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NOTIZIE

RECENSIONE: Il Racconto d'inverno, Garrick Theatre ✭✭✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

stephencollins

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Judi Dench nei panni di Paulina in Il racconto d’inverno. Foto: Johan Persson Il racconto d’inverno

Garrick Theatre

6 novembre 2015

6 stelle - Perché? Acquista i biglietti

«Se questa è magia, sia pure un’arte

legittima come mangiare.»

Leonte: Atto V, Scena III; Il racconto d’inverno.

È inverno. Natale. Il palazzo reale è un luogo caldo e accogliente, pieno di affetto e di piccoli piaceri: i cantori intonano melodie festose e l’impaziente principino desidera soltanto un regalo dall’albero. Il migliore amico del Re è in visita, la Regina, in avanzata gravidanza, è raggiante di maternità. Difficile immaginare un quadro più felice.

Comincia con uno sguardo. Poi uno sguardo più lungo. Poi un fissare. Insieme ai canti arriva la Gelosia. La si vede quasi contagiare il Re, paralizzargli la mente e la ragione, sovvertire le passioni, generare una rabbia tirannica senza fondamento. È spaventoso assistere al cambiamento: Mr Hyde, a confronto, è un dilettante.

Più tardi, quando il Principe è morto e freddo, la Regina è stata ingiustamente imprigionata e la principessina appena nata è stata mandata in esilio incontro alla sua condanna, la donna anziana e fedele affronta il Re. Lui è malato, piange il figlio perduto, quasi fuori di sé per quella follia capricciosa che gli ha divorato l’anima regale. Lei non gli risparmia nulla. Lo sferza per i suoi accessi tirannici, elenca le sue perdite e le sue vittime, ogni parola una lama nel cuore. Poi lo annienta: la Regina è morta. Incrollabile, lascia che i suoi ululati di disperazione spaccino il chiaro di luna.

Se in sala c’è un occhio asciutto, appartiene a un cadavere.

Hadley Fraser e Kenneth Branagh in Il racconto d’inverno. Foto: Johan Persson Questo è il revival rivelatore, indimenticabile e capace di cambiare le regole del gioco di Il racconto d’inverno, firmato Kenneth Branagh e Rob Ashford, ora in scena al Garrick Theatre. Dimenticate l’Hamlet di Cumberbatch. Dimenticate il War of the Roses di Nunn. Dimenticate la tetralogia della RSC in arrivo a breve al Barbican. Questa produzione di Il racconto d’inverno è senza dubbio L’evento shakespeariano dell’anno.

Il testo è una delle ultime opere scritte da Shakespeare ed è spesso considerato impegnativo. Ma non qui. Questo allestimento è vivo in ogni senso, pieno di passione e di una potenza precisa, alimentato da un lavoro vocale come non se ne sentiva da tempo nel West End. È fresco e rinvigorente; quasi come se lo si vedesse con chiarezza per la prima volta. È un testo che ha conosciuto moltissime produzioni disastrose; qui è potente quanto Hamlet.

La storia è raccontata con una chiarezza brillante e un’emozione intensa. Questi attori, come tutti dovrebbero, trovano energia nelle stesse parole di Shakespeare, e quell’energia spinge interpretazioni eleganti, intriganti e travolgenti per intenzione e necessità. È come un fuoco che scoppietta: le parole sono vive della musica del loro scopo.

La scenografia di Christopher Oram è semplicemente splendida: tutta rossi e ori per l’inizio caldo, poi quasi vuota per l’abbandono di Perdita in Boemia, poi rustica, poi, all’inizio dell’Atto Due, la neve invernale cade a cascata attorno a una Judi Dench rischiarata dalla luna (che pronuncia il monologo affidato da Shakespeare al Tempo: un tocco ispiratissimo), poi i cumuli di neve si rivelano lana e ci ritroviamo tra i rustici, e quindi di nuovo nel palazzo iniziale, ora spoglio e di un bianco gelido, mentre i danni della disperazione si sono accumulati negli anni. Oram risolve il problema di «Esce, inseguito da un orso» in modo semplice e geniale. I costumi sono altrettanto brillanti: sontuosi, deliziosi sotto ogni aspetto.

Judi Dench e Miranda Raison in Il racconto d’inverno. Foto: Johan Persson

Le luci di Neil Austin sono mozzafiato: con grande finezza cambia l’atmosfera e indica la prospettiva attraverso la luce. Vedi Ermione e Polissene come li vede Leonte, ma anche per ciò che sono davvero; senti la potenza dell’Oracolo di Delfi; il momento magico in cui Dench/Tempo racconta il passare di 16 anni è così bello da fare quasi male; e l’ingresso di Florizel e Perdita è ottenuto con un ingegnoso dispositivo luminoso. Ma la bellezza impeccabile della statua che Paulina rivela a Leonte alla fine è qui il più grande traguardo di Austin, e ce ne sono molti altri, troppi per elencarli.

Branagh è in forma smagliante, imbattibile, nei panni di Leonte. È magnifico dall’inizio alla fine, totalmente credibile. La sua trasformazione da marito e padre adorante a mostro dagli occhi verdi è incredibilmente dettagliata, ogni passo falso chiarissimo. Quando finalmente appare nel secondo atto, con i capelli e il cuore grigi, vestito di nero, spezzato dai suoi peccati, suscita compassione: non poco per un uomo che ha accusato ingiustamente la moglie di adulterio, causando così la morte del figlio per crepacuore, e che ha inoltre esiliato la figlia appena nata, condannandola probabilmente a morire esposta alle intemperie.

