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RECENSIONE: Il Mercante di Venezia, Royal Shakespeare Theatre ✭✭✭✭✭
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Di
stephencollins
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Il mercante di Venezia
Royal Shakespeare Theatre
20 giugno 2015
5 stelle
L’ebreo ha il coltello. Il contratto è stato passato al setaccio; l’avvocato integerrimo gli ha concesso la sua libbra di carne, la penale pattuita quando furono prestati i tremila ducati. L’uomo alto e avvenente, l’amore della vita del Mercante, è lì, sconvolto, terrorizzato, disperato, ma incapace di aiutare. Ha offerto denaro, il proprio petto per il coltello, ma l’ebreo ha rifiutato. Vuole il suo contratto.
Il Mercante trae forza dalla presenza del suo amante. È lì; per il Mercante conta solo questo. Fa tacere la folla, si toglie la camicia. D’un tratto cala il silenzio, la platea ammutolita dall’orrore che si dispiega. Mentre l’ufficiale giudiziario lo lega alla sedia, il Mercante guaisce, consapevole che la morte è imminente. Ma l’uomo avvenente è lì. In questo trova un attimo di conforto. L’ebreo si volta, il coltello luccica nella luce. Il Mercante comincia a iperventilare, sopraffatto dalla paura e dall’inevitabilità della separazione dalla vita – e dall’uomo avvenente. È doloroso da guardare, quasi una tortura. No, è una tortura. Il Mercante inizia a conati, travolto dall’orrore del momento. Sembra possa avere un infarto prima ancora che il coltello dell’ebreo lo tocchi.
L’uomo avvenente è annientato, inconsolabile, personificazione di un amore in frantumi. L’ebreo è determinato, vede nel Mercante l’incarnazione di tutte le angosce con cui il cristianesimo l’ha perseguitato. Il Mercante è oltre il punto di rottura, quasi folle di paura. È solo allora, quando tutti e tre gli uomini che hanno tormentato la sua vita si rivelano davvero per ciò che sono, che la nuova moglie dell’uomo avvenente interviene per fermare l’ebreo che brandisce il coltello.
Questa è l’esplorazione ipnotica e rivelatrice di Polly Findlay dei recessi più oscuri de Il mercante di Venezia di Shakespeare, ora in scena sul palco principale della RSC. È la terza grande produzione del “problem play” shakespeariano nell’ultimo anno: la versione sfarzosa di Rupert Goold all’Almeida (iniziata sullo stesso palcoscenico della versione di Findlay nel 2011) e la lettura penetrante e irresistibilmente divertente di Jonathan Munby al Globe hanno spianato la strada.
E, con un buon margine, la produzione di Findlay è la migliore. Nelle sue mani, il testo non sembra affatto problematico.
C’è però una grande riserva: i costumi, ammesso si possano chiamare così – una raccolta raffazzonata di capi spaiati, chiassosi e maltagliati, più da bancarella di beneficenza che frutto di un’estetica consapevole – sono terribili. Terribili, davvero. Il lavoro di Annette Guther qui fa di tutto per sabotare la visione di Findlay, ma il senso di direzione e la bravura del cast riescono a emergere al di sopra di stracci e toppe che insozzano la scena.
Johannes Schütz, invece, firma una scenografia splendida. È semplice, ma straordinariamente efficace. C’è un unico muro imponente che, quando è illuminato dalle luci brillanti di Peter Mumford, può apparire come una vasta superficie specchiata, dando l’impressione che il pubblico si rifletta in ciò che accade in scena; oppure come una parete di lingotti d’oro impilati, così che le attività mercenarie dei mercanti e il potere della ricchezza nel dramma restino un promemoria costante, ma mai invadente.
Findlay sembra aver tratto ispirazione dal testo e, in particolare, da questo celebre passaggio:
Non è oro tutto ciò che luccica,
Spesso avrai udito che lo si dice;
Molti hanno venduto la vita
Solo per guardare il mio aspetto esteriore.
Tombe dorate i vermi avvolgono.
Se fossi stato saggio quanto ardito,
Giovane nel corpo, ma vecchio nel giudizio,
La tua risposta non sarebbe stata qui incisa:
Addio, la tua richiesta è respinta.
Quelle parole sono la chiave di tutte le relazioni principali nella produzione di Findlay. Antonio, il Mercante eponimo, vende la propria anima (o almeno la libbra di carne vicino al cuore) a Shylock per Bassanio, di cui è innamorato fino a consumarsi. Jessica vende la propria anima (le sue radici, suo padre) per la promessa d’amore con Lorenzo, ma quando lui ottiene la sua ricchezza e le sue proprietà, mostra una fredda indifferenza. Bassanio vende la propria anima tradendo il suo amante Antonio e usandolo per assicurarsi una sposa e una fortuna; poi tradisce la moglie, e continuerà a tradirla, perché il sacrificio che Antonio era disposto a compiere per lui gli ha fatto capire dove risiede davvero il suo amore.
