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NOTIZIE

RECENSIONE: Le Quattro Frida, Royal Artillery Barracks ✭✭✭

Pubblicato su

Di

timhochstrasser

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The Four Fridas. Foto: Alastair Muir The Four Fridas

Royal Artillery Barracks, Woolwich

02/07/15

3 stelle

Il piazzale delle parate che corre lungo la splendida facciata georgiana dell’ex quartier generale della Royal Artillery è un’ambientazione naturale e davvero efficace per un grande spettacolo all’aperto, e il Greenwich and Docklands Festival va elogiato per aver portato qui eventi come The Four Fridas. È un luogo perfetto per produzioni su larga scala e il suo utilizzo flessibile, orientato alla comunità, da quando l’Artillery si è trasferita altrove, è ancora più incoraggiante se si pensa che questo sito è stato associato di recente al terribile omicidio del fuciliere Lee Rigby avvenuto in una strada vicina. Sono ancora vivi i ricordi delle imponenti Cerimonie di Apertura dei Giochi Olimpici e Paralimpici tenute a Londra nel 2012, e The Four Fridas si guarda al meglio come una (parzialmente) riuscita coda a quegli spettacoli. Bradley Hemmings, il regista di questo progetto, che fu anche responsabile del segmento introduttivo delle Paralimpiadi, scrive nel programma di sala che Frida Kahlo era una delle immagini rappresentative della disabilità che aveva inizialmente preso in considerazione per quell’evento; e ora torna alla sua vita come base per una meditazione sul rapporto tra creatività e superamento della disabilità e della persecuzione.

Frida Kahlo ha ricevuto un’enorme attenzione negli ultimi anni ed è facile pensare che ormai non abbia più bisogno di presentazioni. In qualunque prospettiva, la sua è una storia straordinaria di avversità fisiche e personali affrontate e trasformate in un’espressione artistica immediatamente riconoscibile. La sua vicenda l’ha resa un’eroina per le femministe e per chi sostiene la creatività delle persone con disabilità, e a ragione. Ma la determinazione implacabile a interpretare l’opera attraverso la vita impone anche limiti di comprensione che andrebbero considerati. Kahlo appartiene inoltre alla storia della ricezione e della rinascita della cultura indigena messicana, alla storia del Surrealismo, e anche all’uso delle arti visive a sostegno dei diritti dei lavoratori, come pionieristicamente promosso dal marito Diego Rivera. Una comprensione più piena della sua importanza richiede di smontare il senso di isolamento ieratico che i suoi stessi scritti incoraggiavano e alimentavano, e di vederla come un essere sociale prima che come un’icona. Per quanto ricco di risultati estetici e momenti visionari, questo spettacolo tende a rafforzare la visione stereotipata più datata di Frida.

Ci vengono presentate tre strutture o pedane sceniche con il pubblico disposto in traverso. A un’estremità c’è una piattaforma a gradoni che ricorda una ziggurat maya: può anche sollevarsi in verticale per fungere da schermo per la proiezione di animazioni e da superficie di arrampicata. Di lato, un enorme vestito bianco, grande come un pallone, si gonfia e ondeggia. All’altro capo dell’azione c’è un ammasso contorto di metallo distrutto, che finisce per simboleggiare l’incidente dell’autobus che causò sia le disabilità di Kahlo sia, in ultima analisi, la sua morte. Al centro si erge un palo alto venti metri con una corda avvolta attorno a un verricello. È questo elemento a brillare nella sezione finale e più emozionante della serata: il volo delle Voladoras.

