imogen come un inquietante agente immobiliare, e poi attribuisce la propria perfidia al suo “cervello italiano” (gli stranieri! evidentemente non possono farci niente). C’è il piccolo e fedele servitore Pisanio di Mark Hadfield, intrappolato tra affetto e ordini, il medico di corte nervoso e le ancelle in ansia, i ragazzi esuberanti e dal cuore buono nella natura gallese e, naturalmente, il Re stesso dal temperamento corto (Peter de Jersey), manipolato dalla sua Regina fino a confrontarsi con apprensione con l’imponente generale romano corazzato di Theo Ogundipe.

Personaggi grandi e piccoli, ciascuno pesato al punto giusto, tengono tutto insieme intorno al viaggio di Imogen. Nessuna parola meravigliosa viene sprecata, sia in un solenne perdono finale – “vivete, e comportatevi meglio con gli altri” – sia in una delle fulminee agilità verbali di Shakespeare. Come l’eccellente consiglio “trans” di Pisanio a Imogen mentre si veste da ragazzo: abbandonare i modi femminili ed essere “sfacciata e litigiosa come una donnola”. Molti scontri restano impressi e infestano i sogni per tutta la notte. C’è forza nella sfida di Pisanio alla disperazione suicida di Imogen (Hadfield è splendida), e nella breve risata del pubblico quando a Cymbeline viene detto senza giri di parole che la Regina defunta “non vi ha mai amato... ha sposato la vostra regalità, ha aborrito la vostra persona”. Poi la risata si spegne davanti al vero shock del Re.

Oh sì, siamo stati sotto il controllo del narratore dall’inizio alla fine: guidati con mano sicura lungo un sentiero selvaggio, tortuoso e sassoso. È una sensazione esaltante.

Cymbeline è in scena fino al 27 maggio. (Troppo poco, secondo me: come faccio a tornare fin lì??)

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