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RECENSIONE: Il Giardino dei Ciliegi, Young Vic ✭✭✭✭
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Di
stephencollins
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Il Giardino dei ciliegi al Young Vic. Foto: Stephen Cumminskey Il giardino dei ciliegi
Young Vic
23 ottobre 2014
4 stelle
Devo confessare di avere una lunga storia con Il giardino dei ciliegi di Anton Čechov. Insieme ad Amleto, Macbeth e Hedda Gabler, Il giardino dei ciliegi è uno dei classici che ho visto più spesso, non sempre con piacere. È stato anche oggetto di studio serio all’università, dove una tutor un po’ “fuori dagli schemi” fece sdraiare me e i miei compagni sul pavimento e immaginare di essere alberi di ciliegio abbattuti mentre lei ci leggeva il testo…
Ho visto versioni tragiche, versioni comiche, versioni tragicomiche e versioni apertamente stupide de Il giardino dei ciliegi, ma posso dire con certezza di non aver mai visto nulla di simile a quanto ora è in scena al Young Vic, nell’adattamento di Simon Stephens e con la regia di Katie Mitchell.
È cupo, persino brutale, senza alcuna traccia di ironia ad alleggerire circostanze tetre che culminano nella distruzione dell’amato giardino dei ciliegi della famiglia Gaev. Ambientata con decisione nel presente, questa versione rinuncia a nostalgie languide per il passato, non indugia troppo nelle sottigliezze dei personaggi e preferisce lo shock e uno slapstick sfacciato a modi più gentili di far passare i concetti. C’è poco senso della vecchia contrapposta alla nuova Russia, poca percezione del cambiamento di tradizioni e tempi, e ancor meno complessità un po’ su tutto. Ma è di una desolazione abbagliante, popolata da persone fragili e terribili che conducono vite ambigue e bugiarde. In questo senso è una rielaborazione avvincente del capolavoro di Čechov.
Čechov insisteva che Il giardino dei ciliegi fosse una commedia, ma il suo primo regista, Stanislavskij, lo considerava una tragedia e lo mise in scena come tale. Čechov ne fu inorridito, ma la lettura di Stanislavskij ha davvero segnato tutte le versioni successive. Compresa questa.
Stephens ha accorciato notevolmente il testo (qui dura circa 2 ore, senza intervallo; ho visto allestimenti superare le quattro ore) e ha preso alcune decisioni molto nette sui personaggi. Jaša è un assassino e seduttore feroce, opportunista fino al midollo; Lopachin è, in sostanza, avido e insincero; Charlotta è una maga femminista attivista e provocatoria; Simeon è un goffo pasticcione con un’aura di pretenziosità; Ranevskaja è più cortigiana e pescivendola che aristocratica decaduta.
Mitchell asseconda tutto questo con un’energia da olimpionica, e il risultato è una sinfonia svelta e accuratamente composta di dolore, angoscia e perdita. Chi conosce Il giardino dei ciliegi potrà alzare più di un sopracciglio, ma la verità è che questo adattamento tiene e racconta una storia avvincente sulla fragilità della vita e sugli ingranaggi del denaro e della doppiezza. È tanto insolito quanto folgorante.
Chi avrebbe detto che la star di una produzione de Il giardino dei ciliegi sarebbe stato l’attore che interpreta Firs, il vecchio servitore, di incrollabile lealtà verso la famiglia Gaev? Eppure è proprio così.
L’interpretazione di Gawn Grainger, splendidamente cesellata e di una delicatezza quasi impossibile, di una vita spesa al servizio è semplicemente sensazionale: dal suo primo, curvo trascinarsi sul palco, con la borsetta di Ranevskaja in mano, fino al crollo a terra quando capisce che la famiglia l’ha chiuso dentro, condannandolo a morte mentre loro partono verso altri lidi. (In questa versione, il destino di Firs è sigillato dalle azioni deliberate di Jaša più che da una distrazione: il che, naturalmente, rende quel destino insieme peggiore e migliore.)
Grainger è la perfezione, e il suo racconto su che fine facevano un tempo le ciliegie del giardino mi resterà in testa a lungo; così come il momento doloroso in cui si mette a quattro zampe per sistemare uno sgabellino alla sua padrona indifferente. La sua resa dei conti finale, tragica, è devastante.
Tom Mothersdale è impeccabilmente ripugnante nei panni di Jaša, simbolo di una gioventù ribelle, di un futuro sfrontato. I suoi eccessi sono chiari quanto il suo magnetismo. La scena bizzarra in cui lui e Simeon cantano insieme nel secondo atto è stranamente potente. Mothersdale è un po’ come un Nick Cotton in versione russa: un concentrato di rabbia, potere sessuale, casualità e manipolazione; la sensazione che la violenza sia sempre a un attimo di distanza è fortissima. Un giovane attore da tenere d’occhio.
