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RECENSIONE: Joking Apart, Theatre Royal Windsor ✭✭✭✭
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Di
timhochstrasser
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A Parti Invertite – Theatre Royal Windsor. Foto: John Walmsley A Parti Invertite
Theatre Royal, Windsor
23 giugno 2015
4 stelle
«La tragedia di un uomo spesso non è che fallisca, ma che quasi vinca.»
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Proprio al riparo sotto la cortina muraria del Castello di Windsor si trova il delizioso Theatre Royal edoardiano, con i suoi eleganti toni crema e oro e i velluti sontuosi: in questi giorni ospita una breve serie di spettacoli di alto livello che, con encomiabile coraggio, ricrea per un momento lo spirito del teatro di repertorio “di compagnia”. Un tassello di questa mini-stagione è una più che gradita ripresa di Joking Apart di Alan Ayckbourn, un testo che ha conosciuto relativamente poche messinscene dopo una sfortunata prima londinese alla fine degli anni ’70.
È una delle commedie più cupe di Ayckbourn, incentrata sull’impatto distruttivo e corrosivo di gelosia e invidia. Al centro di tutto c’è una coppia, Richard (Chris Casey) e Anthea (Stephanie Willson), incarnazione di bontà, talento, avvenenza, successo professionale, cordialità e spirito comunitario. Intorno a loro gravitano gli amici, tutti sempre più infelici, le cui relazioni diventano via via più disfunzionali mentre Richard e Anthea restano radiosamente immutati. Due atti e quattro scene, ambientate nel giardino sul retro della loro casa e distribuite nell’arco di dodici anni, alternando stagioni invernali ed estive.
Come osserva lo stesso Ayckbourn nel programma di sala, c’è sempre stato un problema: come rendere drammaticamente interessante una bontà senza ombre. Così come il Dio di Milton risulta noioso rispetto alla caratterizzazione tormentata e stratificata di Satana, è difficile costruire un testo avvincente sui matrimoni sereni di persone belle e di successo. Il suo modo di affrontare la questione è spostare l’attenzione non su Richard e Anthea in sé, ma sulle azioni, reazioni e sui risentimenti accumulati dei loro amici. Il baricentro emotivo del testo si decentra quindi in modo intrigante verso i vicini: il vicario locale e sua moglie, Hugh (Anton Tweedale) e Louise (Natalie Douglas); un socio in affari, Sven (Alec Fellows-Bennett), e sua moglie Olive (Lou Lou Mason); e un vecchio amico di Anthea, Brian (Gary Roe), che si presenta con una successione di fidanzate identikit, tutte interpretate da Grace K. Miller. Attraversiamo la consueta sequenza di rituali sociali della middle class, accumulando informazioni sui trascorsi e sulle ossessioni presenti dei personaggi, mentre le correnti emotive si fanno più forti e le tensioni più disperate, fino a esplodere in confronti costruiti per essere al tempo stesso irresistibilmente comici e dolorosamente toccanti.
Tempismo e ritmo sono vitali nei testi di Ayckbourn. Quando funzionano, lo spettacolo procede come un raffinato meccanismo a orologeria; quando non funzionano, il risultato rischia di sembrare inconcludente e privo di scopo. Il confine tra un successo inebriante in questo tipo di repertorio e un fallimento goffo è pericolosamente sottile. Nella prima metà della serata, a tratti temevo che saremmo finiti dalla parte sbagliata della linea e ho iniziato a pensare, come spesso mi accade, che le prime stampa farebbero meglio a cadere più avanti nella tenitura, quando lo spettacolo ha trovato il suo passo. All’inizio tutto procedeva troppo lentamente e il cast era appena un filo compiaciuto nelle entrate e nel “recitare fuori battuta”. Chiaramente non ero l’unico a pensarla così, a giudicare da questo scambio che ho colto all’intervallo tra due spettatori che avrebbero potuto tranquillamente essere personaggi di Ayckbourn:
Marito: «Siamo qui da un’ora, cara, e non è successo niente!»
Moglie: «Nei suoi spettacoli non succede mai niente finché qualcuno non si ubriaca!»
