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RECENSIONE: King, Hackney Empire ✭✭✭✭✭
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Di
julianeaves
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Julian Eaves recensisce King, il musical di Martin Smith presentato dalla London Musical Theatre Orchestra all’Hackney Empire.
King
London Musical Theatre Orchestra
Hackney Empire
1 luglio 2018
5 stelle
Dopo aver lasciato questo teatro lo scorso anno nel ruolo di Direttrice Artistica, Susie McKenna ha lavorato come regista indipendente e questa produzione, presentata congiuntamente dalla sua ex casa e da una delle compagnie ospiti abituali – la magnifica London Musical Theatre Orchestra – è un trionfo.
Da tempo sostenitrice dell’apertura verso pubblici nuovi e sottorappresentati, è stato entusiasmante vedere questa splendida sala da 1275 posti firmata Frank Matcham gremita per due serate consecutive, con uno dei pubblici di musical theatre più variegati che si siano visti da molto tempo. In coincidenza, quanto mai appropriata, con il 50° anniversario dell’assassinio del dottor Martin Luther King, la decisione di riportare in vita l’opera di Martin Smith, quasi completamente dimenticata, è stata coraggiosa e ispirata – e ampiamente ripagata dall’accoglienza entusiastica riservata a questo lavoro praticamente sconosciuto.
Smith non era un autore di musical navigato, ma negli anni Ottanta, quando scrisse quest’opera, era un esordiente di enorme talento, molto in linea con i bio-musical dell’epoca: c’è un’attenzione particolare agli effetti creati alternando grandi numeri d’ensemble e ballate potenti, e in entrambe le cose se la cavava davvero bene. Il suo linguaggio musicale è qui idiomaticamente preciso, e riflette spesso con sorprendente esattezza gli stili del jive, della Count Basie Big Band, di Quincy Jones, della Motown, del soul, del gospel, dell’operetta, del Country & Western e perfino del rap, citando al contempo tecniche e gesti di Andrew Lloyd Webber e di altri suoi contemporanei. Le credenziali di Smith come songwriter fanno sì che, ancora oggi, molti numeri colpiscano con notevole forza.
Inevitabilmente, come accade con ogni autore alle prime armi, ci sono debolezze: dove Smith riesce molto meno è nella capacità di costruire un arco drammatico ben sagomato e coinvolgente; in particolare, è penalizzato dall’incapacità di trovare un vero “percorso” in cui farci entrare con il suo protagonista. C’è una parziale compensazione nella gestione, molto più riuscita, della parte della moglie dell’eroe, Coretta, ma tanti altri ruoli sono usati soprattutto per fornire informazioni, più che per invitare il pubblico a condividere con loro un viaggio di scoperta.
Eppure, in mani così capaci – come quelle di questa presentazione – si finisce per preoccuparsi meno dei difetti tecnici del pezzo e ci si lascia travolgere dalla sua pura potenza emotiva. E difficilmente avremmo potuto sperare in un cast migliore di questo.
Cedric Neal nel ruolo del titolo ha già impressionato molte volte come interprete di grande talento, ma qui ha dimostrato senza ombra di dubbio di essere una star a tutto tondo, più che capace di reggere uno spettacolo intero: la parte del dottor Martin Luther King è un impegno vocale enorme, con una lunghissima sequenza di numeri impegnativi da affrontare – come ciò possa essere praticamente sostenibile nel mondo commerciale dello show business non ne ho la minima idea – e in questa rara formula da concerto ha potuto mettere in mostra i suoi molteplici talenti con un effetto mozzafiato. La sua resa del discorso “I Have A Dream”, che Smith ha in parte messo in musica come conclusione del primo atto, mi ha fatto scoppiare in lacrime; e questo – cari Lettori – non capita molto spesso. Questo era il punto di forza della versione di Smith di King: per il resto, Neal si è trovato a dover recitare quella che era, sostanzialmente, un’agiografia, passando da una “stazione” all’altra nella vita del pastore, accompagnato da un’aureola da santo creata dal follow-spot. Neal ha reagito smorzando il più possibile il melodramma, conservando la passione per momenti speciali. E oltre alla sua sorprendentemente convincente capacità d’attore, abbiamo adorato ascoltare il suo bel tenore luminoso, omogeneo in tutta l’estensione, con note di testa semplicemente stupefacenti – e in abbondanza – oltre a dizione impeccabile e un fraseggio cristallino, sostenuti da tecnica e controllo del respiro straordinari. Musicalmente, ha dato il tono a tutto il cast.
