NOTIZIE
RECENSIONE: Murder For Two, The Other Palace Studio ✭✭✭✭
Pubblicato su
Di
julianeaves
Condividi
Ed MacArthur e Jeremy Legat in Murder For Two. Murder For Two
The Other Palace Studio
6 marzo 2017
4 stelle
Il grande, centrale traguardo di questa produzione sta nel colpo da maestro “a due” di Jeremy Legat ed Ed MacArthur, abbaglianti pianisti che sono al tempo stesso cantanti-attori-ballerini in duetto. Se vi siete mai chiesti come sarebbe se Ferris e Milnes (per esempio) si ritrovassero all’improvviso con uno spettacolo intero costruito attorno a loro per mettere in vetrina i loro magnifici talenti, ecco la risposta. Questa storia di indagini da detective privato incornicia alla perfezione una dozzina di numeri splendidi, in cui Legat e MacArthur tracciano una scia di acrobatiche, sgangherate scorribande alla tastiera. Solo per queste prove magnifiche, il prezzo del biglietto è più che giustificato. Anzi, faticherete a trovare dei pari, ovunque.
Il regista Luke Sheppard (di nuovo al lavoro con il suo fidato produttore, Paul Taylor-Mills, che porta lo spettacolo al The Other Palace Studio dopo una prima tournée al Watermill Theatre di Newbury) mette in scena anche i numeri musicali con notevole finezza e precisione sul minuscolo palcoscenico dello Studio. Dopo una lunga ricerca, ha trovato la coppia ideale nei suoi interpreti che – arrivando al progetto da due strade completamente diverse – si completano a meraviglia, con gusto e buonumore. Legat ha imparato la sua parte al piano dallo spartito, mentre MacArthur suona interamente a orecchio, attraverso un laborioso studio di video di mani su una tastiera che eseguono la sua parte. Straordinariamente, l’esperto direttore musicale Tom Attwood ha trovato il modo di fondere queste sensibilità del tutto separate, così che appaiano perfettamente un tutt’uno. L’esecuzione dei numeri musicali è una gioia inebriante, e una di quelle che, per molto tempo, sarete felici di aver visto e ammirato.
Jeremy Legat ed Ed MacArthur in Murder For Two
E, in effetti, nel suo cuore è tutto ciò di cui questo spettacolo ha davvero bisogno. Spesso, anzi, sembra quasi invocare un allestimento in black box, magari con una parete di fondo a specchio e una pedana girevole per il pianoforte. Tutto il resto – davvero – nasce dall’immaginazione dei due performer: uno interpreta un personaggio, il poliziotto investigatore, che a sua volta finge di essere un detective di grado superiore; l’altro dà vita a innumerevoli “sospetti” in un caso di omicidio bizzarramente complesso. Non a caso, lo spettacolo viene spesso presentato proprio in una forma così minimalista. La produzione Off-Broadway di lunga tenitura ha scelto un approccio piuttosto semplice, essenziale e dalle linee pulite, ed è facile capire come e perché questo possa aver contribuito al suo enorme successo.
Per una ragione o per l’altra, per questa produzione è stato scelto un approccio diverso. La scenografia quasi “vissuta” e naturalistica di Gabriella Slade è piena di materiali aggiuntivi: alcuni vengono utilizzati, altri no, ma tutti – in uno spazio così raccolto – contribuiscono a creare una forte impressione di realismo. Il linguaggio del copione, però, è tutt’altro che realistico. È un due-hander in cui un attore, Legat, deve passare continuamente da un personaggio all’altro in un modo che raramente, se non mai, si concilia con le ambientazioni meticolosamente reperite e rifinite offerte da Slade. In realtà, la mancanza di terreno comune tra messa in scena e performance è così marcata – soprattutto nella prima parte, più lunga e carica di trama – che diventa difficile affezionarsi alla storia o interessarsi al suo esito.
Jeremy Legat ed Ed MacArthur in Murder For Two.
