NOTIZIE
RECENSIONE: Roaring Trade, Park Theatre ✭✭✭
Pubblicato su
10 ottobre 2015
Di
timhochstrasser
Share
Roaring Trade
Park 200 Theatre
30/09/15
3 Stelle
Roaring Trade di Steve Thompson fu accolto molto bene alla prima del 2009 al Soho Theatre. Ora torna in scena al Park 200 e la domanda principale è quanto sia invecchiato, a distanza di sei anni, un testo allora estremamente legato all’attualità: questa nuova produzione è davvero giustificata? A giudicare da quanto visto, il verdetto è contrastante. Ci troviamo a Canary Wharf, nel grande open space del desk di trading obbligazionario di una delle maggiori banche commerciali. Sullo sfondo, gli schermi sfarfallano e scorrono implacabili. Gli attori possono entrare e uscire da tutti e quattro gli angoli del palco. Ci sono soltanto quattro postazioni, il che ci dice che si tratta sostanzialmente di un testo “a quattro” in cui a contare saranno le amicizie e la rivalità che si sviluppano tra i personaggi, al lavoro e nel tempo libero. È territorio da Glengarry Glen Ross, con in gioco molte delle stesse scelte etiche.
I quattro personaggi principali sono Donny (Nick Moran), ‘PJ’ (Michael McKell), ‘Spoon’ (Timothy George) e Jess (Lesley Harcourt). Ruoli minori sono affidati a Sean, il figlio di Donny (William Nye), e a Sandy, la moglie di PJ (Melanie Gutteridge). La regia è di Alan Cohen.
All’inizio dell’azione, uno dei membri del team di trader, molto affiatato, ha lasciato la sua postazione e aspettiamo l’arrivo del nuovo arrivato: Olly, che ben presto viene soprannominato ‘Spoon’, come in ‘silver spoon’, in riferimento alla sua famiglia privilegiata e alla sua formazione a Cambridge. Fin da subito veniamo catapultati in una serie di scontri fondati su classe sociale, genere, tensioni generazionali, gelosie legate alla retribuzione e sullo stress puro di lavorare con cifre così alte: un vortice che risucchia tutti i personaggi e ne deforma i comportamenti reciproci.
Donny è un chiacchierone di estrazione popolare che ce l’ha fatta e che deve essere il numero uno in ogni aspetto della sua vita; ma soprattutto sul lavoro, dove deve guadagnare per la banca più di chiunque altro e portarsi a casa il bonus più alto. Nel corso della pièce scopriamo quanta (o quanta poca) sostanza ci sia dietro quella facciata di spavalderia e vanteria. ‘Spoon’ è il neolaureato ingenuo dal viso pulito, uscito da Oxford o Cambridge, con un talento naturale per i numeri: è il principale rivale di Donny in banca e si rivela anche molto più (e molto meno) di ciò che sembra, man mano che la storia procede. PJ è il più grande, che sta perdendo la presa sul lavoro e si rifugia nell’alcol; e Jess – per molti versi il personaggio più interessante e meglio delineato – deve navigare tra gli scogli della politica di genere, cercando di essere più dura degli uomini nel loro stesso gioco senza perdere il contatto con la propria identità. È un racconto della City, della “Square Mile”, dove l’atmosfera, per citare l’autore, è ‘un mix tra Tom Brown’s Schooldays e Gladiator.’
In questa pièce scorrono sostanzialmente tre narrazioni in parallelo. Anzitutto c’è la parabola discendente di PJ: lunghi pranzi “liquidi” e una concentrazione sempre più ballerina sul lavoro fanno sì che riceva un bonus più basso di tutti gli altri, e lui si dimette per stizza. McKell ha modo di sfruttare alcune ottime occasioni per una recitazione “da ubriaco” di grande finezza, ben osservata proprio perché non calca la mano per mero effetto: interpreta qualcuno che in superficie sembra ancora funzionare, pur essendo chiaramente incapace di agire con lucidità secondo qualsiasi valutazione razionale. È un tipo da City riconoscibilissimo, ancora oggi.
Poi c’è la rivalità tra Spoon e Donny, che cercano di superarsi a vicenda per risultati e guadagni. Questa seconda linea fornisce l’energia narrativa dell’intero spettacolo e ci sono più che sufficienti – forse troppi – colpi di scena e svolte prima di arrivare alla conclusione. Nessuno dei due personaggi risulta particolarmente attraente, nonostante l’impegno degli attori nel dare sfumature ai ruoli; e per questo la sezione centrale della pièce mantiene un interesse limitato, confinato quasi alla meccanica del “come” l’uno o l’altro finirà per prevalere. Inoltre, l’antitesi tra l’astuzia oxbridge e la furbizia da East End è fin troppo facile e stereotipata, una caricatura che fatica a risultare credibile. La terza narrazione – in sostanza se Jess riesca a diventare una protagonista che inizia il gioco o una vittima in questa rivalità spietata – è molto più interessante e avrebbe potuto essere sviluppata maggiormente.
Ci sono, naturalmente, temi stimolanti da esplorare e le scene migliori sono quelle in cui l’azione si ferma rispetto al frenetico botta e risposta del dealing floor e prende le distanze per riflettere sull’etica e sull’inevitabilità di ciò che accade. C’è una scena deliziosa tra Donny e suo figlio Sean, ambientata in un caffè, in cui vengono spiegati al pubblico i meccanismi del trading obbligazionario e della ‘vendita allo scoperto’. Il ruolo del bambino è scritto in modo brillante: serve a porre le domande che andrebbero poste e che, eppure, nessuno pone mai…
C’è anche un altro momento di quiete: una conversazione tra Donny e PJ dopo il prepensionamento di quest’ultimo, in cui entrambi fanno i conti con i costi dei propri stili di vita e mettono a confronto i “bilanci”. È evidente che PJ è molto più felice di essere uscito quando ne ha avuto la possibilità, qualunque tormento ciò gli sia costato con la moglie, esigente e difficile. Questo è un gioco d’azzardo da giovani, e la chiave del successo è sapere quando ritirarsi mentre si è ancora in vantaggio.
Le domande davvero profonde, però, restano senza risposta. È l’occasione mancata di questa ripresa, ora che siamo a diversi anni dalla Grande Crisi Finanziaria. Se abbiamo bisogno del trading obbligazionario e del mercato dei futures, deve per forza essere praticato in questo modo? Il comportamento poco edificante, la perdita di fiducia e di decenza umana sono un commento sul carattere dei prenditori di rischio e degli avventurieri attratti da questo mondo, o sulla natura del lavoro in sé? Se, come dice Donny, ‘I guai sono opportunità… i guai ti portano lontano,’ allora il prezzo – in termini umani e di rischio macroeconomico – è troppo alto?
Gli unici personaggi che in questo dramma guadagnano (o possiedono già) sufficiente consapevolezza per affrontare queste domande sono Jess e PJ, e sono proprio i due che, nel testo così com’è, hanno meno da dirsi l’un l’altro. Così, per quanto gli attori si sforzino di rendere i loro personaggi più completi e più empatici, questa pièce ci parla più della rabbia nell’aria dopo gli eventi del 2008 che non di come dovremmo immaginare in futuro il mondo di Canary Wharf.
Roaring Trade è in scena al Park Theatre fino al 24 ottobre 2015
Ricevi il meglio del teatro britannico direttamente nella tua casella di posta
Sii il primo ad accedere ai migliori biglietti, alle offerte esclusive e alle ultime novità sul West End.
Puoi annullare l'iscrizione in qualsiasi momento. Politica sulla privacy