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RECENSIONE: I Pinguini di Mr. Popper, Tunbridge Wells Assembly Rooms (UK Tour) ✭✭✭
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julianeaves
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Russell Morton nel ruolo di Mr Popper, Toby Manley e Lucy Grattan. Foto: Helen Murray Mr Popper's Penguins
Cadogan Hall (nell’ambito del tour nel Regno Unito)
C’è un momento, verso la fine di questo spettacolo di 75 minuti per bambini, in cui il palcoscenico si accende di vita con un numero trascinante, di quelli che restano in testa, splendidamente melodico e dal sapore alla Jerry Herman: è anche il brano-titolo dello show. E si resta semplicemente a bocca aperta davanti allo straordinario fascino delle musiche di Luke Bateman e dei testi di Richy Hughes, così come di questo adattamento di Pins and Needles Productions dell’omonimo romanzo per ragazzi del 1938 di Atwater. Qui la regia di Emma Earle, con le scene e i costumi di Sophie Squire, presenta alla perfezione questo pezzo forte: i piedi battono il tempo, i corpi oscillano, il pubblico sorride e i tanti bambini presenti saltano su e giù dall’entusiasmo. Lo showman che ha il compito di “portare a casa” questo numero è un personaggio enormemente carismatico ed esotico, irresistibile per il pubblico giovane un po’ come Willy Wonka o Dewey Finn. E poi, dopo il finale svelto, in un epilogo un po’ aggiunto in coda, arriva una danza vivace e interattiva, dove per la prima volta nello spettacolo si crea un legame forte tra compagnia e platea.
E allora viene da chiedersi perché il resto dello spettacolo non sia così. Com’è possibile che un talento del genere, messo così splendidamente a fuoco nel finale, per gran parte di ciò che lo precede manchi così ostinatamente il bersaglio? È un rompicapo. Sì, c’è una sorta di prova generale del “numero grande” in un quadro molto visivo e fisico che arriva piuttosto tardi, quando gli uccelli invadono la casetta tristemente suburbana dei Popper e scatenano il caos. Lì le risate arrivano, finalmente. Ma persino la ninna nanna dolce-amara e piena di rimpianto cantata al primo arrivato, malato, non riesce a toccare le corde emotive come dovrebbe. Perché?
Questo spettacolo, evidentemente, deve andare discretamente bene. Dopo il tour nel Regno Unito e a Londra dell’anno scorso (io lo vidi alla Cadogan Hall, dove richiamò un buon pubblico), ha saputo capitalizzare con intelligenza sull’attrazione irresistibile di questi ovaioli in bianco e nero, divoratori di pesce: orde di bimbi piccolissimi (la produzione dichiara che è pensato dai tre anni in su) accorrono per vedere queste creaturine; molti fan si presentano con tutine da pinguino, sciarpe a collo tipo snood a tema pinguino, trucco da pinguino o stringendo pinguini giocattolo, di peluche, di plastica o di cartoncino. E dove vanno loro, arrivano anche i genitori, diligenti, a pagare il conto. Il target, quindi, è centrato. Lo spettacolo deve fare quantomeno numeri ragionevoli: altrimenti non sarebbe ancora in tour, né tantomeno pronto a sbarcare a Broadway e poi a stabilirsi al Criterion nel West End come “early show” per il periodo natalizio. Evidentemente riesce a stare in piedi con margini tirati: con un cast di quattro (Mr Popper è Russell Morton, Mrs Popper è Roxanne Palmer, Lucy Grattan e Toby Manley sono di supporto), una troupe tecnica ridotta, musica in playback e scenografia minima, i costi di gestione restano contenuti.
