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RECENSIONE: La Piuma Bianca, The Union Theatre ✭✭✭✭✭
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Di
danielcolemancooke
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David Flynn in The White Feather. Foto: Scott Rylander The White Feather
The Union Theatre
18 settembre
5 stelle
Il generale Sherman disse una volta, ormai celebremente, che “la guerra è l’inferno”. Ed è quindi comprensibile quanto sia una vera sfida rappresentare sul palco l’orrore e la complessità della guerra. Le produzioni che ci provano possono facilmente scivolare nel patriottismo sventolato e unidimensionale, oppure risultare moralistiche e fin troppo idealistiche nei loro messaggi.
The White Feather riesce a camminare su questa linea sottilissima; ed è proprio per questo che è un trionfo e merita ogni riconoscimento che le arrivi. La storia segue un villaggio dell’East Anglia, Upton Davey, mentre affronta tensioni e sconvolgimenti della Prima guerra mondiale. Uomini di ogni ceto sociale vengono arruolati e spinti con la forza nel grande ingranaggio bellico, compreso il minorenne Harry Briggs.
La guerra presenta il suo conto e il giovane Harry viene fucilato per ‘codardia’ (molto probabilmente soffriva di ciò che oggi riconosceremmo come PTSD). Sua sorella Georgina resta a fare i conti con lo stigma sociale inflitto dalle ‘vere’ vedove di guerra, mentre vengono alla luce i dettagli sulle circostanze della morte di Harry. Intanto, il ricco proprietario terriero Mr Davey è costretto a nascondere la sua relazione omosessuale con un membro del personale e fatica a venire a patti con le sue esperienze di guerra, profondamente disturbanti.
Il copione, firmato da Ross Clark e Andrew Keates, è estremamente stimolante e stratificato, e intreccia con grande fluidità temi centrali come genere, sessualità, classe e politica. Che si tratti dell’ingiustizia di vedere il ben educato ma inconcludente Davey scavalcare fino al grado di ufficiale, o delle lacerazioni vissute dagli abitanti omosessuali del villaggio, diventa chiaro che la vita comunitaria è molto più fratturata di quanto non appaia a prima vista. Oltre a essere ricco di dramma, il dialogo calza anche all’ambientazione d’epoca, con una notevole cura del dettaglio storico.
Lo spettacolo è intrinsecamente politico, ma con una delicatezza che mette al primo posto i personaggi e le loro storie. Mostra tutte le facce della guerra: sì, può unire le persone, ma può anche spaccare le comunità, sia attraverso traumi fisici come lo shock da bombardamento, sia attraverso il dolore emotivo della perdita. Una seconda parte cupa viene ulteriormente scossa da due svolte di trama davvero brillanti, che offrono una prospettiva nuova sullo spettacolo e sui suoi personaggi.
David Flynn e Abigail Matthews in The White Feather. Foto: Scott Rylander
La partitura è davvero eccellente, con una serie di brani dal respiro ampio, sostenuti da una band di tre elementi con forte presenza di archi. Set Them In Stone, un pezzo incisivo e lirico con armonie splendide, è stato il mio preferito, ma c’era un’ampia scelta di canzoni fantastiche: tutte ben eseguite e cariche di emozione. Particolarmente ispirato Harry’s Letter: i testi sono tratti dalla lettera di Harry dall’esercito, passata per la censura, e le parti oscurate vengono rese con un’interruzione della musica.
Abigail Matthews è dolce ma temprata d’acciaio nei panni di Georgina Briggs, sorella devota che diventa attivista. Ha una voce potente e apre la seconda parte in modo folgorante con la sua ballata solista My Little Boy, Harry. Al suo fianco c’è David Flynn nel ruolo di Mr Davey, che offre un’interpretazione sensibile e toccante di un uomo intrappolato tra la propria sessualità, il senso del dovere e la fede nel ‘naturale ordine’ del sistema di classe. Mr Davey emerge come una sorta di villain eppure resta piacevole e persino commovente; merito, in gran parte, di una prova attoriale e vocale davvero solidissima di Flynn.
Adam Pettigrew è straziante e segnato nel ruolo del povero Harry traumatizzato, e Zac Hamilton è sfrontato ma sincero come Edward, compagno maschile di Mr Davey. Il solo di Hamilton We Buried a Good Man Today è devastante, mentre un Edward in lacrime cerca di elaborare la sua perdita: è davvero interpretato in modo splendido. Detto questo, il personaggio non è facilissimo da definire e sembra trasformarsi piuttosto rapidamente da imboscato a obiettore di coscienza di saldi principi.
Merita una menzione anche Christopher Blades, impegnato in una varietà di ruoli, i cui toni operistici e possenti danno il via alla produzione. È stata una prova d’insieme brillante e, anche se c’è stata una o due battute un po’ inciampate, inevitabilmente si assesteranno nel corso delle repliche.
La messa in scena è costantemente buona e costruisce fino a una scena finale da lacrime, eseguita alla perfezione, in cui tutti gli elementi si incastrano alla grande. Non sono in grado di valutare davvero gli accenti dell’East Anglia in scena, ma suonavano autentici: quindi un plauso al coaching dialettale di Sarah Stephenson. Le luci di Neill Brinkworth sono studiate con intelligenza, e le tonalità di giallo e marrone kaki ottenute creano l’effetto giusto.
L’ambientazione temporale si sposta continuamente nel corso della rappresentazione: nel secondo atto si passa dal 1918 al 1947 al 2006, per poi tornare al 1949 nel giro di quindici minuti! Anche se l’effetto è molto riuscito, forse si sarebbe potuto fare di più per segnalare questi cambi, dato che né il cast né gli oggetti di scena ‘invecchiano’ in modo visibile: con il programma in mano è facile seguire, ma un po’ più di chiarezza aiuterebbe chi ne fosse sprovvisto.
The White Feather è tutto ciò che il teatro musicale dovrebbe essere: vi farà riflettere a fondo su coraggio, guerra e natura dell’umanità, fino a casa. Se esiste un minimo di giustizia, questa produzione entusiasmante avrà una tournée più lunga o una seconda casa, così da raggiungere il pubblico più ampio che merita.
The White Feather è in scena al The Union Theatre fino al 17 ottobre 2015
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