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RECENSIONE: Il Mercante di Venezia, Shakespeare's Globe ✭✭✭✭
Pubblicato su
1 maggio 2015
Di
stephencollins
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Phoebe e Jonathan Pryce nella produzione di Jonathan Munby de Il mercante di Venezia. Foto: Manuel Harlan Il mercante di Venezia
Globe Theatre
30 aprile 2015
4 stelle
Di tutti i drammi di Shakespeare, Il mercante di Venezia è quello su cui quasi tutti hanno un’opinione. La storia dell’ebreo Shylock, che pretende il rispetto della sua cambiale e vuole esigere una libbra di carne, è ben nota. Allo stesso modo, è celebre la vicenda della giovane donna avvenente il cui padre ha fatto in modo che l’accesso alla ricchezza di famiglia dipenda dalla scelta dello scrigno da parte del pretendente: può sposare soltanto l’uomo che indovina quello giusto. Entrambe erano storie già esistenti prima che Shakespeare le facesse sue per il dramma, ed entrambe fanno chiaramente parte dello spirito del tempo anche oggi.
Eppure, per un testo su cui quasi tutti hanno un’opinione, colpisce quanto queste opinioni possano essere diverse. Chi è il Mercante del titolo? Shylock, Antonio o Bassanio? È una commedia, una commedia romantica, una tragedia, una tragicommedia, una commedia romantica tragica? Shylock è malvagio, amorale o vittima di abusi fino al punto di spezzarsi? Antonio è malvagio o amorale, e offre la cambiale al rivale disprezzato solo come modo per insinuarsi nel letto di Bassanio? Bassanio è malvagio o amorale, disposto a dire e fare qualunque cosa pur di rendere più radioso il proprio futuro? Portia è malvagia o amorale, desiderosa a ogni costo di trovare un marito che possa controllare? Jessica è malvagia o amorale, pronta a rubare al padre e ad abbandonare la propria fede per interesse verso Lorenzo? È un testo antisemita o no? E a qualcuno importa, visto che “in fondo” è solo una commedia romantica?
Sono proprio queste incertezze e questi rompicapi a far sì che Il mercante di Venezia venga considerato un “problem play”, o quantomeno un’opera che cambia stile e scopo man mano che procede. È anche ciò che alimenta la miriade di interpretazioni e il fatto che, produzione dopo produzione, si possa trovare un modo diverso e fresco di esaminare la storia, incorniciarla e raccontarla.
Jonathan Munby, la cui produzione di Il mercante di Venezia ha debuttato ieri al Globe Theatre, ha scelto un racconto solido, divertente e partecipe del testo di Shakespeare. È quanto di più lontano si possa immaginare dalla recente messinscena di Rupert Goold all’Almeida: vibrante, elettrica e vistosa. Ma non per questo ne risente.
Collocato con decisione nella sua epoca, intorno al 1597, con costumi e accessori che evocano un mondo esotico, lontano e soprattutto passato, Munby evita le grandi domande del testo e traccia una rotta nelle acque della compassione, dell’interesse personale e del capitalismo. Ne risulta una lettura riccamente godibile, coinvolgente e chiara, ma che non raggiunge mai grandi picchi di lirismo o di dramma, accettando felicemente una cadenza “quotidiana” come pulsazione complessiva.
Lo spettacolo si apre con un masque, una danza, un matrimonio e una rissa in strada: due mercanti ebrei vengono aggrediti con violenza, senza provocazione, in mezzo alla via. E con questo Munby scopre le carte: una commedia leggera, dai risvolti romantici, che parla di razzismo e denaro.
Shylock è presentato come un vecchio mercante stanco, logorato dagli abusi che subisce costantemente da chi non rispetta la sua religione. Antonio lo disprezza e non fa nulla per nasconderlo. Portia è bella e scaltrezza, pronta a fare ciò che serve per ottenere il marito che desidera e tenerlo sotto controllo. Bassanio è un furfante da compagnia, il tipo affascinante e simpatico con grandi amici con cui sbevazza e fa baldoria oltre misura, ma con l’occhio puntato su come fare in fretta una fortuna e con la certezza incrollabile che il suo fascino fisico apra porte. Antonio pensa di potersi comprare la strada verso il letto di Bassanio, così come Bassanio pensa di potersi insinuare con il fascino nel letto di Portia. Sia Antonio sia Portia sono disposti a tutto pur di ottenere Bassanio, e Bassanio dirà qualsiasi cosa pur di sposare Portia e restare nelle grazie di Antonio. Tutti sono razzisti, tranne Bassanio. La ricchezza è il Santo Graal per tutti.
Il divertimento e la leggerezza arrivano dai personaggi di contorno: un vanaglorioso Principe del Marocco; un Principe d’Aragona effeminato e vanitoso; una Nerissa brillante, sensuale e consapevole; un Gratiano sboccato e “da spogliatoio”; un Gobbo chiassoso e clownesco; un Lorenzo languido e belloccio. Tipi da commedia, certo, ma interpretati come fossero appena coniati, esaltandone le possibilità comiche.
