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NOTIZIE

RECENSIONE: La Buona Persona del Sezuan, Barbican Centre Londra ✭✭✭✭

Pubblicato su

11 febbraio 2019

Di

markludmon

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Mark Ludmon recensisce la produzione di Yury Butusov de L’anima buona del Sezuan di Brecht al Barbican Theatre di Londra

Alexander Arsentiev e Alexandra in L’anima buona del Sezuan. Foto: Alex Yocu L’anima buona del Sezuan

Barbican Theatre, Londra

Quattro stelle

Il regista russo Yury Butusov si è guadagnato la reputazione di autore di reinvenzioni visivamente sorprendenti e ricche d’immaginazione dei grandi classici, dallo Riccardo III e Amleto di Shakespeare a una lettura fortemente teatrale de Il gabbiano di Čechov. La sua ultima produzione infonde nuova energia e nuove idee in L’anima buona del Sezuan di Bertolt Brecht, arrivata al Barbican Theatre di Londra (con sopratitoli) dopo il debutto al Moscow Pushkin Drama Theatre nel 2013. Utilizzando la partitura di Paul Dessau della produzione del 1948, Butusov unisce la musica a immagini audaci e al suo approccio alla recitazione estremamente fisico, dando vita a una rilettura appassionata e potente della parabola brechtiana.

Alexander Arsentiev e Anastasia Lebedeva in L’anima buona del Sezuan. Foto: Alex Yocu

In alcune interviste Butusov racconta di essere stato spinto a mettere in scena questo testo dopo aver incontrato la celebrata attrice russa Alexandra Ursulyak, che ha scelto per il ruolo del titolo. In tournée a Londra con lo spettacolo, Ursulyak porta una fisicità ipnotica al suo ritratto di Shen Te, la prostituta che tenta di fare del bene a chi la circonda dopo essere stata benedetta dagli dèi con una piccola fortuna. Ma scopre che, in una società capitalista rapace, la sola bontà non basta a sopravvivere; così assume le sembianze del cugino maschio Shui Ta, spietato e senza cuore, pronto a intervenire per prendere decisioni dure che non si lasciano guidare dai sentimenti. Nei panni di Shen Te è una figura ammirevole e insieme patetica, con il trucco sbavato, che barcolla sui tacchi alti, tra collant strappati e un impermeabile nero in PVC; poi scompare nel suo alter ego elegantissimo, con cappello da gangster e baffi finti incollati. In questo mondo in cui fame e povertà sono sempre in agguato, diventa evidente che il bene può esistere solo accanto al male, e che i due sono inconciliabili. Butusov sottolinea questa dualità con proiezioni ricorrenti di gemelli e, a tratti, riuscendo persino a portare Shen Te e Shui Ta in scena nello stesso momento, creando un inquietante effetto da doppelgänger.

Alexander Matrosov è notevole nei panni dell’unico amico di Shen Te, il venditore d’acqua Wang, la cui capacità di comunicare con gli dèi viene spiegata rappresentandolo come un uomo con sindrome di Down: un’allusione non priva di problematicità al vecchio mito che collega questa condizione a presunte capacità soprannaturali. Gli “illustrissimi” dèi, incarnati da Anastasia Lebedeva come un’unica figura emaciata, qui non sono soltanto “inermi”, ma feriti e, per gran parte del tempo, privi di vita. Se Brecht voleva un teatro capace di mostrare che alle ingiustizie si può resistere e che il cambiamento è possibile, questo spettacolo offre una visione più cinica in cui, come suggerisce una delle canzoni di Brecht, una società giusta arriverà soltanto a “San Mai”.

Alexandra Ursulyak in L’anima buona del Sezuan

Pur essendo ambientato soprattutto in una grande città della provincia cinese del Sichuan, Brecht ha fornito ai registi moderni un alibi per non scritturare interpreti dell’Asia orientale, sostenendo che quel luogo rappresentava “tutti quei posti in cui l’uomo sfrutta l’uomo”: una giustificazione che non aveva convinto i critici della scarsa presenza di attori asiatici in In the Depths of Dead Love di Howard Barker, ambientato in una mitica Cina antica, al The Print Room due anni fa. Sfruttando appieno l’ampiezza del palcoscenico del Barbican, lo scenografo Alexander Shishkin ha creato un set austero di alberi spogli, che suggerisce poco della cornice cinese e molto di più un cupo mondo crepuscolare dove il sole non splende mai, reso in modo evocativo dalle luci di Alexander Sivaev.

Alexandra Ursulyak in L’anima buona del Sezuan. Foto: Viktoria Lebedeva

In questa produzione i momenti di quiete sono rari: gli attori sono quasi costantemente in movimento, sulla base di ciò che Butusov definisce “plasticità comportamentale”. A sostenere questa energia c’è una colonna sonora che attraversa stili diversi, dal jazz e blues alla classica, eseguita da una band dal vivo sotto la direzione musicale di Igor Gorsky. Restano le canzoni di Brecht e Dessau, per lo più ancora cantate in tedesco per rispetto della loro poesia, ma viene aggiunto molto altro, inclusa — sorprendentemente — la melodia sentimentale di Ryuichi Sakamoto dal film ambientato in Giappone Merry Christmas Mr Lawrence. L’accompagnamento musicale aggiunge forza emotiva a questa magistrale reinvenzione di un classico raramente messo in scena nel Regno Unito: un omaggio allo stile dichiaratamente teatrale di Brecht, con uno slancio visivo che porta ulteriore bellezza ed entusiasmo.

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