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NOTIZIE

RECENSIONE: Dessa Rose, Trafalgar Studios ✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

stephencollins

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Dessa Rose Trafalgar Studios 2 29 luglio 2014 4 stelle Prenota i biglietti

La recente chiusura di I Can’t Sing ha aleggiato come una nuvola fitta, terribile e scura sul West End. Ma, come tutte le nuvole, si è scoperto che c’era davvero un risvolto positivo.

Perché se lo spettacolo avesse continuato a andare in scena (come avrebbe dovuto, perché era davvero piuttosto buono), Cynthia Erivo difficilmente sarebbe stata disponibile per interpretare la prima europea di Dessa Rose, musical del 2005 del magistrale duo Stephen Flaherty (musica) e Lynn Ahrens (libretto e testi), ora in anteprima al Trafalgar Studio Two — e sarebbe stata una perdita enorme.

Dessa Rose è un musical straordinariamente coinvolgente che ripercorre la vita di due donne dalla metà dell’Ottocento ai primi anni Venti del Novecento in America, soprattutto nel Sud. Dessa Rose nasce schiava, ma a sedici anni ha già avuto un figlio, è stata condannata a morte ed è in fuga. La sua storia si intreccia con quella di Ruth, donna bianca cresciuta nella rispettabilità dell’aristocrazia del Sud e destinata a “sistemarsi” con un buon matrimonio. Si sposa, ma non bene — e si ritrova sola, abbandonata dal marito giocatore d’azzardo, con una piantagione allo sbando come casa.

Il cuore del musical racconta l’amicizia che, col tempo, diventa solida tra queste due donne, entrambe straordinarie, tenaci e meravigliose a modo loro. È quasi una favola; a tratti, se non fosse che è la storia di due donne, si potrebbe anche pensare che l’abbia scritta Mark Twain: tanto è vivo lo spirito comico e tanto sono crude e intense le osservazioni sulle vicissitudini della vita per le donne e per gli afroamericani nel Profondo Sud, in quei decenni in cui la schiavitù era la norma e speranza e armonia andavano conquistate con fatica.

È a tratti divertente e profondamente commovente, e i colpi di scena sono molti prima che il racconto si concluda.

Andrew Keates dirige con mano sicura e limpida. La produzione è essenziale e senza fronzoli, ma mai spenta né confusionaria. Il piccolo spazio è sfruttato al massimo e, nonostante l’estrema vicinanza tra pubblico e cast, non si avverte mai alcun imbarazzo. C’è un’intimità che si sposa magnificamente con il testo e ne esalta brillantezza e smalto.

Tutto, nella scenografia-ingegnosa a incastro di Garance Marneur, funziona. La presenza costante di catene appese ribadisce, sullo sfondo, l’idea della schiavitù e viene impiegata in molti modi diversi: alcuni sorprendenti, altri al servizio dei passaggi più cupi. Anche i costumi (Phillipa Batt) evocano splendidamente l’epoca.

Dean Austin firma una direzione musicale di prim’ordine e la piccola band, dalla formazione insolita (tastiere, violino/mandolino, legni e violoncello), distribuita ai due estremi della sala, offre un accompagnamento eccellente. Il cast contribuisce anche alle percussioni, in modo estemporaneo, come la partitura lo richiede. Ne risulta un effetto musicale che fa pensare a falò, uscite di gruppo e collaborazione. Il senso di obiettivo comune è enfatizzato dal posizionamento dei musicisti: un tocco intelligente che ripaga.

Al centro di tutto, però, c’è la straordinaria e pressoché perfetta interpretazione di Cynthia Erivo nel ruolo eponimo. Canta in modo sbalorditivo, colmo di dolore e bellezza; dizione e timbro sono chiari come una tromba, ricchi e infinitamente precisi. E anche sul piano drammatico eccelle. È divertente, umile, vendicativa, vigile, feroce, amorevole, dolce, attenta e gioiosa: gli occhi scintillano di energia e felicità e ogni volta che entra nella luce (e spesso persino quando c’è ma si nasconde nell’ombra) dà slancio all’azione e diventa il cuore pulsante dello spettacolo.

È una prova davvero notevole e ipnotica. Viva, in ogni possibile senso.

È sostenuta splendidamente da Edward Baruwa nei panni di Nathan, un compagno di schiavitù imponente, la cui passione per la libertà è quasi grande quanto il suo cuore e la sua voglia di godersi la vita. La sua interpretazione di The Scheme nel secondo atto è uno dei momenti più appaganti e divertenti della serata.

Nei panni di Ruth, Cassidy Janson offre una prova di livello, soprattutto nel secondo atto, quando condivide più tempo in scena con Erivo e Baruwa. Il rapporto che costruisce con Baruwa è particolarmente delicato e autentico. Il battibecco e la successiva solidarietà con Erivo sono di un’imbarazzante schiettezza, sorprendentemente franca e reale. Vocalmente, a tratti è sembrata un po’ trattenuta, ma non abbastanza da diventare un problema. I mezzi li ha, e il pubblico ha voglia di sentirli. Le armonie con Erivo sono un piacere memorabile.

Cassidy condivide un momento splendido nel primo atto con l’affidabilissimo John Addison: Bertie’s Waltz è un attimo di vera speranza, di gioia in attesa, e prepara con naturalezza ciò che seguirà per Ruth. Addison interpreta bene una serie di ruoli e nel secondo atto si sente la sua mancanza, quando ha meno da fare.

Jon Robyns, per fortuna, recita contro tipo; il suo Adam Nehemiah — ambizioso, egoista, bigotto e diabolico — è un cattivo dalla mostruosità stratificata. Costruisce il personaggio con gusto, rivelando lentamente lo stupratore bramoso e il folle assetato di vendetta. Canta con un’accuratezza sprezzante.

Spiccano anche Sharon Benson, Miquel Brown e Abiona Omonua, tutte e tre con un’energia da cantante gospel. E Alexander Evans regala una serie di cameo abilissimi che colpiscono, dal padrone di piantagione abusivo al riccone viscido, fino allo sceriffo fermo ma gentile e fiducioso.

Davvero, nell’ensemble non ci sono anelli deboli. Ognuno fa ciò che serve, con una sicurezza e una competenza che sul West End dovrebbero essere più comuni — ma spesso non lo sono.

Le eccellenti e atmosferiche luci di Neill Brinkworth e le coreografie di Sam Spencer Lane sono la ciliegina sulla torta. Se c’è un appunto, riguarda il sound design di James Nicholson, ma siamo ancora agli inizi e senza dubbio i “gremlin” verranno eliminati man mano che ci si avvicina alla prima.

È una presentazione splendidamente matura di un musical difficile, ma decisamente attraente e divertente. È il miglior lavoro di Keates finora, e in Erivo ha una star di autentica potenza che “consegna” su tutta la linea.

Se apprezzate una bella storia, raccontata con precisione e interpretata in modo magnifico, accaparratevi un biglietto prima che vada esaurito, come sicuramente accadrà.

Prenota i biglietti per Dessa Rose al Trafalgar Studios

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