In sostanza, l’approccio di Munby toglie complessità al testo: tutto è lineare. Shylock è insieme buono e cattivo, proprio come Antonio. Così come è sbagliato che Shylock pretenda da Antonio la sua libbra di carne, è sbagliato che Antonio pretenda la “carne” di Bassanio: entrambi chiedono un prezzo in cambio del sostegno economico. Shylock decide, al momento del prestito, di esigere il prezzo pattuito se ne avrà la possibilità; Portia sa di poter distruggere Shylock prima ancora che inizi il processo: entrambi sono mossi dall’odio per un’altra religione e dal desiderio di un determinato modo di vivere. Portia manipola l’esito della scelta degli scrigni così come Bassanio manipola Antonio per farsi finanziare il corteggiamento di Portia. Portia è felice di annientare Shylock per rafforzare la propria posizione con Bassanio, così come Jessica è felice di annientare Shylock per rafforzare la propria posizione con Lorenzo.
Questa produzione, diretta e per certi versi rivelatrice, corre via spedita, raccontando la storia con pulizia, efficienza e brio. Ogni risata viene spremuta. Se un certo spessore poetico e introspettivo si perde un po’ — soprattutto nella scena del processo, che fila a tutta velocità, con il discorso sulla “qualità della misericordia” quasi liquidato come una battuta di spirito — Munby inserisce altre complessità. Jessica e Shylock pronunciano un intero discorso in uno yiddish furioso, stabilendo con abilità il loro status di “altri”.
E proprio quando pensi che la commedia romantica sia finita, Munby ti lascia con un’ultima immagine: Jessica che si lamenta, intonando un canto in ebraico; Shylock umiliato e distrutto nel profondo, costretto al battesimo nella fede cristiana. Mentre Portia ridacchia civettuola — l’affare degli anelli le ha permesso di far capire a Bassanio chi comanda nel loro matrimonio — Shylock subisce il destino che lei ha scelto per lui. Portia, opportunista razzista, che decide di distruggere Shylock per il proprio tornaconto. Per quanto si sia riso, il vento gelido delle conseguenze soffia forte.
Jonathan Pryce è uno Shylock calmo, giusto e determinato. Non c’è alcuna mostruosità né caricatura dell’ebreo. No: Pryce trova il cuore e l’anima dell’uomo e, con precisione da bisturi, ne rivela forze e fragilità. Il vertice poetico della serata arriva con il suo sentito “Non ha forse un ebreo occhi?”, parole strappate dalla sua stessa anima. La sua confusione e la sua disperazione per il tradimento di Jessica — in particolare per il furto dei gioielli — sono rese in modo cupo e toccante. Con buon senso, è pragmatico riguardo al destino di Antonio in tribunale, e questo rende ancora più incisivo il suo improvviso rovescio di fortuna. Pryce non recita tanto per suscitare pietà quanto per ottenere comprensione, e ci consegna uno Shylock memorabile, completo e profondamente imperfetto. L’espressione di Pryce quando Shylock viene sputato addosso mi è rimasta impressa.
Daniel Lapaine eccelle come Bassanio: pelle liscia quanto il suo parlare sciolto e denti brillanti quanto la sua sicurezza. È un Bassanio che stuzzica Antonio, parla d’amore, ne suggerisce la possibilità, ma solo per ottenere ciò che vuole. È insieme sicuro di sé e arrogante, con una mente calcolatrice sempre in movimento. La sua amicizia con Gratiano è particolarmente ben osservata, ma lo stesso vale per il rapporto con tutti gli altri del suo seguito. Maneggia bene il verso e la capacità di Bassanio di sedurre anche mentre si comporta male è resa con grande efficacia.
Ci sono interpretazioni davvero formidabili di David Sturzaker nei panni di Gratiano (il suo vomito d’apertura è indimenticabile) e di Dorothea Myer-Bennett come Nerissa (sempre vivissima, pronta a cogliere ogni occasione per una battuta arguta, un’osservazione ironica o una smorfia che fa ridere) e insieme sono una gioia assoluta. Ognuno fa vibrare il proprio personaggio di vita. A “far vibrare” in tutt’altro modo è Stefan Adegbola, che ruba facilmente il cuore dei groundlings con i suoi numeri davvero inventivi nei panni di Gobbo: la sua interazione col pubblico è esilarante. I suoi insulti a Shylock non sono fisici, ma proprio perché si è ingraziato il pubblico, pungono di più.
Phoebe, figlia nella vita di Jonathan Pryce, è splendida come Jessica. Piena di dolore e lutto, eppure follemente e appassionatamente innamorata del Lorenzo “ragazzo della porta accanto” di Ben Lamb, ha un ruolo difficile, facile da lasciar scivolare via. Ma Pryce, con ammirevole precisione, mette in luce le scelte di Jessica, le motivazioni e le conseguenze con chiarezza e vero stile. Lamb la sostiene bene e non c’è dubbio che il loro amore nasca da un romanticismo più profondo rispetto a quello degli altri amanti in gioco. C’è un momento delizioso, quando Portia e Nerissa tornano a casa dopo l’inganno al processo, in cui Nerissa dorme sul petto di Lorenzo: è l’unico istante di verità romantica senza freni in tutto il dramma, e prepara bene gli ultimi momenti di Jessica, mentre contempla il prezzo pagato da suo padre per via del suo coinvolgimento con i suoi nuovi amici.
