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NOTIZIE

RECENSIONE: Heartbreak House, Union Theatre ✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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Heartbreak House

Union Theatre,

10 gennaio 2018

4 stelle

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Tra tutte le opere scritte da George Bernard Shaw, ce n’è una che ha trovato un posto speciale nel cuore e nella mente dei sovietici: proprio questa.  Non è difficile capirne il motivo.  Un po’ alla maniera di Bulgakov, e di Čechov prima di lui, in questa semplice storia ambientata in una casa di campagna, dove si riuniscono “tipi” rappresentativi intorno allo scoppio della Grande Guerra (pur essendo stata scritta subito dopo la sua fine), Shaw smaschera le classi dirigenti: fiacche, viziate, senza direzione, così come lui le vede, e poi le mette di fronte a un fragoroso regolamento di conti, quando la sua lettura accuratamente costruita dell’inevitabilità storica le raggiunge.  Assistiamo al crollo del loro mondo di fantasia in un cumulo di macerie e ci godiamo fino in fondo lo spettacolo della sua distruzione, un po’ come andare a vedere un vecchio kolossal catastrofico a Drury Lane.  E in questa produzione della Phil Willmott Company – che ormai è di casa nel nuovo spazio dell’Union a Southwark – ci arriva un pacchetto di gran classe, che espone al meglio tutte le sue splendide qualità.

Non che la frizzante, spensierata prima parte faccia molto per prepararci a ciò che verrà.  Justin Williams e Jonny Rust hanno dato davvero fondo all’inventiva con la scenografia, servendoci una magnifica ziggurat di livelli che richiama da vicino lo spazio “a nave” richiesto dal testo, e infilando quante più allusioni possibili al mare, alla campagna, alla buona società e al patriottismo.  C’è persino un cannone (anche se, deludentemente, non lo vediamo mai sparare).  Ben Jacobs illumina il tutto per tirare fuori quanta più profondità e prospettiva possibile, e Philip Matejtschuk diffonde suoni d’epoca e d’ambiente per consolidare il nostro senso di realtà della casa; lo stesso fanno i bei costumi di Penn O’Gara.

Lo stesso, però, non si può dire fino in fondo delle interpretazioni nella prima parte.  Lianne Harvey è la prima a entrare in scena – in un delizioso taglio di luce firmato Jacobs, purtroppo troppo fugace – ed è vivace e virginale nei panni di Ellie Dunn, mentre Alison Mead regala un’interpretazione davvero affettuosa di Nurse Guinness.  Fin qui ci siamo, ma quando compare il Captain Shotover di James Horne e le complicazioni della trama volutamente arcana di Shaw iniziano a riversarsi sulla scena, cresce un senso di inquietudine.  Dove vuole andare a parare tutto questo?  Le cose si fanno ancora più preoccupanti con l’arrivo degli altri ospiti del fine settimana: la Lady Ariadne Utterword di Francesca Burgoyne, furiosa e terrificante nella sua energia, splendida tra piume e raso arricciato; il Randall Utterword di Toby Spearpoint, pallido e fin troppo mansueto; l’orrore marziale – il nome dice già tutto – che è Hector Hushabye di Mat Betteridge, lothario sfrontato, e la sua moglie scioccamente indifferente, la figlia di casa, Hesione Hushabye interpretata da Helen Anker.  Ci sono anche un’altra coppia di visitatori, in qualche modo collegata a Ellie: il Mazzini Dunn di Ben Porter, rigido ma umano, e l’intruso del “commercio” completamente fuori posto di J P Turner, Boss Mangan.  E c’è perfino un ladro, interpretato come un cockney costiero da Richard Harfst.

Questa collezione di aptronomi probabilmente segnala la tendenza principale del testo nella prima parte dello spettacolo: offrire una chiacchierata sfilata di archetipi.  E, non avendo molto altro di trama su cui lavorare, è esattamente ciò che ci danno.  È fedele alle intenzioni del copione, ma mette a nudo tutte le debolezze strutturali di Shaw: viverla è come mangiare tanta glassa senza alcuna frutta sotto.  Dopo un po’ diventa dolciastra in modo indigesto e superficiale.  Il pubblico inizia a desiderare qualcosa di più semplice e “terreno”.  Per fortuna, proprio alla fine della prima parte qualcuno tira fuori una pistola e sulla scena si accende un raggio di possibilità.  Tuttavia, dopo una prima metà lunga e piuttosto inconcludente, si va al bar nell’intervallo senza essere davvero convinti che stia per emergere qualcosa di significativo.

E quanto ci si sbaglia.  L’azione riprende come se non ci fosse stata alcuna pausa e veniamo catapultati in un territorio molto più cupo e, soprattutto, assai più interessante.  All’improvviso, anche se la pistola non spara nemmeno questa volta (meno male, con tutti quei panetti di dinamite sparsi sul palco), la fastidiosa superficialità di questi personaggi viene spazzata via.  Ora devono guardarsi per ciò che sono davvero, e Shaw lascia che il processo segua il suo corso naturale, permettendo alle cose di accadere, di sciogliersi, di svilupparsi in modo organico.  Finalmente la scena si riempie di vero teatro: a un atto di confessione – o, più probabilmente, di smascheramento – ne segue un altro.  Gravati dalle spiacevoli incombenze della Verità, i personaggi perdono semplicemente il controllo e vivono un risveglio, ritrovandosi alla deriva gli uni dagli altri o, inaspettatamente, gettati insieme a persone che non pensavano di volere accanto, in questa enorme casa, il cui cuore – in ogni senso della parola – è stato davvero spezzato.  Tutto d’un tratto ci ritroviamo nello stesso mondo moderno di, per esempio, “La règle du jeu”, e di tutti i decenni successivi, fino a oggi: davvero il destino della nazione può essere affidato a persone così completamente inadatte a governarlo in modo efficace?  Oppure, se così deve essere, loro – o noi – possiamo avere un futuro?

Miracolosamente, nella seconda parte Shaw compie il miracolo di ringiovanire l’opera a partire dai detriti oziosi della prima.  Non lo si vede arrivare affatto, e proprio per questo è così divertente quando ti colpisce.  E poi, proprio mentre i personaggi perdono la posizione che si erano attribuiti nella prima metà, in modo sorprendente e inatteso acquistano molto più fascino e simpatia di quanto avresti mai immaginato che potessero conquistare.  Shaw non ci offre esattamente speranza, ma dipinge un quadro che riconosciamo come qualcosa che parla direttamente a noi, oggi.  Ci vuole un po’ ad arrivarci, ma vale più che la pena resistere.

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