La presentazione è divisa in quattro sezioni, ciascuna intitolata a uno degli elementi: Aria, Terra, Fuoco e Acqua. Nella prima, incentrata sul vestito bianco e scandita da fuochi d’artificio e danza, viene introdotto il tema del volo insieme al motivo della farfalla, che ricorre in tutte le sezioni per simboleggiare il desiderio di Kahlo di sfuggire ai propri limiti fisici attraverso la creatività. Nella seconda, accompagnata da potenti effetti visivi, Frida vive l’incidente e si lamenta della sua disabilità. A un certo punto viene trasportata su un veicolo scoperto come una statua dipinta in una processione religiosa, vestita di bianco e con una sola gamba: è solo uno dei diversi momenti in cui il team creativo riesce a trovare un correlativo visivo della vita di Frida che va oltre (e aggiunge a) i suoi autoritratti. Nella terza sezione, di gran lunga la più soddisfacente, testi tratti dai suoi scritti si fondono con l’animazione visiva sullo schermo per dare vita al suo processo pittorico. Le animazioni riprendono motivi della sua opera e li assemblano e disassemblano. È l’unico momento della serata in cui si intravede il processo artistico di Kahlo: lo spogliare strato dopo strato, le figure formali e statuarie con il loro nucleo biologico esposto, gli spigoli vivi e le combinazioni cromatiche apparentemente discordanti, la potenza cruda e amorale della natura. Nell’episodio finale viene enunciato il credo sociale di Frida e il motivo della farfalla rifiorisce con rinnovato vigore come celebrazione del principio della diversità. La scena, e l’intera serata, culminano con il volo delle Voladoras… donne che “volano” come in un palo della cuccagna… e che incarnano l’aspirazione di Frida a un’armonia tra umanità e natura. I fuochi d’artificio scandiscono il finale….

Non c’è dubbio che si sia trattato di uno spettacolo tecnicamente molto curato, capace di riunire un solido team creativo che ha dimostrato ottime competenze in danza, canto, diffusione sonora, animazione, acrobatica e – sì – volo umano. C’è stata una danza contemporanea espressiva di Shechter Junior a simboleggiare le lotte dei poveri, e una declamazione potente da parte dei vari interpreti che incarnavano Frida in momenti diversi della sua vita. Tuttavia, per me, sono stati solo due i punti in cui forma e contenuto si sono fusi pienamente e in modo autentico. Il primo l’ho già citato: quando l’animazione ci ha offerto un fugace sguardo alla complessità degli elementi che confluiscono nel processo estetico di Kahlo. L’altro – e l’attesa è stata ripagata – è stato il “volo” delle donne indigene messicane, le Voladoras, che si sono lanciate dalla piattaforma in cima al palo per poi assestarsi in un ipnotico dispiegarsi, in discese rotanti man mano che le corde in alto si srotolavano e la piattaforma girava. Nel frattempo la loro capitana suonava un malinconico assolo di flauto dalla cima del palo e una delle donne batteva un piccolo tamburo mentre ruotava. In origine si trattava di un rito di fertilità dal quale le donne erano escluse, ma alcune regioni del Messico oggi permettono anche alle donne di “volare” e di condividere un senso di equilibrio tra l’umanità e gli elementi. Questa immagine semplice ma folgorante è riuscita a mettere insieme, almeno per me, le aspirazioni di Kahlo a liberarsi dalla gravità della terra, a ristabilire un’armonia tra uomo e natura, e a dare potere alle donne ovunque possibile. Il finale è stato dunque insieme spettacolo e simbolo che funzionavano in tandem.

In sintesi, in scena c’erano molto talento e molte risorse, e tante idee in fermento, alcune più a fuoco e meditate di altre. In certi punti, sia attraverso l’arte simbolica sia tramite informazioni fattuali, abbiamo ricevuto una lettura più sfumata di Frida di quanto concedano alcuni suoi sostenitori. Ma altri aspetti, ad esempio il suo rapporto e il debito pittorico nei confronti di Rivera, non sono stati menzionati affatto. È un peccato che non ci fosse un pubblico più numeroso, ma allo spettacolo mancava un legame chiaro con il territorio; e il regista avrebbe dovuto rendersi conto che un evento che avrebbe fatto il tutto esaurito in qualunque parco o piazza del centro di Londra, senza un ancoraggio più definito nella storia locale di Woolwich avrebbe faticato a trovare, fuori dal centro, un sostegno più ampio.

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