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NOTIZIE

RECENSIONE: È Successo A Key West, Teatro Charing Cross ✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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Julian Eaves recensisce il nuovo musical It Happened In Key West di Jill Santoriello e Jason Huza, ora in scena al Charing Cross Theatre.

Wade McCollum e Alyssa Martyn in It Happened In Key West. Foto: Darren Bell It Happened In Key West

Charing Cross Theatre,

10 luglio 2018

1 stella

Prenota ora Jill Santoriello è celebrata come la prima donna ad aver firmato libretto, musiche e testi di un musical di Broadway, ed è un talento notevole.  Circa dieci anni fa ottenne un discreto successo con la sua rilettura del romanzo di Dickens, A Tale Of Two Cities, che, a partire dagli anni Ottanta, ha via via modellato fino a farne un più che rispettabile calco del modello commercialmente vincente di Les Miserables (nell’originale compagnia di Broadway appariva anche suo fratello Alex, che produsse inoltre le prime rappresentazioni dello spettacolo della sorella), con una generosa spruzzata dello stile pop-operistico di Frank Wildhorn.  In quel lavoro c’è una solidità e una coerenza che dicono molto delle sue capacità: non manca l’inventiva melodica, il linguaggio armonico è fresco e coinvolgente, la comprensione e la restituzione dei personaggi è sensibile, e la gestione degli snodi narrativi e della scala teatrale è sicura e drammaticamente avvincente.  Purtroppo, il debutto a New York fu funestato da una lunga serie di sfortune; eppure lo spettacolo vinse un Outer Critics Circle Award per il miglior musical e ottenne molte altre nomination, e in seguito ha dimostrato una notevole tenuta in tutto il mondo, riemergendo continuamente in nuove produzioni.  Se solo fosse questo lo spettacolo che stiamo vedendo ora al Charing Cross Theatre, sono certo che oggi la staremmo festeggiando.  Invece, ci tocca l’opera più recente, coraggiosamente esposta al nostro sguardo e al nostro giudizio.

La compagnia di It Happened In Key West. Foto: Darren Bell

Viene pubblicizzato come una “nuova commedia romantica musicale” e, per quanto di musica ce ne sia parecchia, non c’è nulla di nuovo né nella storia né nello stile; di romantico ha più o meno quanto abbracciare un cadavere, e le risate sono rare, distanziate e sempre un po’ vuote.  Santoriello ha scritto il libretto insieme a Jason Huza (che contribuisce anche con musiche aggiuntive) e con il produttore principale, piuttosto giovane, Jeremiah James (autore anche dell’idea originale).  Il signor James era presente alla prima londinese, con un paio di pantofole Paul Smith volutamente scherzose e una cravatta in tinta; e nello spettacolo c’è molto che rispecchia lo stesso umorismo lezioso e strampalato: personalmente trovo che si sposi malissimo con il registro epico ed eroico di Santoriello.  Vedremo come reagiranno altri pubblici.

Alyssa Martyn e Wade McCollum in It Happened In Key West. Foto: Darren Bell

Quello che troviamo qui è una manciata di numeri musicali frizzanti, pastiche piuttosto ben congegnati di canzoni pop americane dei primi anni Trenta e Quaranta: ma, a dirla tutta, potrebbero essere stati scritti da chiunque, per qualunque scopo.  Su una scenografia (la produzione è firmata da un altro americano, Jamie Roderick) che sembra in tutto e per tutto una versione amatoriale ma ben fatta di South Pacific, con tanto di cianfrusaglie da negozio di souvenir sul lungomare che traboccano dal palco fino in platea, un altro americano, Marc Robin (nientemeno che Executive Artistic Producer del Fulton Theatre di Lancaster, Pennsylvania, dove lo spettacolo ebbe una presentazione in forma di workshop la scorsa estate) si assume l’onerosa responsabilità di regia e coreografie, combinando un disastro goffo in entrambi i ruoli.  Non ha la minima idea di che cosa fare con questo spettacolo.  Portano in scena un lotto di casse da imballaggio e quelle – cari spettatori paganti – sono praticamente la “scenografia” che vi troverete davanti per tutta la serata.  Abituatevi.

Forse hanno esaurito il budget con tutti gli attori?  Nonostante, in sostanza, questa sia una storia con soli due personaggi, attorno a loro si ammassa un bel gruppo di comparse per, be’, sostanzialmente commentare le loro bravate.  Ci viene ripetuto continuamente che è “basato” su una storia vera: sì, “basato”, ma con tutti i soliti compromessi dello show-business.  Uno dei protagonisti, l’attore ancora piuttosto giovane, atletico e di bell’aspetto Wade McCollum, rende il conte Carl von Closen molto, molto più glamour e accattivante del bizzarro tedesco reale, che sviluppò una passione feticistica per i resti mortali della molto, molto più giovane Elena Hoyos (la relativamente nuova Alyssa Martin); “Carl”, come lo chiamiamo affettuosamente, trovò un modo per imbalsamare il cadavere nel caldo della Florida, tenendolo insieme con metri e metri di filo di ferro da pianoforte, e riempì le sue giornate inutili portandolo in giro per la città, drappeggiato “in incognito” sotto abiti voluminosi, e comportandosi come la coppia sposata che fingeva fossero.

