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NOTIZIE

RECENSIONE: La Cage Aux Folles, New Wimbledon Theatre ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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John Partridge (Zaza) e Les Cagelle in La Cage Aux Folles La Cage Aux Folles

New Wimbledon Theatre,

Mercoledì 15 marzo 2017

5 stelle

Informazioni sul tour e prenotazioni

Una sera, nelle brume dei primi anni ’80, assistetti al London Film Festival alla proiezione di un nuovo film francese che stava facendo parecchio parlare di sé.  Ambientato nel mondo degli intrattenitori dei nightclub della Riviera, riempì fino all’ultimo posto la NFT 1, e capimmo subito perché.  Alla fine del “numero d’apertura” del film – uno spettacolare pezzo di canto e danza, scintillante e vistoso, in stile Lido – le “ragazze” del coro si misero in fila, assunsero un’aria solenne e si strapparono di colpo le elaborate acconciature dalla testa, rivelando che erano semplicemente parrucche e che loro non erano coriste, ma coristi.  Questo si guadagnò immediatamente un doppio applauso da parte del “pubblico” nel film.  Ma la vera chicca fu la reazione del pubblico sulla South Bank: un enorme, stupefatto, chiaramente udibile GASP!, seguito all’istante da altrettanto udibili e schiette espressioni di meraviglia e risate.  Un terzo di secolo fa, il pubblico metropolitano non era abituato a simili piroette di gioco con il genere.

Hamish Greer, produttore dell’attuale ripresa UK di Bill Kenwright del musical americano del 1984 tratto da quella storia (nata negli anni ’70 come commedia teatrale), mi racconta che – in alcune città britanniche, ancora oggi – lo spettacolo può suscitare lo stesso tipo di reazione sorpresa e spiazzata.  Solo questo dato dovrebbe dirci perché resta un’affermazione teatrale necessaria e importante, come Michael Coveney la individuò fin da subito: un titolo che va riportato al pubblico di oggi, con la sua missione di aprire gli occhi della società su alcuni dei suoi percorsi di vita meno conosciuti.

Les Cagelles in La Cage Aux Folles

La storia, dopotutto, è piuttosto semplice.  La raffinata farsa francese al suo centro è la discreta e davvero toccante ricerca dei giovani innamorati Jean-Michele (il Dougie Carter dalla bella voce) e Anne (la sincera Alexandra Robinson) di sposarsi.  A ostacolarli ci sono i temibili genitori disapprovanti.  I genitori di Anne sono il puritanamente conservatore Dindon (splendido Paul F Monaghan) e la sua moglie sottomessa e obbediente (Su Douglas), che nutrono le massime aspettative per la figlia cresciuta con tanta cura.  Di che cosa dovrebbero lamentarsi, dunque?  Be’, ciò che non sanno (ancora) è che il padre di Jean-Michele, l’audace proprietario di nightclub Georges (con la voce gloriosa di Adrian Zmed), vive con la sua star di punta, l’artista drag Albin (la straordinaria, travolgente interpretazione centrale di John Partridge).  La soluzione trovata da Jean-Michele è presentare ai futuri suoceri la sua famiglia “vera” (il padre ripulito e una madre biologica assente praticamente dalla nascita), ma solo dopo che l’appartamento sarà stato epurato di tutte le fronzolerie e fantasie gay.  Albin dovrà mascherarsi – senza drag – da “zio”.  Albin non è affatto felice di dover compromettere in questo modo la propria integrità personale e, fin dall’inizio, sospettiamo che il piano di Jean-Michele non andrà esattamente come previsto.  Così il palco è pronto per lo scontro: da una parte “l’armadio”, dall’altra la liberazione gay.  È nell’aria una gran lite, e la narrazione puntualmente ce la serve.

Les Cagelles in la Cage Aux Folles

Il copione del musical, la prima meravigliosa impresa di colui che divenne rapidamente un maestro del genere (fra tante altre conquiste), Harvey Fierstein, è ben costruito e conserva molta della materia principale della fonte originale.  Tuttavia, pur distribuendo in abbondanza le sue proverbiali battute affilate come rasoi, Fierstein sfoltisce gli ingressi e le uscite farsesche a favore di momenti emotivamente più espressivi.  E per quelli Jerry Herman compone una delle sue partiture davvero, davvero migliori, includendo numeri ormai eternamente amati come “I Am What I Am”, “Song on the Sand”, “A Little More Mascara”.  In più, Herman firma una serie di grandi e sfacciati numeri di produzione, irresistibili da canticchiare e battere le mani, fra cui – per citarne alcuni – lo sbalorditivo “We Are What We Are” che apre il sipario con tre cambi costume, “The Promenade” e la canzone del titolo sul nightclub omonimo, parco giochi di Albin e Georges, “La Cage aux Folles”, oltre al trascinante, spettacolare finale che supera tutto ciò che si è visto prima, “The Best of Times” (un motivo che, come tanti in questa partitura, una volta ascoltato vi resterà addosso per sempre).  È il miglior showmanship di Broadway, vecchia scuola, al suo massimo splendore, portato in scena con lucente vitalità dalla coreografia perfetta di Bill Deamer.

E questa produzione gli rende piena giustizia.  La regia sicura di Martin Connor convoglia tutte le energie verso un’esperienza voluttuosa, scintillante, divertente e sinceramente toccante.  L’attenzione si concentra sul numero da protagonista di Partridge nei panni di Albin, compreso un cabaret solista esteso, in proscenio e proteso verso la platea, “tenendo” la sala nella migliore tradizione del varietà, con battute interpolate e attualissime e un modo di porsi rilassato e amichevole che aiuta l’intero spettacolo a restare sempre ravvicinato e personale.  Vestito alla perfezione da Gary McCann, il cui concept scenografico crea un ambiente unico di velluto rosso e dorature che accoglie ciascuna scena, una più splendida dell’altra.  Richard Mawbey è a disposizione con un camion carico di parrucche e acconciature.  L’aspetto è semplicemente sontuoso: una tale opulenza non si vede in ogni tour.  Ben Cracknell illumina il tutto con delizia.  Kenwright, chiaramente, tiene questo titolo molto a cuore e vuole che lo sentiamo anche noi.

Adrian Zmed (George) e John Partridge (Albin / Zaza) in la Cage Aux Folles

E in effetti lo sentiamo.  Con una band di prim’ordine guidata da Mark Crossland, che ci arriva attraverso il sound design cristallino di Dan Samson, cogliamo ogni svolta brillante o sensibile dei testi eleganti e ogni nota degli arrangiamenti luminosi come bottoni appena lucidati.  Cast impeccabile in ogni reparto – con persino la meravigliosa Marti Webb nel gruppo – lo spettacolo, più e più volte, prende semplicemente fuoco e bisogna trattenersi dal balzare in piedi per unirsi al divertimento.  È uno stato di eccitazione a cui molti spettacoli ambiscono, ma non tutti riescono ad arrivare, figuriamoci con la potenza del colpo in lamé dorato di questa divina extravaganza del cuore.  È camp, sì; ma, come osservò una volta Philip Core, “Il camp è la menzogna che dice la verità”.  E la chiave di tutto è l’interpretazione iconica di John Partridge del ruolo complesso, affascinante, fisicamente ed emotivamente impegnativo di Albin: un esercizio di arte scenica ai massimi livelli, con il cuore in mano e una spolverata regolare di cipria e glitter.  Preparatevi a sentirlo!

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