Russell Morton, Toby Manley, Lucy Grattan, Roxanne Palmer. Foto: Helen Murray
Detto questo, quando l’ho visto stavolta, l’allestimento sembrava piuttosto smarrito nel grande, freddo “hangar” pieno di spifferi della Tunbridge Wells Assembly Rooms. Il copione, non troppo diverso dall’anno scorso, è ancora soprattutto “racconto” e non “azione”. Dà la sensazione di essere seduti al capezzale a leggere a un bambino, indicando le illustrazioni di un imbianchino su una scala a pioli o di uccelli antartici che scorrazzano, e chiedendosi se bisognerà arrivare fino in fondo prima che si addormenti, così da potersi finalmente guardare qualcosa di più interessante in TV. Purtroppo, gli atteggiamenti sociali proposti sono in gran parte datati e un po’ stancanti: a eccezione dell’esploratrice che si vede brevemente all’inizio e alla fine, gli stereotipi di genere e di classe vengono applicati con rigidità; per gran parte dello spettacolo domina l’immagine di Stillwater (la città dei Popper) come di un luogo di uniformità soffocante. I Popper stessi, e soprattutto il marito, sono persone mansuete, silenziose, educate, che non fanno nulla per attirare attenzione o generare interesse drammatico. Non c’è un cattivo, non c’è una lotta percepibile tra bene e male. Non c’è dramma.
Solo con l’arrivo dei pinguini maltrattati – spediti dall’altra parte del mondo in spaventose casse di legno decisamente poco conformi agli standard WWF – l’azione scenica comincia a scaldarsi un po’. Eppure si è scelto di rappresentarli con dei pupazzi manovrati da un gruppo di attori in scena. Sì, funziona in ‘War Horse’ e in ‘The Lion King’: quelli sono kolossal, dove dobbiamo credere che ci siano in gioco milioni di persone. Lì qualche presenza in più sul palco non disturba. Ma nel salotto perbenino e conformista dei Popper, la squadra di manovratori finisce solo per intralciare. Qualche tempo fa abbiamo visto un ‘Tintin’ in cui Milù era interpretato da un attore adulto, e funzionava a meraviglia: il pubblico lo adorava, e diventava il fulcro dell’adattamento. Questa è una storia che chiede a gran voce lo stesso tipo di connessione con la platea. Gli uccelli sono ciò che i bambini sono venuti a vedere. Più sono piccoli, meno percepiscono una distanza tra gli animali e loro stessi: se questi uccelli – almeno la coppia principale – fossero interpretati da attori in carne e ossa, probabilmente si creerebbe un legame molto più forte, quello che manca in modo così evidente per gran parte dello spettacolo.
Russell Morton, Tony Manley, Lucy Grattan, Roxanne Palmer. Foto: Helen Murray
Così com’è, resta un’esperienza piuttosto fredda. Persino le molte finezze della partitura, urbana e costruita con arguzia, passano ampiamente sopra la testa di un pubblico composto in gran parte da bambini molto piccoli e tendono ad allontanare la storia da loro invece che avvicinarla: ad esempio, ‘I’m smitten,/ Frost-bitten,/ We’ll share a mitten/ Or two’ è tipico dei testi fitti e ingegnosi di Hughes, accompagnati da un ordinato pastiche anni Trenta di Bateman – e non arrivano come una delizia occasionale, ma a bracciate. Non sarebbe un problema se fossero affidati a personaggi affascinanti, capaci di sorprendere e incantare: per confronto, le splendide melodie di Harold Arlen e i testi altrettanto abbaglianti di Yip Harburg in ‘The Wizard of Oz’ sono al servizio dell’immaginazione di Dorothy e delle bizzarre personalità che da essa nascono; non vengono mai, categoricamente, assegnati alla grigia e noiosa zia Em e allo zio Henry. Inoltre, anche i dialoghi parlati non hanno alcuna distinzione simile e sono chiaramente opera di altre mani – molto meno dotate.
Quindi, vale la pena vedere questo spettacolo? Per quanto mi riguarda, anche solo per i minuti finali: assolutamente sì. Bateman e Hughes sono nuovi talenti di primo piano e questo lavoro è un segnale che da loro ci si può aspettare, davvero, molto di più. Ora serve solo il copione giusto e le produzioni giuste per far succedere quella magia.
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