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RECENSIONE: Riccardo III, Trafalgar Studios ✭✭✭✭
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stephencollins
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Riccardo III - Martin Freeman e Lauren O'Neil - Foto Marc Brenner Riccardo III Trafalgar Studios 8 agosto 2014 4 stelle
Il pavimento è una scacchiera consumata, i grandi quadrati bianchi e neri opachi per l’usura. Ogni dettaglio dell’arredo – le lunghe panche laccate con targhette e postazioni microfono, le luci dure, le sedie da ufficio verde melma di stagno, gli ascensori, i telefoni d’altri tempi – rimanda a quell’epoca prima che Margaret Thatcher trasformasse la Gran Bretagna, prima che gli eccessi degli anni ’80 e ’90 prendessero il sopravvento. L’aria è carica di un’energia politica che sembra naturalmente inghiottire lo spazio; è come una fusione distopica tra una sala dell’Assemblea delle Nazioni Unite e il bunker del Dottor Stranamore di Kubrick. Un po’ inquietante, forse anche comico, impregnato di potere e intrigo.
In un angolo, sulla destra, su una panca, siede una figura solitaria; una donna che potrebbe essere un fantasma del Potere di un tempo ma che, almeno in superficie, somiglia a una Mrs Thatcher invecchiata: i capelli in quel modo, la borsetta stretta fra le mani. Aspetta e riflette. Aspetta. In silenzio. Come un ragno che attende che una mosca resti impigliata nella sua tela.
Così inizia l’avvincente ripresa di Riccardo III firmata da Jamie Lloyd, uno dei drammi storici di Shakespeare, ora in scena al Trafalgar Studios. Il testo è sfaccettato: ricchissimo di intrighi politici machiavellici ma anche una commedia, seppur nera, a tratti quasi da Grand Guignol. Lloyd conosce bene la materia e propone una lettura ora gelida ora divertente, che racconta una storia complessa con chiarezza infallibile e che permette a un cast di prim’ordine di brillare, uno dopo l’altro, al momento giusto.
Questa produzione è infinitamente migliore della versione roboante con Kevin Spacey all’Old Vic e almeno altrettanto valida – se non superiore, grazie a un casting complessivamente più centrato – rispetto alla giustamente celebrata edizione con Mark Rylance e Samuel Barnett, che il Globe portò nel West End e a Broadway. Se volete capire davvero la storia, le motivazioni e la spinta che muove ciascun personaggio di Shakespeare, allora andate a vedere questo allestimento.
Da quando Laurence Olivier ha frantumato i preconcetti su Riccardo III e vi ha impresso un segno quasi indelebile come vero e proprio ruolo da mattatore, gli attori hanno cercato ciascuno la propria strada per risplendere. Lloyd evita quell’approccio, giustamente, anche con la sua star – Martin Freeman. La chiave della sua interpretazione sta in un verso della Regina Margherita:
Tu, elfo marchiato, aborto, verro che scava.
Là dove altri hanno imperniato l’interpretazione su frasi diverse (“rospo velenoso e gobbo”, “quel ragno rinchiuso”, “i cani abbaiano a me quando zoppico accanto a loro”), qui prevale l’idea del cinghiale selvatico, in furia e in calore. È un’immagine ricorrente nel testo – Hastings dice nell’Atto 3 che “Stanley ha sognato che il cinghiale sollevava i nostri elmi” – e consente di costruire un personaggio pieno di brama, di carne e di potere, con un fiuto infallibile per scovare i tartufi dell’autorità e spazzare via gli ostacoli che glieli negano; una freddezza calcolatrice, monomaniacale, e una totale indifferenza per chiunque altro.
Di bassa statura, barbuto, con un braccio floscio e inutile, una piccola gobba, il Riccardo-porco selvatico di Freeman è del tutto originale, pungente e attraversato da un umorismo scolpito e consapevole. Cattura tutte le sfumature politiche del ruolo e si rotola nella violenza intemperante e nell’offesa gratuita. La sua strozzatura di Lady Anne con una sola mano è straordinaria da vedere. Così come il suo silenzio mortifero mentre il giovane nipote reale gli saltella intorno imitandolo, strillando come un porco; i duelli feroci con la Regina Margherita; la manipolazione abilissima di Buckingham; lo scambio tagliente con Elizabeth sulla mano di sua figlia; l’ultima, frenetica immagine insanguinata sul campo di battaglia, folle e sopraffatto ma ancora in cerca di un’occasione, e poi il suo slancio verso Richmond in un ultimo, sfrenato colpo di coda, coltello in pugno, trasformando in un momento di bravura comica “Un cavallo! Un cavallo! Il mio regno per un cavallo!”. Il colpo di pistola che infine lo zittisce è brutale e spiazzante.
Freeman rompe spesso la quarta parete, ammiccando, annuendo e coinvolgendo il pubblico in modo cospiratorio nei propri pensieri: sottolinea le battute, cerca e ottiene la rassicurazione che la platea lo capisca e lo segua. È un rapporto silenzioso con il pubblico costruito con grande intelligenza; ed è una caratteristica riservata a Riccardo in questo allestimento, quindi allo stesso tempo lo isola dal resto del cast e lo lega agli spettatori, nonostante le sue atrocità. Davvero astuto.
