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RECENSIONE: Giulio Cesare e Io, Methuen Drama ✭✭✭✭
Pubblicato su
6 giugno 2018
Di
markludmon
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Mark Ludmon recensisce Julius Caesar and Me – il libro rivelatore di Paterson Joseph che esplora l’“opera africana” di Shakespeare, Giulio Cesare
Julius Caesar and Me di Paterson Joseph
Methuen Drama (Bloomsbury Publishing)
Quattro stelle
Con recensioni entusiastiche e repliche sold out, l’allestimento di Giulio Cesare di Shakespeare firmato da Greg Doran per la Royal Shakespeare Company, con un cast di attori neri, è stato un enorme successo. Da Stratford-upon-Avon a Londra e poi in tournée nel Regno Unito, fino a Mosca, New York e Ohio, ha conquistato il pubblico grazie all’inventiva (e riuscitissima) scelta di trasportare la vicenda in un paese dell’Africa orientale senza nome. In questo nuovo volume della collana Methuen Theatre Makers, il Bruto dello spettacolo, Paterson Joseph, racconta cosa accadeva dietro le quinte: dal primo incontro in cui si discuteva il concept fino al calar del sipario finale a Columbus, Ohio. È un resoconto schietto e rivelatore, che mette a nudo tensioni e dubbi arrivati a livelli drammatici, mentre amicizie vengono messe alla prova da stanchezza e consuetudine.
Come suggerisce il titolo, si tratta di un racconto molto personale e, accanto all’analisi lucida e approfondita della propria esperienza d’attore nella produzione, Joseph ripercorre anche il modo in cui è arrivato a scoprire e ad amare Shakespeare e il teatro, da figlio della classe operaia di genitori originari di Saint Lucia, cresciuto nel nord-ovest di Londra. Seguendo il suo percorso dal teatro giovanile alla scuola di recitazione e ai primi ruoli professionali, mette a confronto le difficoltà incontrate dagli attori neri e delle minoranze etniche negli anni ’80 e ’90 con i progressi della diversità oggi, pur riconoscendo che la strada è ancora lunga. Riflette poi sugli ostacoli che affrontano le persone provenienti da contesti svantaggiati che vogliono entrare nel mondo del teatro: uno dei tanti temi attuali toccati dal libro. Joseph guarda anche alle barriere che scoraggiano le comunità nere e delle minoranze etniche dal frequentare il teatro, e ai diversi livelli di successo nel superarle durante la tournée mondiale di Giulio Cesare.
Spiega con grande chiarezza il ragionamento e il dibattito che hanno portato alla decisione di ambientare la produzione in Africa orientale con un cast nero, approfondendo perché Giulio Cesare sia stato definito dal regista e attore sudafricano John Kani l’“opera africana” di Shakespeare. Ne emerge come questa scelta fosse molto più di un espediente “politically correct”, ma affondasse le radici nella comprensione della storia politica africana, con la sua lunga scia di combattenti per la libertà sedotti dal potere, e in come l’opera risuonasse con Nelson Mandela e con membri dell’African National Congress. Per attori, creativi e accademici, Joseph offre un’analisi acuta scena per scena della messa in scena e dei personaggi, concentrandosi inevitabilmente sulle relazioni di Bruto, in particolare con Cassio, con la moglie Porzia e con il servo Lucio, interpretati rispettivamente da Cyril Nri, Adjoa Andoh e Simon Manyonda.
Per chi fa teatro, il libro offre spunti affascinanti sulle sfide di una lunga tenitura e di una tournée, quando stanchezza e tensioni hanno portato Joseph a ritenere la produzione “irrimediabilmente compromessa” e, a un certo punto, a voler mollare prima di capire che sarebbe stato meglio arrivare fino in fondo. Racconta come le dinamiche dello spettacolo cambiassero a seconda dello spazio, non solo tra sala prove e palcoscenico, ma anche durante le riprese per una versione televisiva BBC in un ex supermercato a Colindale e nelle diverse configurazioni incontrate lungo la tournée, compreso l’impatto sugli attori nel passaggio da una pedana su tre lati a un arco di proscenio. Se a Stratford lo spettacolo filava senza interruzioni, l’aggiunta di un intervallo in altri teatri (per aumentare gli incassi del bar) mostra come le esigenze commerciali possano rappresentare un’ulteriore sfida al ritmo e alla continuità di ciò che accade in scena.
Il libro svela anche dettagli interessanti sul processo di prove di Doran, oltre ad aspetti pratici come l’impatto dei sovratitoli sul cast e sulla loro esperienza tra anteprime e prima per la stampa. Joseph condivide inoltre la sua convinzione sull’importanza del “debriefing” per gli attori, per aiutarli a scrollarsi di dosso la personalità dei personaggi alla fine di una recita, a tutela della salute mentale e delle relazioni. Attraverso il suo racconto illuminante e le sue riflessioni, Joseph dimostra una passione duratura per le opere di Shakespeare e la convinzione che abbiano ancora il potere di cambiare percezioni e di gettare luce sulla vita e sulla politica di oggi.
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