Dominic Rowan, attore davvero formidabile, è in splendida forma come Lopachin, anche se il modo in cui Stephens ha concepito il ruolo limita la gamma emotiva richiesta. Questo Lopachin non è affatto simpatico e gode del suo acquisto della tenuta dei Gaev. La scena in cui annienta Varja (due volte) è davvero cupa, ma Rowan riesce a renderlo sopportabile, comprensibile e compiuto. Un bel risultato, con questa visione asciugata e leggermente distorta del personaggio.
Molto può andare storto con Leonid, il fratello di Ranevskaja amante del biliardo, logorroico e un po’ svitato, ma non qui: Angus Wright definisce brillantemente, e con sintesi, questo sciocco e le sue manie. Il suo discorso sull’armadio centenario era oro puro. Così come il suo senso di cupo fallimento quando torna alla tenuta, dopo che l’asta ha consegnato la proprietà di famiglia a Lopachin.
Nei panni di Varja, Natalie Klamar è abilissima nel rendere il pragmatismo del personaggio, ma anche il suo romanticismo e l’isolamento in una famiglia che la tratta più come una fidata domestica che come un membro amato. La sua voce, ricca di possibilità e dal timbro ammaliante, viene sfruttata appieno e comunica con efficacia i tanti umori e pensieri di Varja. Il momento in cui capisce che l’uomo che ama/disprezza ha affidato la gestione della tenuta al sempliciotto Simeon è incredibilmente toccante, avvolto in una consapevolezza dolorosa, spezzacuore.
Ho trovato l’eterno studente, Pëtr Trofimov (Paul Hilton), un po’ troppo cupo e “flower power” (allo stesso tempo) per essere il contrappunto originariamente immaginato da Čechov; e il ruolo di Anja sembra in qualche modo ridimensionato in questa versione, anche se Catrin Stewart era adeguatamente bella e “da principessina”. Nei panni di Simeon, Hugh Skinner, che pare aver basato la sua prova sul Dottore Who pasticcione di Matt Smith, era graziosamente goffo e fuori posto, ma non molta della sua gag slapstick è andata davvero a segno come avrebbe potuto.
Charlotta (Sarah Malin) sembrava più un espediente alla Katie Mitchell, un dispositivo per il gioco di prestigio, che un personaggio interessante di per sé. I suoi trucchi di magia nel terzo atto erano magnifici, eseguiti splendidamente, ma era difficile capire una parola di ciò che diceva: la dizione di Malin era pessima. La sua breve, sciocca scena di nudo era superflua quanto il mordere un cetriolo fallico o il riferimento alla vagina chiamandola “tasso”: distrazioni da shock value. Piuttosto inutile.
C’è buon lavoro da parte del resto del cast (il Boris di Stephen Kennedy è particolarmente riuscito), ma poco, nella Lyubov Ranevskaja di Kate Duchêne, mi è sembrato vero. Più scapestrata sessuale che sciocca e appannata grand dame d’altri tempi, più capricciosa e impulsiva che smarrita in una nebbia d’incomprensione della propria situazione, più volgare e comune che elegante e colta: una lettura molto diversa di questo grande ruolo. Non mi è piaciuta minimamente, ma non dipende solo da Duchêne; lei offre esattamente ciò che Stephens e Mitchell volevano. Resta però poco chiaro, per me, perché fosse proprio questo ciò che volevano. Il risultato è piatto e piuttosto bidimensionale. Purtroppo.
La scenografia di Vicki Mortimer è eccellente e restituisce con chiarezza la grandeur sbiadita della tenuta un tempo animata e sontuosa. Le luci di James Farncombe sono molto atmosferiche, anche se a tratti tutto è troppo in ombra per permettere una vera nitidezza.
Gli effetti sonori di Gareth Fry sono, con quel tipico modo disorientante di Katie Mitchell, efficaci; anche se, personalmente, trovo che il suono di una singola ascia che abbatte un albero sia più inquietante, terrificante e profondamente tragico di quello prodotto dai macchinari moderni che ronzano e arano gli alberi fino a cancellarli. Ma il suono quasi apocalittico che squarcia il silenzio della tenuta nel secondo atto è davvero notevole, e il rumore amplificato di un treno in corsa (le ruote del tempo e del movimento che girano) diventa un leitmotiv di cambi scena brusco ma efficace.
È un esperimento cechoviano che in gran parte funziona. Non è mai noioso e l’intenzione di adattatore e regista è chiara e viene realizzata con fedeltà da un cast numeroso e di talento. Ma ha pochi picchi (di gioioso o ironico non ce n’è, di certo), se non nella sua oscurità, nei suoi aspetti di commedia nera e nella sua condanna spietata di chi non sa stare al passo coi tempi. Mothersdale, Rowan e Wright si prendono i riflettori, ma è senza dubbio il magnifico Firs di Gawn Grainger il ricordo destinato a restare di questa produzione.
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