Ed è andata proprio così: come spesso accade in Ayckbourn, è l’alcol che nella seconda parte scioglie le lingue in modo distruttivo e lascia tracimare, in forma caustica, i risentimenti accumulati negli anni. A questo punto però il ritmo era perfetto e lo spettacolo avanzava con forza e intensità verso una delineazione netta della verità racchiusa nella frase citata in apertura di questa recensione. Sotto la superficie del semplice passaggio dalla giovinezza alla mezza età si annida una cupa accettazione di compromesso e fallimento, resa ancora più oscura dal fatto che i fallimenti professionali e personali sono stati, in realtà, mancati successi per un soffio.
Sulla pagina, il testo può apparire piatto e sottile – proprio come accade con Coward. C’è poco spirito in superficie o gioco di parole. Ma la pagina è solo il punto di partenza: un canovaccio che gli attori devono completare e animare. È anche uno dei motivi per cui gli attori amano interpretare questi ruoli: perché c’è enorme spazio per invenzione creativa e interpretazione. Si vede subito che Ayckbourn è partito come attore. Fornisce un telaio di stereotipo e, da lì, la possibilità di creare un individuo unico e sfumato. La scrittura mette in moto l’interazione tra i caratteri con grande precisione e va trattata con cura e rispetto, fiducia e accuratezza; ma dentro quella struttura c’è anche una libertà reale. Il cast va elogiato per aver colto queste opportunità fino in fondo.
Nei panni di Richard e Anthea, Casey e Willson hanno per certi versi il compito più difficile. Sono affascinanti, belli, irritantemente vincenti in tutto ciò che intraprendono, anfitrioni generosi di tutte le feste che incorniciano l’azione. Ma devono anche essere il centro immobile attorno al quale accadono le cose. Rendono con successo quel senso di serena inconsapevolezza dei problemi, delle reazioni e delle sensibilità altrui che è fin troppo riconoscibile come conseguenza di una serie ininterrotta di vittorie fin da giovani e della capacità di ottenere ciò che si vuole senza sforzarsi troppo. In questo senso non sono così perfetti come Ayckbourn presume, ma sono perfettamente credibili.
Nel ruolo del prete di parrocchia impacciato e un po’ grossolano, Tweedale è molto efficace. Sfrutta al massimo la retorica anglicana del personaggio, emotivamente rigida e piena di cliché, e diventa davvero toccante quando vi fa passare un’emozione grezza. Douglas traccia la disintegrazione mentale di sua moglie Louise con una fine prova di goffaggine fisica, che incarna con precisione il crescente senso di impotenza sociale di fronte alla buona volontà instancabilmente efficiente dei vicini. Fellows-Bennett costruisce un ottimo studio di personaggio su una gelosia da maschio alfa appena trattenuta, portando Sven da tipico contrappunto comico “scandinavo” a una rappresentazione dettagliata prima del risentimento verso un rivale e poi di una furia contro la sconfitta degna di Marco Antonio. Mason ha meno da fare nei panni della moglie, ma rende bene la propria gelosia panica nei confronti di Anthea e i suoi patetici tentativi di sostenere il marito avallando la sua critica a Richard. Il ruolo di Roe è meno sviluppato degli altri, ma sfrutta al massimo un particolare monologo che rivela con tenerezza l’amore di una vita per Anthea: come spesso in Ayckbourn, il danno mostrato in scena è stato fatto molto prima, e noi vediamo le reazioni in ritardo. Miller ha il compito non semplice di interpretare, lungo tutto lo spettacolo, giovani bionde acerbe e simili tra loro; ma le differenzia con intelligenza e, alla fine, presta anche la voce a una generazione più giovane, quando, nei panni della figlia di casa, rifiuta simbolicamente di prendere parte alle battaglie e alle alleanze che hanno circondato i suoi genitori nei dodici anni precedenti.
Come in tanti teatri di una certa età, il bar del Theatre Royal è orgogliosamente tappezzato di foto di produzioni del passato provenienti dall’età d’oro del teatro di repertorio; e lì, puntuali, c’erano gli scatti di scena di un allestimento del 1986 di questo stesso testo, Joking Apart: montgomery, cravatte e giacche di tweed, abiti a fiori e grandi chiome crespe, un salto a piè pari negli anni ’70. Ma la lezione di questa bella produzione è che si tratta di un testo senza tempo, capace ancora oggi di riflettere con la stessa lucidità le nostre debolezze, come ha sempre fatto. Per maggiori informazioni sulla stagione di repertorio del Theatre Royal, visitate il loro sito.
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