La compagnia di It Happened In Key West. Foto: Darren Bell

Quando il suo piccolo inganno fu finalmente scoperto, venne trascinato davanti ai tribunali (una bella prova di Nuno Queimado nel ruolo del giudice), ma l’opinione pubblica era dalla parte di von Cosel e, dopo un mese circa di clamore, la questione fu archiviata piuttosto in fretta (davvero, chissà cosa fa quel caldo tropicale alla mente di chi ci vive).  Dunque, bisogna immaginare una situazione a metà tra I Walked With A Zombie e quello che sarebbe successo a Norman Bates se fosse invecchiato, inacidito e si fosse ritirato in Florida, come spesso accade a quel tipo di persone, e non avesse ucciso Janet Leigh.  Sì, qui ci sarebbe ampissimo spazio per un umorismo macabro – basta pensare a Corpse Bride di Tim Burton e ad altri intrattenimenti che hanno saputo trovare risate di questo tipo – ma questo spettacolo, davvero, davvero non ha l’indole per mantenere quel taglio.  Niente affatto: continua a voler diventare Love Never Dies; finisce il pastiche e si passa – con uno scossone – a un manierismo sub-operistico, come se dovessimo davvero sentire Kathryn Grayson e Howard Keel cantarlo.  Sono certo che Andrew Lloyd Webber (insieme al team di Slater, Elton e Forsyth per libretto e testi) sia felice dell’omaggio, ma questa combinazione, un po’ come quella fra un aristocratico eurotrash attempato e decadente che si finge medico e una gracile latinamericata tubercolotica, non si lascerà trasformare così facilmente in un’altra versione di La bella e la bestia.  Tra gli spettacoli in circolazione, questo appartiene soltanto al mondo dei morti viventi.

La compagnia di It Happened In Key West. Foto: Darren Bell

Ed è un peccato per il cast: dev’essere uno degli spettacoli più etnicamente diversificati in città, e non è cosa comune.  La statunitense Val Adams, formata negli USA, interpreta un’infermiera vivace; Miguel Angel è il medico che concede al nostro entusiasta aspirante barone Frankenstein la sua grande occasione… e, in modo ancora più discutibile, accesso a pazienti vulnerabili in fin di vita; Alexander Barria mette molta energia nei ruoli del padre della vittima e dello sceriffo; Mary-Jean Caldwell è sua moglie, mentre Sophia Lewis e Hannah McIver sono le altre due figlie, Nana e Celia, che escogitano il loro squallido piano corrotto per trasformare la sorella morta in un baraccone a pagamento (dopo essersi intascate i gioielli che von Cosel le aveva regalato e che lei avrebbe voluto seppellire con sé… perché lui li riesumasse di nuovo?).  E il vedovo vero e proprio, Luis, è Guido Garcia Lueches, che si farà ricordare soprattutto per il modo gelido con cui si ritrae da Elena quando viene a sapere della diagnosi di TB.  Sono un gruppo delizioso, e so che vi affezionerete a loro tanto quanto è successo a me.

Il resto della compagnia è composto da Ross McLaren e Johan Munir nei ruoli di Tom e Mario, con gli swing Andrea Golinucci e Siwan Henderson.  C’è una band di sette elementi, guidata da Andrew Hopkins, ma ciò che noterete soprattutto nelle orchestrazioni dell’americano Robert Felstein è la sovrabbondanza di ottoni digitalizzati d’imitazione, che non suonano mai come altro se non finti.  Il sound design di Andrew Johnson riesce a rendere tutti cristallini – purtroppo, non ci perdiamo nemmeno una sillaba dei testi molto altalenanti… magari fosse il contrario – ma non può trasformare un orecchio di scrofa in una borsa di seta.  Le orchestrazioni suonano economiche quanto appare economica la scenografia.  Curiosamente, nel programma non è accreditato alcun lighting designer, quindi presumo che se ne sia occupato il production designer: di certo gareggia con la scenografia in quanto a mancanza d’immaginazione.  (Se pensate che io sia troppo severo, allora contate – Conte! – quante volte gli attori devono fingere di bussare a una porta, battendo la mano su una di quelle maledette casse da imballaggio, e poi quante volte devono “mimare” l’apertura, se non sempre la chiusura, di quella porta immaginaria.  Sì, è davvero così amatoriale.)

Immagino che, forse, questo spettacolo potrebbe funzionare se i protagonisti fossero scelti meglio e se ci fosse un po’ di magia fra loro.  McCollum e Martyn fanno chiaramente del loro meglio con sincerità, ma sono penalizzati da una concatenazione di cattiva produzione, copione, partitura e regia.  Alla fine, lui sembra quasi ripescare Frank Epps dal Parade di Jason Robert Brown – e ha perfino un leggero difetto di pronuncia a corredo – mentre lei è messa a dura prova da una parte che richiederebbe una voce più matura e più robusta, e poi viene del tutto azzoppata dal dover rifare il ruolo, già molto sfruttato, di Anthony Hendon in Lucky Stiff di Ahrens e Flaherty.  Non possono vincere.

Quindi, a tutte le persone che mi hanno detto che questo spettacolo è una commedia e che mi sarei divertito a guardarlo, chiedo semplicemente: che cosa mi è sfuggito di così divertente?

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