Dal 1999

Notizie e recensioni affidabili

26

anni

il meglio del teatro britannico

Biglietti ufficiali

Scegli i tuoi posti

Dal 1999

Notizie e recensioni affidabili

26

anni

il meglio del teatro britannico

Biglietti ufficiali

Scegli i tuoi posti

  • Dal 1999

    Notizie e recensioni affidabili

  • 26

    anni

    il meglio del teatro britannico

  • Biglietti ufficiali

  • Scegli i tuoi posti

NOTIZIE

RECENSIONE: The Medium e The Wanton Sublime, Arcola Theatre ✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

timhochstrasser

Share

Hai Ting Chinn in The Wanton Sublime. Foto: Robert Workman The Medium e The Wanton Sublime

Arcola Studio 2

26/08/15

4 stelle

Ed eccoci al culmine della sezione di opera contemporanea del Grimeborn Festival: un dittico composto da The Medium di Peter Maxwell Davies e The Wanton Sublime, nuovo lavoro di Tarik O’Regan su libretto di Anna Rabinowitz. Robert Shaw ha diretto entrambe le opere, mentre nella seconda parte l’Orpheus Sinfonia, diretta da Andrew Griffiths, ha accompagnato l’esecuzione. Sala esaurita, com’era prevedibile, per un appuntamento che prometteva musicisti di altissimo livello – aspettativa che, in larga misura, è stata confermata.

Maxwell Davies ha scritto sia testo sia musica per questo monologo di cinquanta minuti a cappella nel 1981, e resta una delle sue opere teatrali più solide e durature. Non viene rappresentata spesso, probabilmente per le enormi richieste poste a chi la interpreta, ma è difficile immaginare un’esecuzione migliore di quella offerta qui dal mezzosoprano Hai-Ting Chinn.

Quando entriamo nello Studio 2, la cantante è già al suo posto e già nel personaggio: seduta rigidissima, con un ordinato corpetto di pizzo e uno scialle sulle spalle, in quel gusto un po’ gitano-vittoriano “d’epoca” tipico di medium e chiromanti. Non c’è scenografia, se non una passerella bianca rialzata, disposta in diagonale nello spazio. Presumiamo di trovarci in una tenda da fiera, mentre la medium attende i suoi clienti.

Ed è proprio così che lo spettacolo inizia: la cantante si concentra su tre spettatori per leggerne il palmo della mano. Ma presto è chiaro che non si tratta di una medium qualunque. Accanto alle banalità di rito del mestiere arrivano infatti risposte taglienti, per nulla lusinghiere, rivolte ai “clienti”... siamo davvero in una fiera? O piuttosto in un mondo tutto suo, fatto di visioni? A poco a poco la medium affonda in quello che appare un passato profondamente tormentato e dà vita a lunghi passaggi di canto melismatico che descrivono estasi religiose e sessuali. Sembra canalizzare le voci della sua “immaginazione sonnambolica”. In momenti diversi compaiono un bambino changeling, un cane, una domestica, una vittima di stupro, una giovane suora novizia e altri personaggi. La voce deve coprire un’estensione enorme, anche sul piano stilistico: dal canto più lineare al parlato intonato. Sono sezioni straordinariamente impegnative, vocalmente e fisicamente. In più punti Chinn si contorceva sul pavimento a pochi centimetri dalle mie scarpe e, nonostante tutto, produceva un suono di intonazione impeccabile. Impressionante, ma anche scomodo e perturbante – esattamente come, senza dubbio, era nelle intenzioni.

I temi della follia, della dannazione, della trasgressione e dei passaggi che li collegano sono centrali per questo compositore, e quest’opera forse si comprende al meglio accostandola a Eight Songs for a Mad King (1969), lo studio sulla disintegrazione della sanità mentale di Giorgio III. Non è un lavoro che si desideri ascoltare spesso, ma ha lasciato un segno profondo sul pubblico; e non sorprende che, vista la fatica evidente dell’esecuzione, la cantante sia uscita nell’oscurità finale senza tornare a salutare, per prepararsi al successivo ruolo solistico dopo l’intervallo. In qualunque scala di valutazione, questa è stata un’interpretazione da cinque stelle: dizione cristallina, verve comica e un pathos tragico di grande intensità.

