NOTIZIE
RECENSIONE: Mary, Hampstead Theatre ✭✭✭
Pubblicato su
Di
Libby Purves
Share
La nostra theatreCat Libby Purves recensisce Mary, il testo di Rona Munro all’Hampstead Theatre.
Douglas Henshall, Rona Morison e Brian Vernel. Foto: Manual Harlan Mary
Hampstead Theatre
3 stelle
Da quattrocento anni la reputazione di Maria, Regina di Scozia, è oggetto di contesa: è stata definita vittima e prostituta, assassina ed eroina, frivola ed eroica. Il romanticismo fiorisce in teatro e in opera: era una giovane madre, bellissima, imprigionata, e infine giustiziata dalla cugina Elisabetta I. I drammaturghi di solito si concentrano su quell’ultimo periodo e sugli incontri immaginari tra le due donne. Ma qui Rona Munro sceglie un altro snodo della vita di Maria, con uno sguardo moderno e femminile. La sua passione per la storia ha illuminato la Scozia e poi, alcuni anni fa, il palcoscenico del National Theatre con i tre “James Plays”, dedicati ai primi tre re con quel nome nel XV secolo (c’è un quarto testo, non ancora arrivato a sud).
Rona Morison nel ruolo di Agnes. Foto: Manuel Harlan
Ma in questi 90 minuti statici eppure potenti, in cui la Regina resta fuori scena salvo due apparizioni fugaci, Munro si concentra sul periodo precedente la sua abdicazione forzata nel 1567. Suo marito Darnley è stato assassinato dal brutale conte di Bothwell. Eppure, nel giro di poche settimane, Maria - cattolica, elemento di inquietudine nella Scozia da poco protestante - lo sposa con rito protestante. Per un breve periodo ciò gli procura potere, prima di essere rovesciato. Il testo si apre con un servitore di corte, Thompson, appena picchiato da Bothwell, mentre il vecchio consigliere paterno della Regina, Melville (Douglas Henshall), dice al giovane di ripulirsi e di non spaventarla, perché è già terrorizzata. La terza persona nella stanza è Agnes, una devota e fervente protestante, con ben poca pazienza per Maria.
Li ritroviamo mesi dopo, dopo la caduta di Bothwell, a Holyrood Palace per un lungo - a tratti estenuante - assalto dialettico in stile tribunale contro Melville, portato avanti da Thompson e Agnes (figure immaginarie, ma rappresentative delle passioni politiche e religiose dell’epoca). Hanno bisogno della sua firma per sancire l’abdicazione e la vergogna, suggerendo che il matrimonio con Bothwell venga bollato come tradimento da prostituta e come colpa per la morte del marito.
Brian Vernel e Rona Morison. Foto: Manuel Harlan
Melville, che è rimasto vicino alla corte durante il periodo del rapimento, è convinto che sia stata violentata, che non abbia mai acconsentito, che sia stata aggredita, costretta e ridotta al silenzio. L’Agnes di Rona Morison, pilastro di giudizio inflessibile e rettitudine, riversa un disprezzo “da donna” sulla Maria assente, sostenendo che anche se è stata stuprata, poi le è piaciuto ed era consenziente. Il Thompson di Brian Vernel è pura politica, a scatti, incalzante, mentre respinge e pressa un Melville sempre più turbato e sulla difensiva, pretendendo dettagli come un avvocato dell’accusa. L’uomo più anziano, che detesta rievocare quanto accaduto alla ragazza che conosceva fin dall’infanzia, viene spinto a descrivere l’aggressione - pubblica, davanti a nobili urlanti, udita da lui nella stanza accanto. E, in modo schiacciante, ad ammettere la sua calma successiva: niente richieste d’aiuto, nessuna indignazione visibile. Questo, con l’aumentare della temperatura dello scontro, ovviamente le viene rinfacciato.
Rona Morison, Douglas Henshall e Brioan Vernel. Foto: Manuel Harlan
Munro fa un discorso molto contemporaneo sul trauma e sull’autocolpevolizzazione dopo aggressioni di questo tipo. Melville sa ciò che sa, ma lentamente la sua determinazione si sgretola: Munro ha detto di voler raccontare gli uomini che lasciano impunite queste cose, e gli ultimi minuti della scena lo mostrano con chiarezza. Il contegno sottilmente mortificato di Henshall emerge con nettezza. Ma è un politico e un patriota: è in gioco il futuro della Scozia, una possibile pace sotto una Reggenza. Al contrario, più Agnes ascolta ciò che con ogni probabilità è accaduto a un’altra donna, più la sua mente cambia - ma nella direzione opposta. E aggiunge, con vergogna, un ricordo agghiacciante della propria disponibilità a restare a guardare quando Maria fu fatta prigioniera e gridò, spettinata, da una finestra in mezzo ai suoi carcerieri maschi. Morison qui è di un’intensità che fa rabbrividire.
Il tema è valido, e la scrittura è tesa. Ma è una combustione lenta e prolungata, statica, poco teatrale fino all’ultimo terzo. Il pubblico però restava in un silenzio tiratissimo, sotto shock. Immagino che il punto fosse proprio quello. Il dénouement è improvviso e drammatico: all’improvviso un coro - accreditato in programma - ci ricorda che oltre alle discussioni serrate in stanze piccole esistono il sentimento popolare, confuso e furioso, e un Paese da salvare.
Fino al 26 novembre. Hampsteadtheatre.com
Ricevi il meglio del teatro britannico direttamente nella tua casella di posta
Sii il primo ad accedere ai migliori biglietti, alle offerte esclusive e alle ultime novità sul West End.
Puoi annullare l'iscrizione in qualsiasi momento. Politica sulla privacy