Anche Portia ha venduto la propria anima. Si innamora dell’esterno scintillante di Bassanio e tradisce le volontà del padre. Bara deliberatamente nella scelta dello scrigno che Bassanio dovrebbe prendere, e questo è, alla fine, ciò che la condanna. Se tutto fosse stato lasciato al destino, Bassanio forse non avrebbe scelto lo scrigno giusto. Ma lei sceglie il suo oro e scopre in fretta che il vero interesse di Bassanio è altrove. Questo la cambia.
Il veleno con cui sputa la battuta «Chi è qui il mercante, e chi l’ebreo?» mostra la realtà dei fatti. Questa Portia va in tribunale non per vedere trionfare la giustizia, ma per distruggere il trio che, nella sua mente, ha cospirato per ingannarla e intrappolarla: Bassanio, che ha mentito sulla propria sessualità e sulle proprie intenzioni; Antonio, che è il vero amore della vita di suo marito e che ha organizzato il denaro che lo ha portato a Belmont per la farsa sfociata nella loro unione; e Shylock, l’ebreo che ha prestato il denaro a Bassanio.
La scena in tribunale, di un’intensità elettrica, cruda e avvincente, qui non riguarda l’antisemitismo, né la giustizia, né l’arguzia: riguarda la vendetta. La vendetta di Portia. Potrebbe salvare Shylock, ma non lo fa. Potrebbe risparmiare ad Antonio l’agonia, ma non lo fa. Potrebbe fare in modo che Bassanio non soffra, ma non lo fa. Sa che la vita con Bassanio sarà piena di dolore e doppiezza, quindi coglie l’occasione quando le si presenta.
Ciò che segue la scena in tribunale può essere difficile da far funzionare; sembra una commedia romantica capovolta, piuttosto lineare. Alcune produzioni ci riescono, altre no. Qui, quelle scene non sono giocate né per il romanticismo né per la comicità. No. Findlay mostra lo sfilacciarsi delle scelte sbagliate già compiute: Jessica si pente di aver abbandonato la fede e il padre per un uomo freddo, duro, incapace d’amore; Antonio si pente di aver finanziato Bassanio, perché ora deve condividerlo con Portia; Bassanio si pente di essere stato smascherato per quello che è davvero.
Tutto questo è insieme rinfrescante e affascinante. Findlay dà complessità e sicurezza al testo di Shakespeare mettendo a fuoco sesso e avidità. Ma non manca neppure l’odio.
Shylock è interpretato come un vecchio: un ebreo scaltro ma lavoratore, abusato e umiliato, solo per la sua fede, dai mercanti cristiani del Rialto. È così abituato a essere sputato addosso che non sobbalza più quando succede, e si asciuga lentamente la sporcizia, perché l’esperienza gli dice che ne arriverà altra. Questo Shylock è abituato a essere degradato e disprezzato semplicemente perché prega in modo diverso, non mangia maiale e dà valore alla sua ricchezza e alle sue attività imprenditoriali.
Quando la figlia gli viene portata via, e con lei spariscono anche parte del suo denaro e dei suoi gioielli, lui crolla: una vita lunga di amari maltrattamenti è troppo, e vede l’occasione di vendicarsi facendo valere il contratto contro Antonio, uno dei compagni di Lorenzo, l’uomo che gli ha preso la figlia. Qui Shylock non è una caricatura; è un padre dal cuore spezzato, spinto oltre il limite della sopportazione. Né l’uno né l’altra – Shylock o Portia – traggono beneficio dalla vendetta: entrambi ne escono ridimensionati. Infelicità e perdita di ricchezza, amore e posizione sociale sono ciò che li accomuna.
Vista con gli occhi di Findlay, Il mercante di Venezia è un dramma contemporaneo ed entusiasmante. Ci sono risate garantite da Gobbo (un Tim Samuels ispiratissimo) e dall’Aragona anziano e altolocato di Brian Prothero (splendido sotto ogni aspetto), ma per il resto è soprattutto un ottovolante di paura, sesso, avidità e tradimento. Non appare problematico in alcun modo: è una produzione audace e stimolante di un testo che tutti pensano di conoscere. Findlay non reinventa Shakespeare; lascia che Shakespeare parli con forza, ferocia e senza tempo.
Piccoli tocchi creano sfumature rivelatrici. Gli scrigni pendono dal soffitto, come frutti proibiti. Una grande sfera d’argento – forse un pendolo che scandisce il tempo, forse un simbolo del banco dei pegni – oscilla senza tregua, suggerendo l’inevitabilità: è attivata da Portia e riflette lo slancio che segue le sue azioni. Bassanio sfodera cocaina, promettendola a Graziano per il viaggio a Belmont: gli serve davvero la droga per reggere il “corteggiamento”? Bassanio, pieno di rabbia impotente, rovescia in tribunale i seimila ducati che ha portato per saldare Shylock: piovono ovunque, un’inutile coltre di carta in un luogo dove contano solo le parole.
