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RECENSIONE: Saint George and the Dragon, National Theatre ✭✭
Pubblicato su
12 ottobre 2017
Di
pauldavies
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Il cast di Saint George and the Dragon. Foto: Johan Persson Saint George and the Dragon.
Olivier al National Theatre.
11 ottobre 2017
2 stelle
Dal referendum sull’UE, e al di là dell’infinita sequela di dibattiti sulla Brexit, gli artisti hanno continuato a rispondere al voto. Nella shortlist del Booker Prize, Autumn di Ali Smith e Elmet di Fiona Mozley indagano costruzioni mitiche dell’Inghilterra intrecciandole con l’attualità, e Grayson Perry ha realizzato urne per Leavers e Remainers. Qui al National, all’inizio di quest’anno, My Country di Carol Ann Duffy ha affrontato il voto attraverso Britannia e le sue regioni, insieme alle nazioni celtiche come Cymru. E ora il nuovo testo di Rory Mullarkey, in scena all’Olivier, riprende la leggenda di San Giorgio e il Drago e ci porta dall’immaginaria prima uccisione del drago fino ai giorni nostri. San Giorgio esorta i cittadini della sua isola a chiudere gli occhi, immaginare ciò che possono realizzare e lavorare sodo per farlo accadere. Nell’anno in cui lui è lontano dall’isola, la storia gira su se stessa fino alla Rivoluzione industriale e poi al presente. Purtroppo, lo spettacolo finisce per mancare il bersaglio su più fronti.
Il cast di Saint George and the Dragon. Foto: Johan Persson
Meritano applausi l’eccellente scenografia di Rae Smith, che sfrutta ogni centimetro dell’enorme palcoscenico: un design da libro pop-up per bambini che si sposa perfettamente con la natura “a fumetti” del materiale. Il cambio scena verso la Rivoluzione industriale richiama alla mente la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di Londra 2012, ma resta comunque piacevole. È l’ambientazione ideale per un testo che però somiglia a una graphic novel piuttosto modesta: quasi tutti i personaggi sono bidimensionali, con solo sporadici lampi di profondità e idee interessanti. Lo scontro con il primo drago è messo in scena in modo brillante e coinvolgente, e anche qui va dato pieno merito al comparto visivo. Eppure arriva dopo 45 minuti di spettacolo, e di minuti lunghi ne restano parecchi. Il Drago è, naturalmente, in forma umana e rappresenta oppressione, mercantilismo, avidità; ed è in ognuno di noi nell’atto finale: un’idea interessante, ma presentata come un cattivo da pantomime. L’ambizione di Mullarkey è alta, ma non riesce mai ad andare oltre la superficie della storia.
(Da sinistra a destra) Reuel Guzman (Boy), John Heffernan (George) e Gawn Grainer (Charles). Foto: Johan Persson
Se qualcosa di questo sproloquio funziona, lo si deve a una splendida prova comica di John Heffernan nei panni di George: tempi perfetti e una simpatia disarmante. È eroico quando serve, e la sua confusione al ritorno sull’isola è una delizia. Eppure non gli viene mai chiesto di andare in profondità: l’idea che nell’Atto Tre venga percepito come una persona con una malattia mentale viene liquidata in fretta, e lui non può mai portarci davvero nel buio. Nei panni del Drago, Julian Bleach convoglia con efficacia il suo Davros e lo Shockheaded Peter: una voce che trasuda arroganza, sì, ma resta una caricatura del cattivo. Il cast lavora duramente per dare spessore al copione, a volte forse fin troppo; l’entusiasmo può suonare un filo disperato. A onor del vero, ci sono alcuni momenti da risata fragorosa, ma sono rari; e perché fare una battuta sul Mega Bowl quando puoi farne cinque. Come i personaggi, finiamo per rimpiangere la semplicità del “vecchio mondo”: il primo atto è il migliore.
Se cercate una satira politica tagliente, capace di commentare lo stato della nazione, attraversate il fiume e andate a vedere uno degli spettacoli di James Graham che in questo periodo stanno facendo il tutto esaurito. Il Drago con cui il National sta lottando è trovare un nuovo testo di successo per il palcoscenico dell’Olivier. A giudicare da quanto visto, dovranno aspettare a lungo prima che arrivi un eroe a salvare la situazione.
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