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NOTIZIE

RECENSIONE: Il Gabbiano, Lyric Hammersmith ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

13 ottobre 2017

Di

sophieadnitt

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Il cast de Il gabbiano al Lyric Hammersmith Il gabbiano

Lyric Hammersmith

12 ottobre 2018

Cinque stelle

Prenota i biglietti per Il gabbiano Il gabbiano di Anton Čechov è da tempo utilizzato come testo di studio, e questa nuova versione al Lyric Hammersmith offre una prospettiva diversa su un classico. Peter, un avvocato in pensione, si rammarica di aver rinunciato alla vita in città per trasferirsi nella sua tenuta di campagna, deciso a continuare a vivere nel lusso mentre la salute comincia a peggiorare. Con lui vive il nipote Konstantin, drammaturgo inquieto, che adora la vicina Nina, piena di sogni e di speranze. Un’estate torna in visita la sorella attrice di Peter, Irina, accompagnata dal suo nuovo amante, lo scrittore Boris Trigorin. Da qui prende il via la distruzione del gruppo, innescata da desideri non corrisposti e da immagini idealizzate gli uni degli altri.

Brian Vernel (Konstantin) e Lesley Sharp (Irina)

Questa nuova versione di Simon Stephens è più un rinfresco che un adattamento vero e proprio, ma quanto ad accessibilità oggi è una scelta più invitante del russo scomparso da tempo. Le scene iniziali richiedono a chi non conosce Čechov di recuperare un attimo chi è chi, ma una volta che lo spettacolo entra nel vivo della storia, è davvero coinvolgente.

Pur avendo indubbiamente modernizzato il copione (per fortuna evitando citazioni forzate dei social media nel tentativo di farlo), Stephens conferisce ai dialoghi una qualità quasi lirica; i lunghi interventi e le battute più espositive rendono omaggio allo stile più classico dell’originale. C’è anche un senso di atemporalità: evitando nomi di luoghi, riferimenti datati o persino un unico accento comune tra gli interpreti di un cast splendidamente vario, Stephens suggerisce che potrebbe accadere accanto a qualsiasi lago del mondo. Il testo resta tagliente e brillante, con una leggerezza di spirito nel primo atto. Con alcuni sorprendenti momenti da risata a crepapelle, prima che lo spettacolo deragli verso territori molto più duri c’è parecchio humour da scoprire; e qualunque spensieratezza della prima metà è in gran parte assente nella seconda.

C’è anche un certo compiacimento consapevole, con diversi a parte al pubblico (spesso ascoltati per caso, in modo esilarante, da altri personaggi) e molte allusioni alla recitazione e al «teatro!» accompagnate da gesti eloquenti verso la platea. Un monologo un po’ troppo lungo sulle insicurezze degli scrittori, pronunciato da Boris, può avere una sua pertinenza nella trama, ma detto da un autore già acclamato come Stephens finisce per suonare un filo autoreferenziale. Il testo dà il meglio quando, come nell’originale di Čechov, parla di ciò che è accaduto fuori scena, con un incessante sottofondo di nostalgia per il passato. Non sono solo le parole a essere cariche di sottotesto: conta anche il modo in cui vengono dette.

Lesley Sharp (Irina)

Questa produzione può contare su un cast di grande livello. Lesley Sharp è in splendida forma nei panni di Irina, un’attrice aggrappata alla giovinezza che svanisce. Nel mondo dello spettacolo ogni gesto e ogni parola sono una performance, con Irina che pretende costantemente attenzione e vive come se fosse sempre sotto osservazione. Tutto è leggermente artefatto: un gioco, un monologo, un melodramma. Eppure Sharp dona a questa figura, facilmente stereotipabile, una notevole profondità, passando da un’inquietante infantilità a una vera crudeltà, per poi tornare al fascino e all’umorismo con cui la sua Irina probabilmente si è fatta un nome. Le scene con il figlio Konstantin (Brian Vernal, che sostiene con maestria gran parte del peso emotivo dello spettacolo) rivelano una vulnerabilità sorprendente che Irina è fin troppo pronta a reprimere. Sharp è assolutamente magnetica e una specialista della sfumatura, qualità che si sposano alla perfezione con questo testo.

Brian Vernel (Konstantin), Nicolas Tennant (Peter) e Raphael Sowole (Simeon)

Nicholas Tennant è piacevolmente privo di pretese nel ruolo del patriarca malato Peter, e il declino della sua salute è raccontato con una progressione e una fisicità allarmanti. Esprime i suoi rimpianti più apertamente degli altri, e inizialmente sembra il lamento di un uomo che sta morendo. Tuttavia, man mano che conosciamo meglio gli altri, diventa evidente che è il più onesto di tutti.

Cherrelle Skeete (Marcia)

Cherelle Skeete interpreta Marcia con una malinconia giovanile e una silenziosa, dolorosa rassegnazione al proprio destino, e la sua tristezza trattenuta è commovente da vedere. All’altro estremo, Lloyd Hutchinson nel ruolo del padre, amministratore della tenuta, è esilarante mentre racconta storie interminabili che lasciano indifferenti i suoi pari. Paul Higgins, nei panni di Hugo, padroneggia quel distacco intriso di malinconia che lo rende uno dei personaggi più empatici dello spettacolo. È quello che esce meno danneggiato da tutta la vicenda, ma restituisce benissimo lo sconforto di chi guarda gli amici rovinarsi la vita e non può fare nulla per impedirlo.

Con una durata di quasi tre ore non è certo l’opera più breve, eppure scorre via in un attimo. Il problema della struttura in più atti viene superato con transizioni inventive, e i motivi musicali coprono ogni possibile rischio di silenzi imbarazzanti. Le scenografie multiple di Hyemi Shin sono notevoli di per sé, ma permettono alle interpretazioni di restare l’attrazione principale, rafforzando il senso di atemporalità. Una produzione rara, capace di unire stile e sostanza: Stephens e Čechov formano una coppia vincente.

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