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RECENSIONE: Swifties, TheatreN16 ✭✭
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Di
julianeaves
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Swifties
Theatre N16
1 marzo 2016
Qui c’è un’idea davvero, davvero ottima per uno spettacolo. Prendete ‘Le serve’ di Genet, togliete ‘Madame’ dall’equazione (anche se viene continuamente riesumata sotto forma di canzoni) e lasciate che Solange e Claire se la vedano nei panni di fan pop isteriche, che imitano la loro idola – in questo caso la lontana Taylor Swift, che si sente soltanto e non si vede mai. Sistematele in una camera d’albergo, mentre aspettano il momento di mettere in atto un piano per impadronirsi della vita della loro eroina e lanciarsi – à la ‘Ruthless People’ – fuori dall’anonima routine e dentro un’esistenza di comfort e glamour. L’ambientazione borghese non è poi così lontana da Anouilh, o persino da Feydeau, e si può leggere come una sorta di commedia di costume.
È un’idea molto intelligente, e lo scrittore Tom Stenton merita un plauso per averla formulata e portata fin qui, lungo la strada verso una vera forma teatrale. Ma la sfida che ha tra le mani è notevole. Genet scrive dibattiti rarefatti e intellettualizzati, in cui si dedica poca attenzione alla creazione di personaggi “a tutto tondo”; questo lo rende affascinante, ma spiazzante per il pubblico teatrale britannico. Per rendergli giustizia nel Regno Unito, di solito è necessario “fare a pezzi” Genet e sostituire la sua visione con un’altra completamente diversa, che offra al pubblico ciò che si aspetta di trovare a teatro: ritratti tridimensionali e realistici, ben piantati nel naturalismo – parecchio naturalismo – e conditi con abbondante humour e ironia. Sulle scene britanniche, ben poco riesce se non rientra, in qualche senso profondo, in questo paradigma.
Detto questo, non so in quanti hotel a cinque stelle frequentati da pop star e dai loro entourage il signor Stenton abbia soggiornato o anche solo fatto visita, ma da questo testo non ho l’impressione che siano stati molti. A un certo punto, arriva persino a far bussare alla porta della suite un membro dello staff dell’hotel – interpretato da una terza voce non accreditata e mai vista – che, prima ancora di annunciare qualcosa a chi è dentro, dichiara a chiunque possa sentirlo che la polizia è nella hall al piano terra a indagare su non meglio precisate questioni, e che gli occupanti della stanza – le nostre intrepide eroine – devono abbandonare ogni speranza di riuscire ad agganciare La Swift. Non so voi, ma a me non sembra esattamente il genere di cosa che potrebbe accadere al Dorchester. Se c’è una cosa su cui si può contare, da parte del personale di un hotel di alto livello, è la discrezione.
Ciononostante, il lavoro è finito nelle mani del regista Luke Davies, che di recente ha ottenuto un discreto successo con la sua produzione di ‘The HIV Monologues’: qui si muove forse su un terreno meno familiare e la gestione del materiale appare spesso incerta e un po’ casuale. Sembra o non rendersi conto delle insolite esigenze che Genet impone, oppure non essere interessato a confrontarcisi. L’abuso di musica – che ronzia in sottofondo in quasi ogni scambio – è un segnale della sua insicurezza. Lascia che le attrici – la sosia di Tay(lor), Tanya Cubric, e la spalla maltrattata, Isabella Niloufar – attraversino quella che sembra una sequenza di improvvisazioni da scuola di recitazione, nella speranza che arrivino, in qualche modo, a interpretazioni valide dei loro ruoli e – con un po’ di fortuna – a uno spettacolo significativo. Loro ce la mettono tutta e, di tanto in tanto, ci riescono. Niloufar è stata appena scelta come protagonista della prossima ‘Salomè’ del National Theatre e – alla fine – si capisce perché. Cubric (vista di recente come protagonista in ‘The Tunnel’ su Sky Atlantic) le prova tutte con la sua incarnazione della dea pop capricciosa, facendo tutto il possibile, umanamente, per rendere credibile il percorso del personaggio. Insieme, non sono mai meno che piacevoli da guardare. Ma la loro tragicommedia è una bestia davvero difficile da inchiodare. Un periodo di prove più lungo, con un regista più esperto, avrebbe potuto aiutare. Così com’è, le attrici sembrano lasciate a lottare con la superficie impenetrabile del materiale, e questo appare un po’ ingiusto nei loro confronti – e nei nostri.
E il copione di Stenton non facilita loro il compito. Per esempio, ci vuole un tempo lunghissimo prima di scoprire che le ragazze vengono da Luton: quando arriva, è una rivelazione folgorante – all’improvviso, quelle aspiranti celebrità che strillano, saltano e posano acquistano un senso compiuto. Perché mai l’autore aspetti così tanto a definire i suoi personaggi, non saprei immaginarlo: voglio dire, non è certo un segreto di Stato, no? Curiosamente, un’altra “versione” di ‘Le serve’ è andata in scena solo pochi mesi fa, e si è scontrata con problemi simili di opacità. In modo istruttivo, più o meno nello stesso periodo, il suo testo compagno del 1947, ‘Deathwatch’, è stato proposto in una resa avvincente di David Rudkin al Print Room, diretto con finezza da Geraldine Alexander, che ha utilizzato un’idea di design audace e un alto livello di stilizzazione, combinati con attori di grande esperienza, ai quali ha imposto il minor numero possibile di movimenti, ottenendo così uno spettacolo piuttosto focalizzato e – a modo suo – credibile. Queste due qualità – focus e credibilità – in Genet sono estremamente elusive. Stenton e Davies forse ormai se ne sono accorti.
Fino all’11 marzo 2017
Foto: Luke Davies
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