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RECENSIONE: The Flannelettes, King's Head Theatre ✭✭✭✭✭
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Di
timhochstrasser
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The Flannelettes. Foto: Francis Loney The Flannelettes
King's Head Theatre
19 maggio 2015
5 stelle
The Flannelettes arriva al King’s Head Theatre nell’ambito delle celebrazioni per il suo 45° anniversario. Lo spettacolo riunisce Richard Cameron e Mike Bradwell, il team che al Bush aveva ottenuto un grande successo con The Glee Club (2002) e lavori affini. Condivide molte qualità con quel predecessore, fortunato anche a livello nazionale: l’ambientazione in una cittadina del Nord in crisi, popolata da donne dure o sfruttate e da uomini violenti o inconcludenti; dove la musica colma l’enorme distanza tra l’asprezza della vita quotidiana e le aspirazioni e i desideri dell’anima. Il sipario si alza su un numero-omaggio alla Tamla Motown in un Miners’ Welfare Club, che ci presenta cinque dei sei personaggi – Brenda (Suzan Sylvester), vedova che gestisce il centro di accoglienza per donne del posto; sua nipote Delie (Emma Hook), che ha 22 anni ma un’età mentale di circa dieci anni più giovane; Roma (Holly Campbell), amica più grande e compagna, duramente maltrattata, di un capobanda locale; Jean (Celia Robertson), una donna istruita delle Home Counties, arrivata da poco al rifugio; e George (Geoff Leesley), un cordiale ma appannato pegniere locale, trascinato di buon grado a travestirsi per fare numero. Più avanti nella scena si unisce a loro Jim (James Hornsby), un agente di Polizia di Comunità sposato, che scopriamo avere una relazione con Brenda. Il numero d’apertura fa parte di un repertorio ricorrente, e il suo tono di slancio romantico unito alla sensazione di una delusione inesorabile e inevitabile stabilisce il modello dell’intero spettacolo. I personaggi fanno del loro meglio per sfuggire a una serie di guai apparentemente già scritti, poi provano o eseguono brani Motown come commento corale alla violenza e allo sconforto che minacciano di travolgerli. Per evitare che questo sembri uno scenario familiare e statico, va detto subito che ciascuna delle numerose scene è costruita con grande precisione: la prima parte stabilisce una caratterizzazione ricca e profonda, da cui nella seconda emerge un dramma di potenza cruda. Sono interpretazioni cesellate, in cui tanti piccoli dettagli di testo, di modo di fare o di gesto tornano a colpirti di nuovo, caricandosi di significati inattesi al secondo passaggio, quando li noti davvero. C’è un equilibrio delicato tra commedia e pathos che continua a oscillare e a spostarsi, fino a una svolta decisamente cupa nelle ultime scene, affrontate con grande grazia e abilità da tutti. Pur essendoci prove notevoli che potrei isolare in questa recensione, è soprattutto un successo d’ensemble: l’autore fa in modo, come un librettista d’opera, che ciascun personaggio abbia efficaci momenti da solista e duetti in contrasto, prima di partecipare a scene corali di vera energia, arguzia e – quando serve – rabbia. Tutti gli interpreti sono solidi e riconoscibili; e nonostante la tristezza avvolgente del finale, ne esce uno spettacolo sorprendentemente “felice”, che lascia il pubblico con la sensazione che stia avvenendo un’affermazione di vita, oltre a un esame quasi forense di un abisso di abusi.
Una parte del motivo di questo senso di equilibrio e del successo complessivo della produzione sta nel fatto che l’attenzione è rivolta soprattutto allo sviluppo individuale dei personaggi, più che a una schematica attribuzione di colpe. Qui non c’è alcuna tesi dogmatica: il degrado socio-economico della città mineraria è un dato di partenza, un fondale cupo, non un’agenda politica. Non che in astratto ci sarebbe qualcosa di sbagliato, ma ne verrebbe fuori un testo molto diverso – un approccio alla David Hare non si fonderebbe con il grido primordiale dell’anima che qui viene espresso con tanta forza. Fondamentale per l’azione è la Brenda di Sylvester: provata, disincantata, infinitamente paziente e accogliente. È il centro emotivo calmo dello spettacolo, attorno a cui gli altri personaggi ruotano e a cui ritornano. Sarebbe facile trasformarla nella caricatura della stoica e tenace donna del Nord, ma lei non perde le occasioni che le vengono offerte per rivelare la propria delusione e le proprie ferite emotive. Ci sono momenti di vulnerabilità toccante, soprattutto nelle interazioni con i due uomini in scena, davvero intensi. Accanto a lei, nel rifugio, Robertson rende con efficacia il percorso di Jean: da moglie traumatizzata e picchiata a una resistenza combattiva e a una ripresa, nonostante la perdita della famiglia – è in realtà l’unico personaggio che chiude lo spettacolo in una condizione psicologica migliore di quella di partenza. I due uomini – George e Jim – sono più difficili da “far funzionare” perché nei loro personaggi c’è un senso costante e logorante di fallimento: George ha le migliori intenzioni, una gentilezza autentica e empatia, ma poca energia e scarsa capacità di portare le cose a termine; Jim ha energia ma pochissima comprensione emotiva, di sé come degli altri. Entrambi non riescono a comprendere le conseguenze disastrose delle proprie azioni per le donne del rifugio. Il potere resta comunque nelle mani degli uomini: o deboli, o (fuori scena) violenti, manipolatori e abusanti. Entrambi gli attori riescono a rendere questi uomini degni di comprensione, anche se la spinta emotiva dello spettacolo tende a costruire un lamento funebre per – e delle – donne.
Ma le prove più spiccate sono senza dubbio quelle di Holly Campbell ed Emma Hook. Per gran parte dell’azione Campbell deve interpretare una donna a cui non è rimasta alcuna autostima, che si sta riprendendo da abusi fisici o sta per subirne altri. Cattura con grande economia e senza sentimentalismi la qualità spenta e intorpidita della vittima perpetua, preservando al tempo stesso una voce e una personalità diverse per le sue speranze di una casa tutta sua. Nelle scene con Hook, la loro riconquista reciproca di uno spazio per la speranza è profondamente commovente. Delie, però, è il centro dell’attenzione del pubblico ogni volta che è in scena. Interpreta il personaggio con innocenza, certo, ma anche con molti altri livelli: nella prima parte arrivano con forza la visione a tunnel e la curiosità instancabile di una bambina piena di energia ma con una fiducia mal riposta; nella seconda, mentre l’oscurità le si chiude intorno, prendono il sopravvento lo smarrimento, un dolore incomprensibile e il desiderio disperato di mantenere una qualche ancora sicura nel mondo degli adulti, e si intravedono i contorni di un’interpretazione di grande statura. Il suo monologo nella sezione finale è uno dei due o tre momenti migliori di teatro che io abbia vissuto quest’anno; uno di quei rari istanti in cui il pubblico è totalmente “dentro” con l’attrice e ogni considerazione esterna viene spazzata via.
Questo spettacolo è un omaggio degno di tutto ciò che il King’s Head rappresenta. Se siete in zona, cercate di vederlo negli ultimi giorni di repliche: posso solo sperare che approdi presto su un altro palcoscenico.
The Flannelettes è in scena al Kings Head fino al 6 giugno 2015
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