A questo si aggiunge il rapporto degli americani con i musical, molto, molto diverso dal nostro. Come in The Drowsy Chaperone, questo spettacolo viaggia sul binario di un’ossessione nazionale per il musical e di una reverenza affettuosa per il genere che, di fatto, è la loro forma d’arte nazionale. La fiducia diffusa nel mezzo, così comune negli Stati Uniti, qui però non attecchisce: da noi il musical è ancora spesso considerato una sorta di stranezza, un parente povero del “vero” teatro. Può essere utile confrontare lo strepitoso successo di In The Heights, rimasto in scena per tre anni (in un grande teatro) a Broadway, con la lotta titanica che Taylor-Mills e Sheppard hanno dovuto affrontare per far arrivare la loro produzione al Southwark Playhouse in uno spazio più piccolo a King’s Cross: una tournée inizialmente programmata per quattro mesi e poi, grazie alla pura forza di volontà e alla fede nell’eccellenza del materiale, estesa più volte fino a raggiungere un notevole traguardo di 15 mesi. E In The Heights è molto più facile da vendere di questa curiosa stranezza.
La sfida di trovare un pubblico si amplifica con un intrattenimento che non racconta tanto una storia quanto la decostruisce. Quello che otteniamo si rivela molto meno simile a una commedia musicale “convenzionale” (anche se viene presentata come tale) e molto più a un attacco alla Steven Berkoff contro i preconcetti e la comoda, eccessiva familiarità. Ricordate: il titolo ci dice che in scena ci sono solo due persone. Quindi, chi sono? Per proporre questo spettacolo al pubblico britannico, si potrebbe perfino prendere in considerazione di presentarlo nello stile di Decadence di Berkoff e Joan Collins: c’è molto dello stesso caos folle, dissociativo, anarchico e autoindulgente. Un linguaggio scenico del genere potrebbe fare molto per colmare il divario tra le sue tante peculiarità e il pubblico di qui. Darebbe anche al materiale un “taglio” forse necessario in una storia di vita o di morte, di inganno, tradimento, desiderio, avidità, vendetta e così via. Qui, invece, il copione ci regala battute leziose su tazze di tè e gelati trafugati, quasi stesse cercando di rispedirci nel mondo di Andy Hardy.
Eppure, l’allegria convulsivamente brillante della musica (di Joe Kinosian) e i testi nitidi, intellettualmente stimolanti (di Kellan Blair) sarebbero davvero più a loro agio lì che non nel polveroso interno noir che troviamo al The Other Palace? Difficile dirlo. Gli autori delle canzoni hanno anche confezionato il “book” dello spettacolo, e negli USA questo non sembra avergli nuociuto. Resta da vedere, però, se parlerà al pubblico britannico con la stessa immediatezza e attrattiva. Dal punto di vista teatrale, è un affare piuttosto statico: molte parole e praticamente nulla in termini di azione. Le luci tremolano di tanto in tanto (chiedete a Chris Withers perché), e c’è un bel po’ di chiacchiera ammiccante e consapevole oltre la quarta parete. È vero: qualcosa di interessante accade ben oltre metà della seconda parte, ma questo – per quanto deliziosamente affascinante – mette anche in risalto la relativa scarsità di accadimenti altrove. Ma poco importa. Le canzoni degli autori, sublimemente inventive e arrangiate in modo brillante, non mancheranno di stupirvi e deliziarvi. Per le canzoni, andate e godetevela. Un piacere del genere non può uccidervi.
Foto: Scott Rylander
PRENOTA I BIGLIETTI PER MURDER FOR TWO
Condividi questo articolo:
Ricevi il meglio del teatro britannico direttamente nella tua casella di posta
Sii il primo ad accedere ai migliori biglietti, alle offerte esclusive e alle ultime novità sul West End.
Puoi annullare l'iscrizione in qualsiasi momento. Politica sulla privacy