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NOTIZIE

RECENSIONE: The Life, Southwark Playhouse ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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The Life

Southwark Playhouse

29 marzo 2017

5 stelle

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Ogni tanto arriva un musical che parla a noi adulti. Non succede spesso, ma quando accade l’esperienza è inconfondibile. E questo è proprio uno di quegli spettacoli. È una storia adulta su sesso, denaro, potere, droga, sfruttamento, ambizione, crudeltà e sulla vita come lotta quotidiana per sopravvivenza e successo. Non è per bambini. E non è solo per questo che «The Life» rompe con le convenzioni: qui vengono buttate via quasi tutte le regole del “come si scrive un musical”, sostituite da qualcosa di molto più nuovo, tagliente, audace ed entusiasmante. Andateci con gli occhi – e la mente – ben aperti, e l’effetto è straordinario, soprattutto se si considera la base particolare e davvero insolita da cui nasce questa storia.

«The Life» è come se Chester Himes firmasse una storia sulla vita nelle strade dure di New York e Quincy Jones ne componesse la musica. È come un film blaxploitation anni ’70 popolato da prostitute, papponi, spacciatori e consumatori, avventori di nightclub, ubriaconi da bar, predicatori di strada, poliziotti, campagnoli e cittadini navigati; un mondo kitsch, economico e brutale che d’un tratto si ritrova immerso nel glamour e nel calore del suono squillante di una big band, nel canto morbido dei lounge singer e nel lampo e scintillio della moda sulla pista da ballo. L’idea venne in mente un giorno a Ira Gasman quando vide di persona il caos della vita di strada a Times Square; scrisse il libretto con David Newman e Cy Coleman, e firmò i testi per la magnifica partitura di Coleman, il suo ultimo capolavoro. Lo spettacolo andò in scena a Broadway per un anno, due decenni fa, in una produzione di Michael Blakemore (che revisionò anche il libretto); da allora Blakemore ha cercato di portarlo nel Regno Unito, ma nessuno voleva toccare una storia che si discostava così tanto dalle buone maniere del musical sentimentale.

John Addison, Joanna Woodward, Johnathan Tweedie in The Life

Finché non sono arrivati i produttori Amy Anzel e Matt Chisling. Anzel si era innamorata dello spettacolo e voleva realizzarlo; lei e Chisling hanno richiesto i diritti per produrlo nell’off londinese, e l’eredità Coleman (il compositore è morto nel 2004) ha risposto che solo Blakemore avrebbe potuto metterlo in scena. L’idea di coinvolgere una figura teatrale di tale calibro al Southwark Playhouse sembrava impossibile. Così hanno fatto la cosa più semplice: gliel’hanno chiesto. È stato organizzato un incontro e, in tempi rapidissimi, è stato trovato un accordo. Da allora, con l’ingresso di un gruppo di altri produttori per raccogliere le somme tutt’altro che trascurabili necessarie a sostenere l’impresa, attorno al progetto si è costruito un team creativo straordinario e il frutto congiunto del loro lavoro ha dato vita a una produzione che è una delle realizzazioni più notevoli degli ultimi anni.

Lo spettacolo comincia al contrario, con un’introduzione affidata alla brillante figura del narratore Jojo (John Addison), che dà subito il tono di una sincerità schietta, spogliata di ogni eufemismo, mentre elenca i destini di ciascuno dei personaggi che incontreremo. Lungi dal togliere sorpresa alla trama, questo approccio accende in noi un interesse affascinato: le personalità squallide e poco ammirevoli esibite di solito non attirerebbero la nostra simpatia, ma – conoscendo in anticipo i loro fin troppo umani destini – iniziamo a provare calore per loro. È uno dei tantissimi colpi di genio originali che attraversano il testo.

Jonathan Addison, Jo Jo Omari, Thomas Kidd, Matthew Kaputo, in The Life

Poi facciamo un balzo indietro nel tempo per conoscerli davvero e vedere con i nostri occhi che cosa è successo, e come. L’elenco dei personaggi di questo racconto rispecchia indicazioni molto precise nel copione su età, fisicità, etnia e genere, aspetti centrali per far sì che lo spettacolo spinga oltre i confini di ciò che questa forma può fare, rifiutando categoricamente di allinearsi alle convenzioni. Blakemore ha ottenuto ogni singola prima scelta per il cast, e l’ensemble è mozzafiato. Sharon D. Clarke offre un’interpretazione strepitosa nei panni della grande dame degli hustler di strada, Sonya, grondando autorità imperiosa in ogni momento, minuziosamente osservato e perfettamente controllato, e regalando prove vocali di proporzioni davvero elettrizzanti. Le sue attenzioni quasi da sorella si rivolgono a cercare di aiutare Queen, la nuova arrivata dalla Georgia interpretata da T’Shan Williams, con una voce di miele e acciaio; e al suo fidanzato-veterano del Vietnam diventato pappone, Fleetwood, disperatamente energico, a cui David Albury dà il motore che le spinge verso la crisi finale. La loro chimica è splendida e finiamo per affezionarci sempre di più a loro, e in particolare a Queen, apprezzandone la forza e soffrendo per la tragica debolezza di lui.

