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RECENSIONE: Il Prigioniero, National Theatre ✭✭

Pubblicato su

Di

sophieadnitt

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Sophie Adnitt recensisce The Prisoner, attualmente in scena al National Theatre, con testo di Peter Brook e Marie-Hélène Estienne.

Hiran Abeysekera e Omar Silva in The Prisoner. Foto: Ryan Buchanan The Prisoner

Dorfman Theatre

Due stelle

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Mi sono persa qualcosa?

Almeno, è quello che mi sono chiesta uscendo dalla produzione del National di The Prisoner diretta da Peter Brook. Sebbene gli applausi fossero stati piuttosto costanti al momento dei saluti (e persino qualche urletto dai livelli più alti), e da allora abbia visto alcuni tweet che la lodavano moltissimo, personalmente sono uscita dal teatro completamente interdetta. Si aggiudica senza dubbio il titolo di spettacolo più confuso che abbia visto finora quest’anno: non è mai davvero chiaro cosa voglia essere, né se intenda veicolare un messaggio preciso.

Il prigioniero eponimo è Mavuso, interpretato con solidità e ammirevole fisicità da Hiran Abeysekera, in scena per la stragrande maggioranza della serata. Mavuso commette un omicidio all’inizio della vicenda (fuori scena) e, come punizione, viene esiliato dallo zio Ezekiel (Hervé Goffings) a sedere fuori da un’immensa prigione nel deserto. E a fissarla. Cosa che poi fa per i successivi dieci anni. Giorno dopo giorno. A volte qualcuno lo va a trovare. A volte si parla di giustizia. Altre volte si scherza sulle prostitute e si beve gin.

Herve Goffings e Kalieaswari Srinivasan in The Prisoner. Foto: Ryan Buchanan

L’azione si svolge in quello che è innegabilmente un deserto e il design minimale, con grande efficacia, costruisce un luogo spoglio, arso dal sole e desolato. Anche il suono è usato con parsimonia, ma bene: un momento particolarmente riuscito è quando Ezekiel attraversa una foresta con il giovane Mavuso, mentre il resto del cast imita i richiami degli uccelli e altri suoni dell’ambiente.

La narrazione è incorniciata da un espediente piuttosto macchinoso: un viaggiatore bianco e maschio (Donald Sumpter) impegnato in una sorta di turismo della povertà. Di tanto in tanto torniamo a Nadia (Kalieaswari Srinivasan), la sorella di Mavuso, il cui trauma e i cui abusi vengono usati per creare dramma e poi liquidati con un’allarmante nonchalance.

Sembra anche un po’ sfacciato promuovere questo testo puntando sulla celebre regia di Peter Brook, quando si tratta di una delle messe in scena più tremendamente poco inventive che abbia visto da moltissimo tempo. La gente entra, la gente esce. Lunghissimi tratti dell’azione sono impostati con i personaggi sdraiati o seduti a terra, il che li rende invisibili a chiunque oltre la seconda fila. Alla fine il pubblico smette di provarci. La dice lunga il fatto che un momento iniziale in cui Mavuso comincia a scalare il lato della sala sia un punto di forza visivo: possibile che questi problemi di visibilità non siano emersi in prova? Lunghi, interminabili silenzi ammazzano il ritmo senza pietà e, a un certo punto, una serie di cambi luce che segnano il passare dei giorni sfiora il ridicolo per quanto si prolunga. Omar Silva, che fa un doppio ruolo come guardia e uomo del posto, porta un’energia necessaria quando compare, ma purtroppo non viene tenuto in scena abbastanza a lungo.

Donald Sumpter, Omar Silva e Hiran Abe Ysekera in The Prisoner. Foto: Ryan Buchanan.

Il testo, scritto a quattro mani da Brook e dalla sua co-regista Marie-Hélène Estienne, procede con un’inconcludenza tale, disseminato di cliché del tipo “perdona e dimentica”, che finisce per sembrare una condanna interminabile quanto quella di Mavuso. Per fortuna c’è qua e là un pizzico di umorismo, non ultimo quando a Mavuso viene detto che, dopo dieci anni di esilio, la sua punizione può finalmente cominciare.

«Adesso?!» chiede, incredulo. «E allora che cosa ho fatto qui per tutto questo tempo?» Be’, esattamente quello che penso anch’io.

Imperdonabilmente noioso e imbarazzantemente scialbo, The Prisoner è una grande delusione da parte di una leggenda del teatro.

Fino al 4 novembre 2018

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