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RECENSIONE: Senza un soldo nella terra di nessuno, Finborough Theatre ✭✭✭✭✭
Pubblicato su
Di
timhochstrasser
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Stony Broke In No Man's Land
Finborough Theatre
25 maggio 2015
5 stelle
Il Finborough sta attraversando un periodo d’oro. La sua attuale serie di spettacoli, organizzata attorno al centenario della Prima guerra mondiale, si è rivelata un punto di riferimento per una riflessione seria e continuativa sulla pietà della guerra e sulle conseguenze, le ramificazioni e le distorsioni della sua commemorazione, come finora non si è visto nel West End. Nelle ultime settimane sono in cartellone contemporaneamente due lavori che si rispondono con un delizioso contrappunto. I lettori abituali qui su British Theatre conosceranno già la notevole produzione di Alan Seymour, The One Day of the Year, recensita qualche tempo fa da Stephen Collins. Ora, in tandem con quella, arriva la prima mondiale della nuova meditazione di John Burrows su temi affini, diretta dall’autore, con tutti i ruoli interpretati da David Brett e Gareth Williams. Se il Seymour è una sinfonia forte, rabbiosa e sfidante, il Burrows può dirsi una deliziosa musica da camera, con variazioni proprie, del tutto ammirevoli, più gentili ma comunque distintive, su melodie in senso ampio simili.
Entrano due anziani, in abiti logori e cappotti pesanti, con una fila di medaglie cucite sul davanti. Uno porta un violino, l’altro un banjo, e partono come una coppia di buskers sbiaditi con una canzone di protesta e rimpianto del dopoguerra:
«A Piccadilly gli amici mi passano accanto
Sono completamente bloccato nello Strand
Ma confesso che ero più o meno contento
Quando ero al verde in No Man's Land»
Questa canzone incornicia lo spettacolo e stabilisce uno dei temi chiave esplorati nei due atti: l’incapacità del Governo britannico di mantenere le promesse fatte ai soldati di ritorno. Né «la guerra per porre fine a tutte le guerre» né le «case per gli eroi» si realizzano. Al loro posto, la commemorazione diventa una questione di apporre una chiusura simbolica al lutto nazionale nella forma del Cenotafio e della tomba del Milite Ignoto. Uno dei grandi punti di forza di questo testo è il modo in cui questi grandi temi diventano reali e concreti per noi in platea attraverso le storie di vita di uomini e donne comuni travolti dalla guerra. Oltre venti personaggi prendono vita grazie a Brett e Williams in un autentico tour de force condiviso — anche se è un termine un po’ troppo appariscente per un’interpretazione gentile, sottile e sfumata che evoca tutti questi uomini e donne. Viaggiamo da Londra alla Somme, fino alla Russia e ritorno a Londra, mentre si dispiegano tutte le cupe implicazioni del massacro della Prima guerra mondiale, con interludi musicali che catturano l’emozione del momento attraverso le canzoni popolari dell’epoca.