Alle prese con la tossicodipendenza e con le pressioni delle aspettative di genere, Fleetwood aggancia una presunta ingenua, Mary dagli occhi sgranati di Joanna Woodward, che in fretta trova impiego in un locale di spogliarello e poi – in una scena che condensa in un paio di minuti gran parte della trama di «Gypsy» – esplode come la nuova spogliarellista più hot di Times Square. Questo la getta tra le braccia del re della finanza locale, Theodore (Jonathan Tweedie), che in modo spiccio promuove Mary ad “Angel”, la fa incoronare regina all’Hustlers’ Ball e poi la porta fuori città, verso la rispettabilità relativa della nuova industria pornografica in crescita a Los Angeles. In questo mondo ci sono vincitori oltre che perdenti, e il copione ce li mostra entrambi, con un’affettuosa obiettività.

TShan Williams and David Albury In The Life

Questo lascia campo libero a Memphis, il magnificamente terrificante pappone alfa interpretato da Cornell S. John (un nome che, come tutte le denominazioni dei personaggi in questo spettacolo, è scelto con cura per le sue risonanze mitiche e simboliche), per puntare la vulnerabile Queen (da ragazza si chiamava Princess, ma Fleetwood l’ha “promossa”). Mentre Fleetwood la lascia marcire in prigione, Sonya interviene con Memphis per farla uscire su cauzione, un gesto che lui concede, ma non senza condizioni pesanti. Ed ecco dunque preparato il terreno per l’inevitabile resa dei conti tra questi due rivali, in lotta per il controllo emotivo ed economico di Queen. La politica del sesso è il pane quotidiano di questo intrattenimento, e non manca mai di servire piatti sostanziosi.

Nel frattempo, da Lacy’s Oasis, lo splendido padrone di casa Jo Servi punteggia le vicende con distici in rima, cesellati con grazia, pieni di saggezza e di osservazioni affilate come rasoi, mentre il suo locale fa da quartier generale al mercato del sesso del posto, pieno di papponi e delle loro ragazze. Dai tempi di «L’opera da tre soldi» non si vedeva un sottobosco così rappresentato con tanto amore e con tanta spietatezza nel teatro musicale. Le ragazze sono Jalisa Andrews, Charlotte Beavey, Aisha Jawando e Lucinda Shaw; i loro papponi sono Matthew Caputo, Lawrence Carmichael (che firma anche le agghiaccianti e credibilissime coreografie di lotta), Omari Douglas e Thomas-Lee Kidd. Formano un coro formidabile e fanno gran parte del lavoro nel dare splendida vita alle coreografie sensazionalmente inventive e vividamente caratterizzate di Tom Jackson Greaves.

T'Shan Willliams

L’intera produzione è vestita e messa in scena dal gusto delizioso che è Justin Nardella, che ha anche creato abiti originali per l’Hustlers’ Ball: non sbaglia un colpo nel ricreare l’atmosfera sordida del ventre della New York del sindaco Koch. Sul suo convincente set urbano si innestano le elaborate e sapientissime videoproiezioni di Nina Dunn, che si fondono perfettamente con le luci di David Howe, a tratti sfacciatamente teatrali, a tratti crude e cinematografiche. Sebastian Frost crea un suono limpido che permette a ogni sillaba dei testi frizzanti di Gasman di scintillare all’orecchio e amplifica la partitura con delicatezza e sicurezza.

E che partitura. Nelle mani della magistrale MD Tamara Saringer ascoltiamo l’intera partitura originale di Broadway, negli arrangiamenti assolutamente fantastici scritti dallo stesso Coleman, che non affidò a nessun altro l’orchestrazione. La sua orchestra di 11 elementi è di livello eccelso. Oltre a lei, comprende: Zach Flis, AMD tastiere 2; Dan Giles, basso; Felix Stickland, chitarra; Danny Newell, batteria; Alice Angliss, percussioni; Joe Atkin Reeves, Elaine Booth e Matt Davies, ance; Annette Brown e Lewis West, trombe. Davvero: la loro esecuzione, da sola, vale il biglietto.

Ciò che Coleman e i suoi collaboratori hanno fatto – e pochissimi si sono avvicinati al loro risultato – è costruire su un altro tipo di tradizione, che si dà ambizioni teatrali diverse da quelle comuni nel teatro musicale. Hanno raccolto il testimone di opere come «Blue Monday Blues» e «Porgy and Bess» di Gershwin, «Street Scene» di Kurt Weill, «West Side Story» di Bernstein, e l’hanno portato un miglio più in là. È un tipo di teatro musicale particolare, che non rientra nel “modello standard”. Non va confuso con ciò che non è e che non vuole essere. Ma in questo spettacolo c’è più verità che in altri dieci titoli attualmente in cartellone in città; e se vi sta a cuore la vita, se volete vederla com’è, non come una fantasia evasiva vorrebbe farvela immaginare, allora non troverete piacere più grande che passare qualche ora in compagnia di queste persone meravigliose che, dopo vent’anni, hanno portato sulla scena londinese questo evento sorprendente e straordinario.

Foto: Conrad Blakemore

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