Findlay ha scelto il cast in modo impeccabile, e questo aiuta sempre. Makram J. Khoury è magnifico nei panni di Shylock. Non è una prova da grande “star”; e non è né urlata, né sgradevole, né in cerca di attenzione. Il grande monologo «Non ha forse un ebreo…» è pronunciato con delicatezza, e proprio per questo risulta ancora più persuasivo. Khoury lavora molto in sottrazione, rendendo Shylock più anziano e fisicamente fragile, consumato da oppressione e odio, ma capace di arguzia e di una determinazione incrollabile. Gli abusi continui che subisce rendono comprensibile la sua posizione disumana in tribunale, e la sua uscita finale trascinata fuori scena, nell’oscurità della miseria e del Battesimo, spezza il cuore. Un ebreo vessato; una vittima in cardigan il cui peccato principale è l’unica cosa che gli altri protagonisti non provano nemmeno a raggiungere: essere fedele a se stesso e alle proprie convinzioni.
Jamie Ballard è in forma strepitosa nel ruolo dell’Antonio straziato e dal cuore infranto. Il suo amore per Bassanio dà forma a ogni sua azione, e Ballard è totalmente convincente in ogni aspetto dell’interpretazione. Entrambi gli atti si aprono con il suo Antonio isolato, immerso nel dolore o nella paura, e l’immagine finale lo mostra seduto, silenziosamente solo, in attesa di affrontare una vita di cui farà parte ma che non desidera: condividere Bassanio con Portia. Nella scena in tribunale, Ballard è di una sincerità disarmante e davvero magnifico.
Nel ruolo di Portia, Patsy Ferran è eccezionale. La sua Portia è complessa e sfaccettata, una donna dura, splendida e luminosa. Ferran maneggia il verso con grande eleganza – il discorso sulla “Qualità della misericordia” è particolarmente riuscito – e racconta i picchi e gli abissi del percorso del personaggio con una facilità sublime e un’acume sorprendente. Nella performance guidata dalla vendetta in tribunale, Ferran è quasi ferina, attingendo alla rabbia interiore del personaggio con un effetto travolgente. Offre una lettura meravigliosamente originale di una delle donne più impressionanti di Shakespeare.
Jacob Fortune-Lloyd ha il fascino, il fisico e la spavalderia per rendere magnetico e irresistibile il “ragazzo d’oro” del dramma, Bassanio. È oro, ma non sempre scintillante: porta alla luce con intelligenza l’oscurità, la semplicità e la natura subdola di Bassanio, tra sorrisi, sguardi ardenti e occhi seduttivi. Archetipo del parlatore suadente, il Bassanio di Fortune-Lloyd è il pasticcino nauseante al centro della tavola di ricchezze che la commedia di Shakespeare imbandisce. Insieme a Ballard, Ferran e Khoury, Fortune-Lloyd è parte del cuore vitale e trascinante di questa produzione.
Superbo il lavoro di Scarlett Brookes (una Jessica spaventata e segnata), James Corrigan (eccellente come Lorenzo meschino e rapace), Nadia Albina (splendida nella deliziosa Nerissa) e Ken Nwosu (un Graziano inconsapevole, a cui va bene tutto). I ruoli di Solanio e Salerio spesso vengono sacrificati, ma non qui. Sono chiaramente parte della “mafia gay” che circonda Bassanio e Antonio. Findlay mostra il disgusto di Salerio per il matrimonio di Bassanio con un camp meticoloso e, all’inizio del dramma, l’avanzare/strisciare verso Antonio, consapevole e sessualmente provocatorio, di Saighal imposta con nettezza il tono dei temi gay cruciali della produzione.
Rina Mahoney fa crollare il teatro dagli applausi nei panni della serva di Portia del «con tutta la dovuta fretta» e, più avanti, diventa un Duca formidabile. Marc Tritschler firma musiche splendide e suggestive, eseguite e cantate con grande perizia – i cori di bambini sono stati particolarmente piacevoli e sorprendenti.
La produzione di Findlay de Il mercante di Venezia, come tutte le grandi messinscene di Shakespeare, trabocca di idee, espresse con sicurezza e intelligenza, e illumina il testo con vigore e acume. Riesce a far sembrare l’opera appena coniata, le sue idee e i suoi sentimenti rilevanti per la società contemporanea tanto quanto lo erano intorno al 1598, quando le parole di Shakespeare furono registrate per la prima volta nello Stationers’ Register.
Il mercante di Venezia è in scena fino al 21 luglio 2015 al Royal Shakespeare Theatre
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