Nel ruolo della moglie, Coretta, Debbie Kurup (di recente “The Gypsy” in Girl From The North Country) aveva probabilmente la parte più varia e coinvolgente sul piano drammatico... alla fine; buona parte della prima metà del copione le concedeva poco più che sorridere e salutare, ma quando è arrivato materiale più sostanzioso, lo ha afferrato con entusiasmo e ne ha ricavato il massimo rendimento drammatico. Il fatto che la scena che apre e chiude lo spettacolo sia la stessa ci ha permesso di vedere – con grande chiarezza – quanto fosse stato importante il suo percorso. Anche lei è una vera protagonista.
Sharon D Clarke, invece, è una star assoluta. È incredibile quanto siamo fortunati nel Regno Unito ad averla “in casa”, e lei alterna una carriera nel mondo commerciale a ruoli nei teatri sovvenzionati e nel circuito Off-West End. Qui, nei panni della madre, Alberta King, non aveva moltissimo da fare, ma ha trasformato in piccoli eventi ogni occasione in cui ha potuto cantare con espressività. Il suo numero del primo atto, “Keep On Believing”, è stato un vero asso e, nelle mani di Clarke, suonava come una grande hit.
Il successo commerciale, però, è sfuggito al creatore di quest’opera, e uno dei motivi per cui è stato così difficile riproporla è l’enorme costo di finanziare ben 19 solisti, più coro e band, soprattutto perché devono essere davvero artisti esperti. Anche nei ruoli piccoli, come J Edgar Hoover (l’interpretazione straordinaria, rubascena, di Clive Carter) che fa da Grande Inquisitore al “Re Filippo” King di John F Kennedy (Alexander Hanson), serve vera qualità. E serve anche per personaggi come Ralph Abernathy (un elegante Cavin Cornwall), o la Rosa Parks d’acciaio di Carole Stennett (che SI è sdoppiata in molti ALTRI ruoli!), lo Stokely Carmichael di Adam J Bernard e il Robert Kennedy “pantomimico” di Matt Dempsey (e altri ruoli).
Tra gli altri intorno al Dottore, Jo Servi era deliziosa nei panni di Ed Nixon; Angela M Caesar emotivamente intensa come la Madre in lutto, Alice e un’Anziana della Chiesa; Naana Agyei-Ampadu interpretava un’accompagnatrice al ballo del college, un’attivista per i diritti civili, una Freedom Rider, una signora di chiesa e un’attivista Black Power; Daniel Bailey, Raffaella Covino, Adrian Hansel, Sinead Long e Olivia Hibbert hanno tutti ricoperto numerosi ruoli; altri ancora sono stati forniti dal prezioso e intenso John Barr e anche da Johnathan Tweedie, mentre Amari Small interpretava il giovane Martin. Tutti i suddetti erano sostenuti dall’Hackney Empire Community Choir e dal Gospel Essence Choir, con splendidi arrangiamenti corali di Joseph Roberts.
A occupare gran parte del palcoscenico, però, era la London Musical Theatre Orchestra, in costante crescita; hanno letteralmente brillato negli arrangiamenti musicali spettacolari e brillantissimi di Simon Nathan. Nathan ha colto alla perfezione i riferimenti caleidoscopici della partitura e ha spinto i suoi musicisti a riflettere quegli stili restando sempre fedeli all’intenzione della musica. Ma è stato l’MD e fondatore Freddie Tapner a raccogliere gli elogi più eclatanti: se mai uno spettacolo di musical theatre potesse rivendicare di essere la “Mahler 8” del genere, allora questo lo è, e Tapner si è dimostrato più che all’altezza della sfida.
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