I pretendenti di Portia, così terribili da essere perfetti, Scott Karim e Christopher Logan, sono stati deliziosi. Nei panni del “Principe sahariano” da caricatura delle Mille e una notte, Karim era un vortice appariscente di seta, turbante, scimitarra e barba. Quasi ti aspettavi di vedere un tappeto volante parcheggiato fuori con il suo seguito. Bruciato e untuoso, ossessionato dalla ricchezza, Karim è davvero comico, e al tempo stesso sottolinea i temi del razzismo. Ma il vero momento da rubare la scena è arrivato, inaspettatamente, con Logan: la sua brillantissima virata alla Manuel che incontra Blackadder, nei panni del Principe d’Aragona effeminato e frivolo, strappa risate a ogni battuta e manda giustamente il pubblico in visibilio. Questa produzione vale un bis anche solo per assaporare la straordinaria prova di Logan.
Ottimo lavoro anche da Michael Bertenshaw, prima come Tubal e poi come l’indignato Doge di Venezia, e da Philip Cox, prima come Baldassarre e poi come Chus. Regé-Jean Page (Solanio) e Brian Martin (Salarino) funzionano bene anch’essi, completando uno dei migliori ensemble visti al Globe da tempo.
I ruoli di Portia e Antonio sono decisivi per la riuscita di qualsiasi messa in scena di questo testo e, anzi, in alcune produzioni l’intero spettacolo può ruotare attorno a come vengono interpretati. Qui Munby ha scelto di non farne un punto focale particolare, una decisione con pro e contro.
Dominic Mafham infonde in Antonio sia avidità sia odio, e il suo desiderio per Bassanio (ma anche per Gratiano e altri) è piuttosto evidente. È un vecchio ricco, sudicio e razzista: qui non si gioca alcuna carta di nobiltà. Funziona benissimo fino alla scena del processo, ma lì e dopo alcune possibilità che il ruolo offre non sono più percorribili, date le scelte fatte da Mafham. Per la prima volta, mi sono ritrovato a desiderare che Shylock prendesse la libbra di carne di Antonio e ne sopportasse le conseguenze.
Ma non era solo una questione di Antonio: anche Portia ha contribuito. Rachel Pickup, Portia graziosa e agile, è risultata più macchinatrice e manipolatoria che lucida, istintiva e coraggiosa. La sua partecipazione alla scena del processo non è quel momento magico che può essere: no, qui Portia sa fin dall’inizio quale potrebbe essere l’esito e si mette al lavoro, per i propri scopi, per ottenerlo. Pickup dà il meglio negli scambi con Myer-Bennett, e la loro battuta iniziale sui pretendenti sfortunati che non hanno saputo guardare agli scrigni è molto divertente. Funziona bene con Lapaine, ma non c’è mai un senso di vera passione tra loro, e le scene finali dopo il processo si risolvono come giochi, più che come sciocchezze romantiche e capricci.
È una Portia molto “di superficie”, perfettamente in linea con la produzione, ma che lascia chiedersi se Pickup avrebbe potuto mostrarne maggiori profondità. Il suo dire il verso è affrettato ma comprensibile, disinvolto ma non bello. È una Portia per questa produzione, non destinata a restare nella storia.
La scenografia di Mike Britton è semplice ma efficace, con veli dorati che si gonfiano nella brezza notturna con grande effetto. I costumi sono curatissimi e evocano quel senso di ricchezza sfarzosa sempre presente. Jules Maxwell firma musiche originali interessanti e melodiche, che amplificano l’atmosfera delle scene in cui compaiono, e il piccolo gruppo di musicisti suona e canta con solidità.
Questo Mercante di Venezia ricorderà a molti che il testo è una commedia, perché in alcuni punti è davvero, davvero esilarante. Ma il rovescio della medaglia è una perdita di fuoco spirituale e lirico, soprattutto nel “triangolo” Portia-Antonio-Bassanio. In compenso, Jonathan Pryce offre un’interpretazione formidabile che fa di Shylock il più inquietante dei cattivi: l’uomo comune, quotidiano, completamente nel torto eppure profondamente offeso. E le prove di Phoebe Pryce, Daniel Lapaine, Christopher Logan, David Sturzaker, Dorothea Myer-Bennett, Stefan Adegbola e Scott Karim illuminano il Globe con stile e risate contagiose.
Una gioia semplice. Quante volte lo si può dire di Il mercante di Venezia?
IL MERCANTE DI VENEZIA È IN SCENA ALLO SHAKESPEARE'S GLOBE FINO AL 7 GIUGNO 2015
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