È tutto nella resa del verso. Branagh infonde al testo una vitalità tale che Leonte si umanizza, nonostante gli eccessi della sua gelosia. Grazia, gioia, paura, sospetto, rabbia, confusione, furia, pentimento, rimorso, speranza: non c’è una parola che pronunci che non suoni esatta, e il suo Leonte, riccamente tratteggiato, risplende.

Miranda Raison è splendida in ogni senso come Ermione: grazia e spirito in ogni movimento e in ogni sguardo. È un contrappunto perfetto per Branagh, e la scena del processo è brutale e straziante. L’intesa con il Polissene di Hadley Fraser è perfetta e prepara il terreno alla risposta da incubo di Leonte. Il momento in cui finalmente vede sua figlia, Perdita, è sconvolgente: dolore e gioia in un istante perfetto di maternità.

Fraser è un Polissene formidabile e, quando si scaglia contro il figlio, è chiaro perché lui e Leonte fossero amici così intimi. Michael Pennington è superbo come Antigono, un modello nel dire il verso, e i suoi ultimi istanti, prima che l’Orso gli tolga la vita, sono straordinari. Il Camillo di John Shrapnel è misuratissimo, detto con perizia, e dà un forte senso di impegno e dovere verso sovrani che smarriscono la strada.

Le scene in Boemia possono risultare piatte, ma non qui. C’è un’eroticità vigorosa e terrena che appartiene completamente al luogo, matura e giusta. Il Florizel molto virile di Tom Bateman e la radiosa pastorella Perdita di Jessie Buckley (la sua battuta d’esordio fa venire giù il teatro) sono magnifici insieme, ardenti e gioiosi. Il loro amore è reale, urgente, travolgente. La scena in cui il Polissene di Fraser condanna la loro unione è altrettanto incisiva, sbagliata e stupidamente zelante quanto il giudizio spietato di Branagh su Ermione.

Jessie Buckley, Jimmy Yuill e Tom Bateman in Il racconto d’inverno. Foto: Johan Persson

Jimmy Yuill e Jack Colgrave Hirst sono in una sintonia delirante come Pastore e Clown; molto divertenti, molto umani. Quando il Pastore viene condannato a morte da Polissene, è un momento avvincente e, francamente, terrificante, che entrambi interpretano alla perfezione. Hanno anche un’ottima intesa con l’Autolico di John Dagleish, vivace e irresistibile, un furfante agile e spiritoso come quelli che Shakespeare sapeva scrivere.

Verso la fine c’è una scena un po’ scomoda in cui eventi cruciali avvengono fuori scena ma vengono raccontati in scena. Qui, però, non c’è nulla di scomodo: anzi, Adam Garcia è straordinario in questo passaggio ed è difficile trattenere le lacrime davanti al racconto che fa. Stuart Neal, Jaygann Ayeh e Michael Rouse sono tutti eccezionalmente bravi in un ensemble che praticamente non sbaglia un colpo.

Ma, senza dubbio, la serata è di Dench.

I libri di storia ricordano Peggy Ashcroft nei panni di Paulina per la Royal Shakespeare Company nel 1960, in un’interpretazione che rivoluzionò il modo in cui si pensava al ruolo. Dench, qui, rivoluziona certamente Paulina per me: non ho mai visto una produzione di Il racconto d’inverno in cui Paulina fosse la forza centrale, motrice, dell’umanità e della bontà. Ma Dench la rende tale.

Fin dal primissimo momento di questo allestimento, quando appare da dietro una tenda con un eccitatissimo Mamillio e lo accompagna all’albero di Natale, Dench porta un’intensità, un’energia, un battito allo spettacolo che smentisce i suoi oltre 80 anni. È più agile e incisiva di molti che hanno la metà dei suoi anni, e tutto ciò che fa e dice aggiunge valore, significato e piacere alla serata.

Il suo modo di dire il verso non ha rivali. Sceglie ogni parola e le dà il suo peso pieno e preciso, facendo atterrare senso, intenzione ed emozione esatta di ogni frase scintillante. È astuta, saggia e meravigliosa. Il suo doloroso rimprovero a Leonte, quando gli dice che Ermione è morta, è uno dei più grandi momenti teatrali a cui abbia mai assistito. È così potente da toglierti il fiato.

Il suo monologo come Tempo è indicibilmente bello, una meditazione che si insinua nell’anima. Il suo volto durante il processo a Ermione, quando Paulina non dice nulla, è vivo di espressione: tristissimo, eppure aggrappato alla speranza. Quando Dench svela la statua, è magia: ha preparato il momento in modo perfetto, ha piantato il seme di ciò che sta per accadere, è stata un prisma di possibilità redentrice. Il momento più felice della commedia è anche il suo, quando Leonte la dà in sposa a Camillo, forse la prima cosa buona che abbia fatto in 16 anni.

Dench è trascendente, una forza della natura che forse non rivedremo mai più. Vederla e ascoltarla in questa produzione è un privilegio tanto quanto un piacere.

L’unico rimpianto che la serata lascia è la netta consapevolezza che oggi il pubblico non sente spesso Shakespeare detto come si deve, come qui. Magari fosse altrimenti. Si spera che il National Theatre, la RSC e registi ovunque vedano questa produzione e imparino. Il mestiere è fondamentale.

È pura magia teatrale. Il racconto d’inverno per i nostri tempi. È quasi tutto esaurito, ma andrebbe — anzi, deve — essere visto da chiunque sia curioso di recitazione, teatro o Shakespeare: è una masterclass sotto ogni aspetto.

Il racconto d’inverno è in scena al Garrick Theatre fino al 16 gennaio 2016. Scopri di più sulla stagione di Kenneth Branagh al Garrick Theatre

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