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RECENSIONE: She Loves Me, Menier Chocolate Factory ✭✭✭
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Di
julianeaves
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Mark Umbers e Scarlett Strallen in She Loves Me. Foto: Alastair Muir She Loves Me
Menier Chocolate Factory
8 dicembre 2016
3 stelle
C’è una generosità potente nell’ammirazione per il genio: quella che prende in prestito, dalle sue più grandi conquiste, gli allori della gloria e li posa sulle sue realizzazioni minori. E in nessun luogo questo è più vero che nel caso di quei giganti del musical, Jerry Bock e Sheldon Harnick, autori di un trionfo solitario ma assolutamente magnifico: la partitura di quel colosso del palcoscenico, ‘Fiddler On The Roof’. Quel capolavoro unico e abbagliante risplende con tale intensità che il resto della produzione di questa straordinaria coppia finisce per portarsi dietro il sospetto che, se solo sapessimo riconoscerla, potremmo trovarvi una magia dello stesso ordine, bellezze di felicità analoga, intuizioni sulla condizione umana di pari profondità, e così via. Arriviamo a crederci: devono esserci, da qualche parte… se solo riuscissimo a trovarle….
Scarlett Strallen e Katherine Kingsley in She Loves Me. E così la ricerca continua. Le produzioni delle loro opere meno riuscite si moltiplicano. Questo titolo in particolare – uno spettacolo che, per una serie di ottime ragioni, non ha mai trovato un posto stabile in repertorio – è una musicalizzazione del 1963 della commedia ungherese di Miklos Laszlo ‘Parfumerie’. Al momento della sua composizione, la storia era già stata portata due volte sullo schermo in inglese: prima con ‘The Shop Around The Corner’ di Lubitsch e poi con il veicolo per Judy Garland, ‘In The Good Old Summertime’. I produttori di quelle imprese si riunirono e incaricarono Joe Masteroff di scrivere il libretto per le canzoni finemente intrecciate di Bock e Harnick, anche se più spesso che no drammaturgicamente ridondanti. (Va bene, nulla di così terribile: ‘My Fair Lady’ non ha davvero bisogno delle sue canzoni.) L’opera che ne nacque è una meraviglia di integrazione tecnica – fino a un certo punto. Un grosso problema è la magrezza della storia, costruita su un materiale musicodrammatico ostico come ritrosia, timidezza, elusione, imbarazzo e ruoli di genere che erano già fuori tempo massimo quando lo spettacolo arrancò per circa 300 repliche a Broadway prima di uscire di scena in fretta (a Londra ne fece molte meno). Un anno dopo arrivò ‘Fiddler’, con la sua sbalorditiva tenitura di oltre 3.200 alzate di sipario, e da allora ‘She Loves Me’ ha faticato con il fattore complicante di essere il parente debole di un fratello ben più potente: tenuto in vita con un respiratore ben oltre l’ora della sua prevista dipartita.
Non è privo di fascino, naturalmente. I singoli elementi sono spesso molto attraenti. Semplicemente non – proprio – si tengono insieme con sufficiente solidità da risultare davvero persuasivi. Eppure, di recente, a Broadway è stato sbandierato in lungo e in largo come una ‘meraviglia’, e negli ultimi tempi ha fatto anche un paio di apparizioni a Londra. L’ultima che ho visto, l’ultima produzione interna di Robert McWhir per il suo eccellente (e molto rimpianto) Landor Theatre, sfiorava una vera e propria riuscita clamorosa. Perciò sono andato a vedere la nuova proposta del grande Matthew White al Menier pieno di speranza che anche lui potesse avvicinarsi parecchio a un successo.
Scarlett Strallen e Mark Umbers in She Loves Me. Foto: Alastair Muir Le credenziali di White per il compito non potrebbero essere più promettenti. La sua recente adattamento e messa in scena del musical di Fred e Ginger ‘Top Hat’ è stata un affare miracolosamente perfetto, dimostrando una padronanza suprema del teatro musicale. Tuttavia, in quel progetto godeva di una libertà eccezionale, con licenza di adattare come meglio credeva: un evento rarissimo nella vita di qualsiasi regista di musical. In secondo luogo, mentre teatri come (notate il comparativo) il ‘fringe’ Landor possono piegare un po’ – o parecchio – le regole e apportare ‘emendamenti’ ufficiosi (cioè miglioramenti) al copione pubblicato, sedi off-west end consolidate come il Chocolate Factory devono attenersi molto di più alle regole; e quando puntano a un possibile trasferimento nel West End (come spesso accade al Menier), potete essere piuttosto certi che quello che state vedendo è lettera e versetto, almeno per come sta, in conformità con i vincoli imposti dall’ente che rilascia le licenze.
Alcuni registi dicono che il loro lavoro principale sia mascherare le debolezze di un copione. E non hanno torto. I punti di forza tendono a parlare da soli, ma le fragilità urlano a nome dei vostri detrattori. Quindi non ci piace sentirle. Quando lei o lui accetta un incarico, lo fa con speranza e una preghiera: che sia possibile tracciare una rotta abbastanza sicura tra le trappole e gli ostacoli messi sul percorso da autori e precedenti produttori e registi (la cui impronta può facilmente sopravvivere al secolo della creazione dell’opera). Quando si presenta un titolo dimostrabilmente imperfetto, come in questo caso, la posta della scommessa è davvero alta.
