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RECENSIONE: Folk, Hampstead Theatre ✭✭✭✭
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Libby Purves
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La nostra theatreCat di casa, Libby Purves, torna all’Hampstead Theatre per recensire Folk di Neil Leyshon, ora in scena al Downstairs Theatre.
SIMON ROBSON (SHARP) & MARIAM HAQUE (LOUIE). Foto: Robert Day Folk
Downstairs all’Hampstead Theatre
4 stelle
Prenota ora C’è una deliziosa coincidenza. Sul palcoscenico principale è in programma PEGGY FOR YOU (fino al 29) mentre il piccolo spazio al piano di sotto ospita la nuova e davvero piacevole pièce di Neil Leyshon, che immagina Cecil Sharp intento a raccogliere canti popolari nel Somerset. Entrambe parlano di mentori-ostetriche dell’arte, e di artisti che, in cambio, possono essere insieme grati e risentiti. Di sopra c’è Peggy Ramsay, non una creativa ma una devota agente di drammaturghi; di sotto c’è un musicologo edoardiano, che vorrebbe essere lui stesso un compositore migliore mentre raccoglie e rielabora “il vero canto dell’Inghilterra” dalla gente di campagna.
Sharp sentiva che l’Inghilterra, dai tempi di Purcell, fosse rimasta indietro rispetto ai tedeschi, che con sarcasmo ci definivano “das land ohne musik” (terra senza musica). Spiegandosi alla contadina-domestica Louisa Hooper, tuona: “La Scozia ha le sue canzoni. L’Irlanda non ha altro che canzoni. Il Galles ha persino canzoni! Ma l’Inghilterra…”.
MARIAM HAQUE (LOUIE), SIMON ROBSON (SHARP) & BEN ALLEN (JOHN). Foto: Robert Day
“Si sbagliano,” dice Louie con coraggio. “Noi abbiamo canzoni”. Ed è proprio questa la risposta per cui Sharp è venuto: qualcosa che lui considera puro e inglese “prima che le macchine prendano il sopravvento e prima che tutto scompaia”. Lei canta per lui, una delle centinaia di canzoni ricevute dalla madre, morta da poco. E sì, ti si rizzano i peli sul collo, soprattutto se riconosci “Lord Randal”. Perché è conosciuta soprattutto come ballata di confine anglo-scozzese, e poi come prestito di Bob Dylan. Scelta furba, perché ci ricorda fin da subito che, per quanto Sharp sia in ansia per l’“inglesità”, la cosa magica è la gloriosa libertà errante, zingara, di tutte queste canzoni. Attraversano confini e oceani. Fece bene a raccoglierle nelle versioni tramandate a voce e a orecchio, a custodirle e metterle per iscritto come puntini neri sul pentagramma. Ma fece male, dicono alcuni, ad appropriarsi con piglio da padrone delle vecchie canzoni, a fossilizzarle e riordinarle per artisti da concerto formati nelle metropoli. Questa discussione continua ancora oggi nel tuo folk club di zona. Ed è giusto che continui.
Con gioia, l’abile testo di Neil Leyshon accoglie queste prospettive contrapposte sull’eredità di Cecil Sharp, mentre Louie Hooper, la povera lavoratrice a domicilio con le mani indolenzite dal fare guanti, lo riporta ripetutamente coi piedi per terra. La prima volta quando—pur stupita e entusiasta al primo ascolto del “pianoforte” del vicario— chiede incredula “Si può avere un LAVORO facendo musica?”. Più tardi respinge l’arrangiamento che lui ha fatto di una delle canzoni che gli ha cantato: “Non sento mia madre. È rigido, è ordinato, non c’è niente di selvatico”. E ancora: “La fissi così stretta!”. “L’ho messa in ordine” protesta lui, un po’ ferito dalla sua mancanza di ammirazione. Sguardi di disprezzo. Questa non è una figura plasmabile per un Pigmalione: Louie sa chi è, qual è la sua casa e il valore di quelle sensazioni profonde e disordinate nello stomaco che le canzoni della madre evocano.
Sharp ammette che la sua analfabetismo è stato un vantaggio per lui, perché “se sapessi scrivere non ricorderesti così tante canzoni”. In modo sovversivo, però, questa figlia degli anni precedenti all’istruzione elementare gratuita gli insegna come cantare davvero un’intera scena, alla vecchia maniera, spostando il cuore da campo a campo e da fiore a fiore: lui resta interdetto. Ma lui lo sa e noi lo sappiamo: un nuovo secolo sta arrivando, e la vita deve e cambierà. Anche Louie lo sa, rifiutando la fossilizzazione sentimentale di canzoni e idee. “Nulla resta fermo” dice, secca. Glielo ha insegnato la campagna che cambia, perfino il progetto di drenaggio dei Somerset Levels.
BEN ALLEN (JOHN). Foto: Robert Day
Le canzoni che Leyshon utilizza—strappacuore, ormai familiari, con alberi che crescono alti ed erba che cresce verde, tombe tristi e amori perduti e fanciulle inseguite tra i cespugli—sono state raccolte da varie persone, tra cui la reale e ben documentata Louisa Hooper. Ma c’è un nucleo drammatico autentico in tutta l’operazione, nel taglio ristretto della pièce: una luce immaginativa gettata su questo rapporto cautamente amichevole tra un accademico di musica un po’ arrogante e una ragazza di campagna che canta dal cuore, dalla memoria e dall’amore.
Mariam Haque è una Louie meravigliosamente intensa, portando nel ruolo timidezza e sfida, una nobile schiettezza sia nel canto sia nel confronto. Simon Robson coglie come l’arroganza accademica di Sharp sia ammorbidita da una vera fame di comprensione umana che gli permise di ascoltare davvero le voci contadine o zingare che la sua classe spesso ignorava. La sorellastra di Louie, Lucy, che a volte canta con lei e soffre una propria perdita d’amore, è Sasha Frost, energicamente con i piedi per terra, in contrasto. Il John irrequieto e rurale di Ben Allen, desideroso di fuggire dalle maleodoranti concerie per una vita in Canada, completa il quartetto.
La scenografia è semplice: dal cottage alla canonica, segnati da luci che si alzano dolcemente su arazzi e pianoforte mentre le postazioni di lavoro delle donne vengono portate via con brio. La regia di Roxana Silbert è gentile, senza fretta, rispettosa. Proprio come in RAYA, un altro gioiello recente del Downstairs di Hampstead. A pensarci bene, è il terzo di fila sotto questa Direttrice Artistica che è riuscito a farlo cantare al cuore; c’era anche BIG BIG SKY di Tom Wells. Spazio minuscolo, senza tecnologia, tre nuove pièce in piena pandemia, nuovi sussulti del cuore e pensieri per la testa. Massimo rispetto. Qualcuno porti questo spettacolo in tournée questa primavera.
Fino al 5 febbraio 2022 al Hampstead Downstairs
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