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NOTIZIE

RECENSIONE: L'Italiana in Algeri, Brunel Tunnel ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

23 giugno 2015

Di

timhochstrasser

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L’Italiana in Algeri Foto: Richard Lakos L’Italiana in Algeri

Brunel Tunnel Shaft, Rotherhithe

16 giugno 2015

5 stelle

Una serata estiva londinese da togliere il fiato, il pub Mayflower a portata di mano per una veloce sosta rinfrescante prima dello spettacolo e, in programma, una Italiana in Algeri di Rossini: tutto lasciava presagire una serata d’opera notevole ma “normale”… e invece NO… perché questa è Pop-Up Opera: opera sempre, ma con una marcia in più. Il vostro recensore, insieme al resto del pubblico, ha scavalcato una barriera anti-alluvione, si è infilato in una stretta apertura buia nel terreno e ha sceso una solida scala di impalcatura, per poi riemergere, come Alice, nell’enorme tamburo di mattoni del pozzo del tunnel dei Brunel, scavato già nel 1825 come prima fase (di accesso) dell’originario Tunnel di Rotherhithe. È un omaggio all’ingegneria pre-vittoriana di questa volta cilindrica il fatto che non una goccia di condensa o di acqua di falda penetri gli strati di mattoni London Stock che racchiudono questo spazio cavernoso, poco conosciuto e – come si scopre – davvero straordinario per una performance.

Siamo seduti in due blocchi separati da un corridoio centrale, molto sfruttato durante lo spettacolo, e davanti a noi ci sono due stender appendiabiti con i costumi e una cassa di oggetti di scena, che viene gradualmente svuotata durante l’ouverture (eseguita con brio, al pianoforte amplificato, dalla direttrice musicale Berrak Dyer). Entrano sei cantanti-attori, presentati poco a poco attraverso una serie di argute didascalie proiettate sulla parete di fondo del pozzo: un espediente che torna a intervalli e con un effetto divertente e sovversivo per tutta l’opera. L’acustica naturale è esaltante, di gran lunga migliore della Roundhouse, sua quasi coetanea dal punto di vista architettonico, e davvero “libera gli echi selvaggi”, soprattutto nei finali d’assieme, quando le voci rimbalzano sulle pareti o i cantanti si mescolano al pubblico nel corridoio e sulla scala. Certo, serve un pubblico che assorba il rimbombo, ma il luogo merita una stella tutta sua e non possiamo che sperare di rivederlo usato più spesso, quando sarà disponibile un accesso più agevole.

E così, all’opera… L’Italiana in Algeri appartiene all’inizio del “periodo centrale” di Rossini, se ha senso dirlo di un titolo composto quando il compositore aveva appena ventun anni. Come spesso accade, fu scritto in un tempo ridicolmente breve per rispettare la scadenza imposta da un impresario (Rossini raccontava di aver conosciuto 30 direttori di teatri d’opera italiani, tutti calvi per essersi strappati i capelli dall’ansia delle scadenze). La trama è un pasticcio orientalista: il pascià Mustafà (Bruno Loxton) si stanca dell’attuale moglie Elvira (Catrin Woodruff) e cerca di “sistemarla” dandola in sposa al suo ostaggio e servitore italiano Lindoro (Oliver Brignall). Ma ha chiamato in aiuto la sua ex, Isabella (Helen Stanley) – l’italiana del titolo – che arriva ad Algeri trascinandosi dietro l’attuale compagno Taddeo (Oskar McCarthy). Ne segue una girandola di intrighi, molti dei quali coinvolgono Zulma (Amy J Payne), l’intraprendente aiutante senza la quale nessuna opera di Rossini sembra poter fare a meno. Non è materiale “pesante”. Con pochi, rarissimi momenti di sosta e riflessione, è una commedia vorticosa piena di colpi di scena, gag fisiche e fraintendimenti che, per funzionare, deve correre a un ritmo serratissimo, musicalmente e teatralmente. La musica di Rossini ha un’immediata sensualità e un brio frizzante: melodie lunghe e sentimentali per i protagonisti, accompagnamenti vivaci e sincopati, e finali che accumulano voci e velocità con stile scintillante, crescendo per slancio e “peso” teatrale. Rossini è una figura tipicamente regency e, forse, la sua estetica si capisce meglio affiancandola al mondo del Brighton Pavilion, luogo in cui peraltro si esibì davvero. I pasti da diciassette portate di gelatine tremolanti, sundae spettacolari e spumosi e terrine speziate serviti in quel palazzo di vanità alla moda sono il perfetto equivalente del “quintetto degli starnuti”, della farsa dei “Pappatacci” e di altri episodi assurdi che ci sfilano davanti nei due atti e nelle ore della partitura. Tuttavia, per un aspetto importante quest’opera va oltre la consuetudine rossiniana. Nella stessa “italiana” troviamo una tipica eroina indomita dell’opera seria, che canta arie di virtuosa sfida e disprezzo per i nemici. Fa da contrappunto agli stereotipi dell’opera buffa presenti altrove, e risulta tanto più comica perché gran parte della sua alterigia è guidata da un clamoroso tornaconto personale più che da autentica virtù. È la gelatina che tiene insieme la mousse. Pop-Up Opera, con grande intelligenza, ha scelto di non replicare la formula vincente adottata per il Mozart del Ratto dal serraglio (recensito qui qualche mese fa) e ha invece “strappato” la trama per catapultarla nell’Algiers Casino della Nevada contemporanea, con più di un cenno a Paura e delirio a Las Vegas. Mustafà è un proprietario di casinò in stile Rat Pack, deciso a mollare la sua donna da gangster su Lindoro, un giocatore senza speranza. Isabella, qui grintosa finalista per quattro volte di United States Idol, arriva in soccorso come possibile diva sostitutiva, accanto a un Taddeo che stavolta è un vagabondo un po’ tonto, che lei spaccia per il suo agente. Zulma è la direttrice di scena, paziente e stremata, dello spettacolo fisso del casinò. Ma, in realtà, tutto questo conta relativamente, purché il risultato finale abbia spirito e verve e lasci spazio a un flusso continuo di energia (una delle didascalie, ironicamente, fa i complimenti a Rossini per la sua ben nota reputazione nel mostrare la profondità delle emozioni umane!). Musica e azione devono accelerare sempre di più come la roulette di un casinò – un’immagine proiettata che ricorre spesso in questo allestimento. E l’intera compagnia lo fa alla grande. Sarebbe davvero ingiusto soffermarsi a lungo su uno o due interpreti quando si tratta di un trionfo d’ensemble (e quando esistono due cast, dei quali io ho ascoltato solo il primo). Ma, vista l’altissima richiesta tecnica di questa musica dalle superfici scintillanti, va detto che Helen Stanley è stata pienamente all’altezza della coloratura vertiginosa, a campanile, che adorna il ruolo, e Brignall ha affrontato la maggior parte dei suoi acuti spietatamente impegnativi con stile ed eleganza. La recitazione, come sempre con questa compagnia, è stata eccellente, e il regista James Hurley ha garantito un ritmo costante, con movimenti naturali e ben integrati che esploravano tutte le possibilità dello spazio. Il cast sembrava completamente a proprio agio e si divertiva: e di conseguenza anche il nostro divertimento è aumentato.

Andate a scovare questo splendido allestimento, così pieno di vita, in una delle tante location intriganti previste nelle prossime tappe del tour: non ve ne pentirete e renderà la vostra serata estiva una gioia pura.

L’Italiana in Algeri è in scena al Brunel Tunnel Shaft fino al 6 ottobre 2015

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