Bene, abbastanza teoria. Passiamo a questa produzione. Qui le cose iniziano abbastanza bene. La bellissima scenografia e i costumi dell’inestimabile Paul Farnsworth si aprono con un sipario frontale ondulato con ‘quella’ vista del Parlamento ungherese, dall’altra parte del Duna, accompagnata da un violino zigano brillantemente virtuosistico di prim’ordine (Phillip Grannell o Darius Luke). (Conosciamo un altro musical di Bock e Harnick che inizia con un violino zigano, vero, ragazzi?) In effetti, la direttrice musicale e supervisore musicale Catherine Jayes conosce bene questo teatro e ha scelto una band davvero straordinaria per capacità e stile: la tromba brillante di Edward Maxwell; il bel trombone di Stephanie Dyer o Jane Salmon; i fiati incantevoli di Bernie Lafontaine (flauto e una varietà di clarinetti, incluso uno splendido basso); l’autentica fisarmonica di Romano Viazzani; il contrabbasso di Paul Moylan e le percussioni attente di James O’Carroll. Ci sembra anche di sentire arpa e glockenspiel, ma sono sicuramente eleganti illusioni create dalle abilità alla tastiera di Jayes. Jason Carr ha fatto un lavoro pulito nel ridurre gli arrangiamenti originali: e il suono della band è perfetto per le dimensioni di questo spazio.
Scarlett Strallen in She Loves Me. Foto: Alastair Muir Anche il canto della partitura è altrettanto piacevole. Callum Howells è un Arpad amabile; Alastair Brookshaw è un Sipos dallo sguardo acuto e dal cuore tenero; Katherine Kingsley porta una gradita e necessaria nota di grinta femminile come Ilona; Dominic Tighe riesce meglio – come accade sempre agli attori in questo ruolo – come il ratto Kodaly; Mark Umbers suona deliziosamente come Jeremy Brett nel ruolo del Nowack affascinante e gentiluomo; Les Dennis è un gradevole signor Maraczek; Scarlett Strallen sfrutta al massimo ogni opportunità come Amalia, anche se continuiamo a desiderare che la partitura conceda alla sua magnifica voce ancora più occasioni per emozionare e che il copione dia al personaggio un po’ più di spina dorsale; Peter Dukes è un buon Keller; Cory English l’ho visto come Cameriere (sarà sostituito dal 10 gennaio al 6 febbraio da Norman Pace) e di certo White lo immagina qui in una sorta di ruolo ‘alla Eric Blore’. Rachel Bingham, il magnificamente toccante Matt Crandon, Luke Fetherston, Olivia Fines, Aimee Hodnett, Sarah-Jane Maxwell e Vincent Pirillo completano un ensemble superbo.
Quanto alla partitura in sé, è in parte ‘The Czardas Shopgirl’ e in parte ‘Give My Regards To Vorosmarty Square’: da una parte veniamo trascinati verso l’assurdità delirante dell’operetta viennese, dall’altra inclinati verso il glamour della Broadway anni Sessanta; e più ascolto questa musica, meno capisco le ragioni di queste scelte stilistiche contrapposte (ammesso che ce ne siano). La musica è sempre splendida da ascoltare, ma come insieme si rifiuta semplicemente di compattarsi.
Poi, il copione del signor Masteroff: qui stiamo ascoltando un testo molto più lungo e verboso di quanto ricordi al Landor. E c’è molto, molto meno in termini di coreografia (anche se, quando Rebecca Howell ne ha l’occasione, sfoggia movimenti davvero di gran classe) di quanto mi pareva fosse il caso a Clapham. Che peccato. L’uso del movimento di Howell è assolutamente affascinante: riesce a evocare in un attimo i dipinti di Otto Dix o Tamara de Lempicka; la sequenza del caffè è un magnifico pezzo forte, ma sembra scorrere via senza radicarsi del tutto a livello viscerale.
Intanto, il design della profumeria, dove si svolge la maggior parte dell’azione, inizialmente abbaglia – un interno lussureggiante, ricco di dorature e ornamenti in rilievo, una sorta di rococò da High Street: una signora molto borghese seduta vicino a me ha detto che le ricordava Penhaligon’s, con scaffali di boccette di profumo apparentemente illuminati dall’interno. A controllare le luci è Paul Pyant, che per lo più mantiene tutto luminoso e allegro (anche se nel montaggio dell’Atto 1 c’è un meraviglioso lavoro d’atmosfera stagionale). Probabilmente è voluto. L’intera produzione è leggera, amabile, piacevole, tendente al comfort, al lusso, all’ozio e alla grazia delle classi commerciali ragionevolmente benestanti. L’assenza di toni più scuri crea un ambiente privo di problemi, ma forse a scapito di qualsiasi tensione drammatica o senso di conflitto. Persino adulterio e suicidio vanno e vengono senza suscitare gran scompiglio. Se cercate un’esperienza senza dolore, la troverete. Ma se vi serve qualcosa di più robusto, potreste trovarlo tutto un po’ troppo soffice e persino frivolo. Funziona per ‘Die Fledermaus’ o ‘The Czardas Princess’, ma qui sembra leggermente fuori fuoco.
Siamo, dopotutto, a Budapest negli anni Trenta. Il fascismo è una forza in crescita tutto intorno, anche in patria sotto il tallone di ferro dell’ammiraglio Horthy, mentre a est il comunismo prospera. L’antisemitismo sta per spingere l’Europa verso la Shoah. Nulla di tutto ciò supera un sussurro nel copione. Meno male che Masteroff non usò mezzi termini quando scrisse il libretto di ‘Cabaret’! Meno male che Rodgers e Hammerstein non lo fecero quando scrissero ‘The Sound of Music’ solo pochi anni prima. E meno male che Bock e Harnick parlarono più col cuore in ‘Fiddler On The Roof’. Quanto a questo spettacolo, è tutto piuttosto grazioso, ben educato e non vi farà alcun male. Nulla di cui vergognarsi, ma non aspettatevi che la terra tremi.
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