Al centro della storia c’è un rapporto a tre tra Percy Cotton, soldato arruolato, la sua fidanzata Nellie Mottram e Sir Gregory Sleight, alto funzionario con accesso diretto al primo ministro David Lloyd George. Nellie, come tante fidanzate lasciate a casa, scopre che il tempo di guerra è per lei un tempo di opportunità su tutti i fronti, professionali e romantici, mentre Percy incontra solo morte e distruzione sul fronte occidentale. Nellie entra in possesso del diario di un ufficiale morto, che Percy vorrebbe restituire ai genitori del defunto. Lei invece lo usa come punto di partenza per la sua nuova carriera da medium, nel tentativo di mettersi in contatto con i morti e offrire un qualche conforto, per quanto residuale, ai familiari in lutto. Questo, a sua volta, le apre le porte dell’alta società, permettendole di affermarsi come protetta di Sleight e, infine, di ottenere l’orecchio di Lloyd George, che cerca disperatamente la forma giusta di risarcimento commemorativo per la decisione di non rimpatriare i caduti britannici. Dagli aspetti semi-comici dello spiritismo nasce uno dei simboli cruciali della chiusura del dopoguerra e della riconciliazione nazionale che, secondo molti, distoglie la Gran Bretagna da una strada rivoluzionaria simile a quella della Russia. Ma per gli ex soldati come Percy non ci sono soluzioni pronte né ricompense: britannici o tedeschi, le loro sorti restano cupe come un dipinto di Otto Dix. È affascinante, di per sé, ascoltare il retroscena politico reale della commemorazione e il miscuglio di motivazioni che vi confluirono. Lo abbiamo visto solo di recente nel mare di papaveri alla Torre di Londra: quanto possano essere ancora potenti questi simboli quando hanno una semplicità capace di unire. Ma ciò che colpisce più di tutto, qui, è il modo in cui le aspirazioni più nobili possono intrecciarsi con la più meschina macchinazione politica, e come l’apparente ciarlataneria dello spiritismo abbia tuttavia risposto a un bisogno specifico e reale di sostegno e conforto in una società in cui il famoso self-control britannico continuava a prevalere. C’è un’ambiguità e un intreccio di motivazioni, molto vero rispetto alla vita reale, e piacevolmente lontano da tanta narrazione moralistica in bianco e nero del fronte interno.
I ruoli sono divisi equamente tra i due interpreti, per peso se non per numero: Brett assume un numero più ridotto di personaggi, ma tutti parti importanti. Quando li vedi insieme per la prima volta, pensi di aver incontrato Vladimir ed Estragon fuori dal tempo; e ci sono certamente echi di Beckett e, del resto, anche di Charlie Chaplin, nelle loro prove. Tuttavia, con il procedere della serata, c’è molta più umanità e comicità che oscurità e disperazione. Williams segna punti in particolare nei personaggi scaltri, affascinanti, volubili e un po’ loschi che riescono a trarre vantaggio dalla guerra: la stessa Nellie, sempre pronta con una risposta amabile per disinnescare possibili smascheramenti; Lloyd George, pieno di magia retorica e abilissimo nel restare un passo avanti rispetto all’umore popolare. Ha un grande talento, ben oltre la semplice imitazione, nel trovare credibilità vocale e gestuale in personaggi che fisicamente non gli somigliano affatto. I ruoli di Brett sono meno estroversi e la sua abilità sta nel trascinarti nello spazio mentale dignitoso della sua galleria di partecipanti feriti. C’è Percy stesso, pieno di un’innocenza quieta e autoironica in terra straniera, di cui capisci in fretta che non arriverà mai in fondo (anche se il modo in cui questo accade resta uno shock e una sorpresa). C’è la madre addolorata dell’alta società, disperata di sfuggire al corsetto dell’autocontrollo convenzionale e ritrovare il figlio attraverso lo spiritismo; e poi c’è l’informato, sornione e scettico Sir Gregory, legato a nessuno e capace di vedere, in perfetto stile Yes, Minister, un’opportunità politica in ogni disastro. Sono tutti cammei rifiniti, modulati con finezza e completi. Con una pletora di film e spettacoli sulla tragedia e lo spreco della Grande Guerra, all’inizio mi sono chiesto se ci sarebbe stato spazio perché i temi affrontati qui potessero toccarmi — in fondo le vene della satira e del lutto sono state già ampiamente esplorate. Eppure, nel suo modo obliquo ma quietamente insistente, questo spettacolo a due ha reso più vivi gli effetti persistenti della guerra su chi resta e su chi è in lutto, più di molti drammi ad alto budget. Sarebbe splendido vedere Brett e Williams ripetere queste interpretazioni in una tournée nazionale, così che Stony Broke possa raggiungere un pubblico più ampio in tutto il Paese, in questi anni di commemorazione.
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