Hai Ting Chinn in The Medium. Foto: Robert Workman Se nella seconda parte le cose sono risultate meno soddisfacenti, non è certo per colpa di Chinn, che ci ha regalato un’altra prova impeccabile. The Wanton Sublime prevede un gruppo da camera piuttosto ampio – archi, flauto, chitarre e percussioni – e purtroppo, seduto com’ero dietro le chitarre amplificate, nel piccolo spazio dello Studio 2 mi è arrivato ben poco del testo, pure complesso. O’Regan è forse più noto per la sua opera tratta da Heart of Darkness di Conrad. In questo nuovo lavoro, presentato qui in prima europea, i tratti distintivi del suo stile erano chiaramente riconoscibili. La sua scrittura risente molto della polifonia rinascimentale, e la linea vocale si può intendere come una voce tra le tante, intrecciata nel tessuto d’insieme con una complessità ritmica crescente. E dato che non riuscivo a cogliere le parole, non potevo che ascoltarla così. Come esperienza puramente sonora, l’opera offriva momenti di grande bellezza tonale accumulativa, quasi un antidoto alla natura senza compromessi della prima parte. Nel corso del lavoro Chinn, nei panni della Vergine Maria, protesta contro i ruoli che Dio le impone. La sua linea vocale viene intervallata dalla sua stessa voce registrata che canta una serie di testi sacri. Avanza lungo la passerella bianca, spogliandosi di un elegante tailleur da ufficio fino a restare in biancheria, per poi rivestirsi gradualmente con un abito da cocktail blu e gioielli… la tradizionale gamma cromatica associata alla Vergine, ma senza suggerire una docile acquiescenza da ancella del Signore. Peccato non avere avuto un foglio di sala con il testo (come era accaduto in precedenza nel festival per Pierrot Lunaire): sarebbe stato possibile dire molto di più sul libretto e sul suo rapporto con la musica.

Le affinità tematiche tra i due pezzi erano numerose e, a prima vista, rendevano l’accoppiata sensata; ma tutto questo è stato vanificato dalle difficoltà pratiche di portare un lavoro di tale portata in uno spazio così minuscolo. Trovare dittici ben assortiti è notoriamente complicato, tanto per il teatro quanto per l’opera, e in questo caso sarebbe stato certamente meglio spostare questo titolo nella sala più grande dell’Arcola, nelle serate in cui lo spettacolo principale non andava in scena.

Mi resta un po’ di spazio per commentare i temi più ampi delle proposte contemporanee di Grimeborn quest’anno. Hanno dimostrato che l’asperità o l’apparente inaccessibilità di certa musica non costituisce un ostacolo a una splendida serata d’opera, se gli altri valori creativi sono pienamente presenti e se si presta attenzione alle esigenze più generali del pubblico. Se dramma e caratterizzazione sono limpidi, anche barriere più alte altrove vengono accettate. Lo si è visto al meglio nel dittico d’apertura Clown of Clowns, che offriva una meditazione davvero profonda sulle possibilità tragiche e comiche delle tradizioni di pierrot, clown e circo: impegnativa nel senso migliore, e al tempo stesso divertentissima.

C’è da augurarsi che il festival del prossimo anno presenti ancora molte nuove opere. Il pubblico è accorso davvero numeroso per questi lavori, ed è incoraggiante vederlo; così come lo è l’opportunità di ricevere riscontri e di commentare dopo gli spettacoli, cosa che spero continui.

Condividi questo articolo:

Condividi questo articolo:

Ricevi il meglio del teatro britannico direttamente nella tua casella di posta

Sii il primo ad accedere ai migliori biglietti, alle offerte esclusive e alle ultime novità sul West End.

Puoi annullare l'iscrizione in qualsiasi momento. Politica sulla privacy

SEGUICI