Ma il momento più geniale di Freeman arriva nella scena in cui rifiuta, e poi infine accetta, la corona. Senza preavviso, si accendono le luci in sala e il pubblico diventa parte dell’azione: la folla davanti a cui si svolge la scena, quelli che Riccardo vuole/ha bisogno che lo accettino. Freeman entra esagerando ogni dettaglio delle sue difficoltà fisiche – le amplifica per la folla, da vero politico, convinto di migliorare così le proprie chance. Funziona in modo semplice e folgorante: mette in risalto sia la sua forma mortale “abortiva” sia la sua intelligenza instancabile nel leggere il mondo.
Ma l’aspetto migliore di Freeman è che non tratta il testo come se fosse “suo”. Lavora come parte di un ensemble, uno di una squadra che racconta la storia. Non è un veicolo per una star; è una resa sapiente di un testo difficile, in cui ogni interprete ha la sua mossa e brilla quando arriva il momento.
Jo Stone-Fewing è straordinario nei panni di Buckingham: un trionfo di autocompiacimento, untuosità e pomposa importanza di sé. Sembra un personaggio mite uscito da una sitcom, e questo non fa che sottolineare il suo peso politico e la minaccia molto concreta che rappresenta per i suoi avversari. La sua voce ricca e risonante fa risplendere il testo. Maggie Steed è spezzata, incalzante e malinconica come la Regina Margherita detronizzata; un po’ strega demoniaca, un po’ simbolo della Thatcher, un po’ madre e moglie dal cuore infranto, è una presenza costante. Beve tazze di tè mentre Riccardo brucia, un po’ come Nerone con Roma.
Nelle mani di Gina McKee, la Regina Elisabetta è una creatura politica letale. La sua voce roca è perfetta per il ruolo e lei sa tener testa tanto a Freeman quanto a Steed. Lo sguardo di orrore senza tregua con cui aspetta che Riccardo la baci mette i brividi. Gerald Kyd è davvero notevole come il braccio destro di Riccardo, Catesby: complicità a denti stretti e brutale indifferenza; un vero psicopatico.
Mark Meadows tira fuori da Clarence più di quanto si veda spesso, e la sua morte (annegato in una vasca per pesci) è terribile da sopportare. Gabrielle Lloyd (Duchessa di York, con qualcosa delle donne di Windsor) è splendida nel discorso in cui si scaglia contro Riccardo, suo figlio: il dolore e la delusione che emana sono palpabili. Lauren O'Neil è un’ottima Lady Anne, con disgusto e paura di Riccardo resi alla perfezione. Muore magnificamente, lottando con Riccardo per ogni possibilità di sopravvivenza; e prima ancora ha un momento di bellezza inquietante quando capisce che lui la ucciderà. Un lavoro attoriale quieto e devastantemente efficace.
Joshua Lacey dona a Rivers uno spirito combattivo e unico, e le scene in cui viene torturato e giustiziato sono attraversate dal dolore. Paul Leonard fa di Hastings un uomo severo, cupo e sincero; Simon Coombs si gode l’appetito omicida di Tyrrel e quasi si sente il sangue impregnargli la pelle di quelli che ha ucciso; Philip Cumbis è regale e onesto come Richmond, e il suo discorso finale chiude il dramma con bellezza e sicurezza.
Tutti nel cast sono bravi – e questo rende questo Riccardo III una produzione insolita e degna di ammirazione anche solo per questo.
Soutra Gilmour firma una scenografia evocativa che, pur ingombra di oggetti di scena, offre un ambiente molto spoglio e cristallino in cui l’azione può lavorare. Le luci di Charles Balfour sono eccellenti – una delizia particolare è la scena verso la fine, quando Riccardo è perseguitato dai fantasmi delle sue vittime. Davvero agghiacciante. Il sound design e le musiche d’atmosfera di Ben e Max Ringham calzano a pennello su scenografia e interpretazioni, e tirano fuori ulteriore complessità e risonanza.
Lloyd ha tagliato il testo in modo interessante: ha eliminato personaggi, riassegnato battute; le scene finali – Riccardo in un campo, Richmond nell’altro – sono ridotte e montate in giustapposizione, con un effetto quasi da documentario che registra gli sviluppi, e la tensione cresce man mano che la posta in gioco si alza. Il tutto aiuta la narrazione a essere efficace e comprensibile per il pubblico di oggi.
Fin dall’inizio, la produzione di Lloyd cattura l’attenzione e non la lascia più. Non è mai noiosa né gratuita; ogni cosa ha uno scopo e contribuisce a una visione complessiva coerente. È la storia di un uomo amaro e vendicativo, disperato nel conquistare e mantenere il potere a qualunque costo. Shakespeare ha scritto un racconto senza tempo su avidità, potere e desiderio, che parla forte oggi come parlava intorno al 1594. Chi dubita della rilevanza di Shakespeare come drammaturgo contemporaneo deve solo vedere questo spettacolo per ricredersi.
Di Riccardi ce ne sono ovunque nel mondo moderno: dirigono banche, controllano forze corporate, muovono guerre, opprimono minoranze. Uno oggi guida l’Australia.
La visione di Shakespeare e la sua capacità di leggere la psicologia della megalomania schizofrenica non sono mai state così potenti come in Riccardo III. La produzione di Jamie Lloyd lo dimostra con chiarezza e partecipazione.
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